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Olbia, Hermes Mereghetti: la fotografia nasce dal pensiero, non dallo scatto

Workshop dedicato alla fotografia con lo smartphone

Olbia, Hermes Mereghetti: la fotografia nasce dal pensiero, non dallo scatto
Olbia, Hermes Mereghetti: la fotografia nasce dal pensiero, non dallo scatto
Marco Agostino Amucano

Pubblicato il 08 November 2026 alle 15:00

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Olbia. Prima di fotografare bisogna imparare a vedere, conoscere ciò che si vuole raccontare e, soprattutto, avere qualcosa da dire. È questo il principio attorno al quale Hermes Mereghetti ha sviluppato il suo workshop dedicato alla fotografia con lo smartphone, nell'ambito della quindicesima edizione di "Storie di un attimo", Festival Popolare della Fotografia, in programma a Olbia dal 7 al 15 novembre. Nato a Cuggiono, in provincia di Milano, nel 1992, Mereghetti è fotografo, fotoreporter, giornalista e docente. Figlio di un fotogiornalista, ha iniziato a fotografare giovanissimo, dedicandosi successivamente al ritratto artistico e al reportage di viaggio, con esperienze in Africa e in Asia e un particolare interesse per le tematiche sociali e umanitarie.

 

Ho partecipato all'intera giornata di lavori, svoltasi presso la Società dello Stucco, in via Garibaldi 40. Un'esperienza che, ben oltre gli aspetti tecnici, ha offerto l'occasione per riflettere sulla fotografia come linguaggio, espressione personale e strumento di conoscenza. "Vedere, non guardare": Mereghetti ha insistito sulla necessità di superare l'abitudine allo scatto immediato e indiscriminato. Una fotografia destinata a raccontare qualcosa richiede studio, dedizione e consapevolezza. Non basta possedere una buona macchina fotografica: occorre sviluppare una cultura dell'immagine, alimentata dalla letteratura, dalla pittura, dal cinema e dall'osservazione della realtà.

Particolarmente interessante il racconto del suo metodo di lavoro, caratterizzato da una progettazione quasi certosina. Prima di realizzare un reportage, Mereghetti studia i luoghi, prepara uno storyboard, annota le immagini che intende ottenere e dedica molto tempo alla conoscenza delle persone. Ha raccontato, per esempio, come affronti i suoi viaggi fotografici in Cambogia, entrando in contatto con le famiglie e condividendone la quotidianità prima ancora di impugnare la macchina fotografica. Nulla viene affidato superficialmente al caso: la luce, l'inquadratura, la postura del soggetto, l'espressione del volto e persino la posizione delle mani concorrono alla costruzione dell'immagine. Una preparazione rigorosa che non esclude la capacità di modificare il progetto quando la realtà suggerisce soluzioni impreviste.

Secondo Mereghetti, ogni fotografia costituisce anche una forma di autoritratto: attraverso la scelta del soggetto e il modo di rappresentarlo, l'autore finisce inevitabilmente per raccontare qualcosa di sé. Questa concezione ha trovato applicazione nell'esercitazione proposta ai partecipanti, invitati a descrivere per iscritto, prima di realizzarla, una fotografia ispirata alla domanda: "Cosa mi tiene sveglio la notte?". Un esercizio nel quale la precisione del linguaggio scritto diventava il corrispettivo della cura compositiva richiesta dall'immagine.

La dimensione più personale della ricerca di Mereghetti emerge anche