Friday, 21 August 2026
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Pubblicato il 21 August 2026 alle 07:00
Olbia. La stagione turistica si sta avviando alla conclusione e già sappiamo di cosa si parlerà nei prossimi mesi: del boom turistico, di numeri fantasmagorici, di quanto "la blue economy" ci arricchisce, di quanto sia meraviglioso l'assalto di centinaia e centinaia e centiania di yacht contemportaneamente in luoghi delicati, di quanto è fantastico poter "scegliere" di abitare a 40 km di distanza dalla sede di lavoro e dalle scuole frequentate dai propri figli, di quanto è bello finire sui tg nazionali per il concerto del cantante X. Olbia si trova letteralmente dentro a una bolla economica, sociale e comunicativa: si parla di crescita, si vuole la crescita, ma non c'è uno straccio di dibattito pubblico su come si governa la crescita e su come si risolvono i problemi che la crescita porta con sé.
Da anni l'amministrazione è consapevole che le persone che effettivamente vivono in città superano di gran lunga il numero delle persone che hanno la residenza a Olbia: il Suape, per il nuovo regolamento dedicato a Taxi/NCC e relative licence approvato a luglio, ha dovuto compiere uno studio specifico proprio proprio per risalire a una stima realistica. Tra residenti effettivi e potenziali domiciliati, a Olbia vivono, lavorano, spendono circa 111.000 persone. I residenti sono poco meno di 62.000, quindi i domiciliati si avvicinano a 50.000. Non è un numero preciso, questo: è una stima basata considerando il numero di abitazioni e le utenze tari. A questi 111.000 abitanti, bisogna aggiungere i turisti che sono difficili da quantificare. I posti letto alberghieri sono 6.531, mentre i posti letti dell'extra-alberghiero sono la cifra record di 23.192 a giugno 2026. Ipotizzando un tasso di riempimendo al 70% su 5 mesi, abbiamo 20.000 e rotti turisti che per 5 mesi si aggiungono agli abitanti che così diventano circa 131.000. Parliamo sempre di soggetti che in qualche modo vengono conteggiati e registrati, poi vi è il sommerso: tutte quelle persone che finiscono nell'offerta extra-alberghiera abusiva.
Se avete avuto la sensazione che Olbia fosse intasata di persone, ora avete la misura quasi esatta di quella sensazione: in città circola tantissima gente e non è un'impressione. La presenza dei turisti, nel contesto puramente cittadino, inizia a essere - per così dire - pressante. Quei 23.192 posti letto extra-alberghieri registrati sono abitazioni che non sono più sul mercato per residenti e domiciliati. Ipotizzando 4 posti letto per ogni abitazione, parliamo di 5.700 case tolte dal mercato immobiliare e destinate alla speculazione turistica. Diciamo "speculazione turistica" perché il problema non è l'unica casa ereditata che viene messa a reddito, ma sono le proprietà plurime (già esistenti o di nuova costruzione) che costituiscono una buona fetta dell'offerta e che di fatto rappresentano una vera e propria attività "industriale". Niente a che vedere con lo spirito del b&b, dell'accoglienza in agriturismo o appunto del singolo proprietario che arrotonda affittando ai turisti la casa della nonna e che si fa portavoce del territorio.
Queste ipotetiche 20.000 persone in più che per 5 mesi circolano in città e queste 5.700 case tolte al mercato di affitti e vendite si sentono. La composizione sociale dei quartieri più esposti al fenomeno cambia: meno residenti fissi con le loro abitudini e la loro quotidianità (anche sociale), più persone che cambiano a rotazione ogni 5/7 giorni, più rumori molesti a tutte le ore perché sono in vacanza e non hanno orari, più rifiuti (non tutti sono così ligi con la differenziata, esattamente come gli abitanti fissi).
5.700 case in meno sul mercato affitti e vendite significano, in soldoni, aumento dei canoni e aumento delle quotazioni immobiliari e dunque famiglie costrette a rivolgersi all'hinterland olbiese per cercare un tetto sopra la testa. Un hinterland che spesso è già toccato dal turismo e dunque è sottoposto a un aumento dei prezzi. Se l'hinterland è considerato costoso, e spesso accade, si guarda ai comuni più lontani in cui (sempre meno) si trovano abitazioni a buon prezzo sia in affitto che in vendita. A questo "buon prezzo", però, bisogna aggiungere i costi del pendolarismo (trasporti, stress) e una vita (lavorativa e sociale) che il più delle volte rimane ancorata alla città. Più che la ricetta contro lo spopolamento, questa "migrazione" interna che avviene (in moltissimi casi) per costrizione rappresenta una vera e propria espulsione dalla città. Niente di diverso rispetto a quanto avvenuto in altri posti che hanno avuto "sviluppi" simili, come Milano.
Non solo tante persone e tanti trolley che a tutte le ore rotolano su asfalto e viuzze olbiesi, in città è anche pieno zeppo di auto: la congestione viaria durante la stagione turistica è un fenomeno ben conosciuto, ma nel post-Covid la situazione è peggiorata in modo significativo. Il problema non viene originato solo dalle migliaia di auto che ogni giorno sbarcano all'Isola Bianca, ma ha anche un'altra origine: le auto a noleggio. Il tema è stato affrontato nell'ultimo numero della newsletter A Fuoco con un articolo firmato dal collega Alessandro Pilo intitolato "A Olbia il mercato degli autonoleggi è diventato insostenibile". L'articolo affronta questo tema da un'angolazione interessante, spesso ignorata dalle testate regionali: non abbiamo solo incentivato una turistificazione di massa basata sui grandi numeri (che siano yacht o persone non ha importanza), ma abbiamo anche incentivato un tipo di turismo che si sposta in auto. La diretta conseguenza? Circa 23.000 mezzi come parco auto per noleggio.
Se in questi giorni avete avuto la fortuna (?) di fare una passeggiata in centro storico di sera, avrete sicuramente notato che il pienone che una decina di anni fa è un lontano ricordo. Tanti turisti sì, pochi "locals", tanti negozi turistici che vendono le stesse cose e altrettanti segni di trascuratezza (i cestini pieni, le bottiglie di vetro abbandonate nelle vie laterali, il lungomare semi deserto e così via). L'impressione è quella di una progressiva omologazione.
Manca poco meno di un anno alle prossime elezioni comunali e Olbia ci arriva con problemi che ormai non possono più essere considerati "emergenze". La casa, il traffico, la pressione turistica, la trasformazione dei quartieri sono problemi strutturali, conseguenze del modo in cui la città è cresciuta e continua a crescere guidata da precise scelte politiche. Queste enormi problematiche non possono essere affrontate con misure semplici o buone per uno spot: togliere qualche parcheggio, eliminare una panchina per nascondere disagio sociale e spaccio, spostare delle giostrine o intervenire di volta in volta sull'effetto più visibile. Si può discutere sull'utilità o sull'inutilità del singolo provvedimento, ma il punto è un altro: questa non è una vera strategia (forse andava bene negli anni '90, oggi no).
La domanda dovrebbe essere molto più ambiziosa: che Olbia vogliamo tra dieci o vent'anni? Non esiste una bacchetta magica per governare fenomeni di queste dimensioni e sarebbe poco serio sostenere il contrario. Servono soluzioni nuove, coraggiose, radicali e orientate al bene comune: politiche sulla casa capaci di confrontarsi con il peso degli affitti turistici, una mobilità che provi davvero a ridurre la dipendenza dall'automobile, una pianificazione che tenga conto della popolazione reale e non soltanto di quella registrata all'anagrafe (e soprattutto che non orientata solo a infrastrutture per turisti). A un anno dalle elezioni, il confronto politico dovrebbe partire da qui: non da quanto Olbia debba ancora crescere, ma da come debba crescere e soprattutto per chi. Perché una città può diventare più ricca, più famosa e più frequentata senza diventare una città migliore per chi ci vive.
Foto di copertina: elaborazione AI
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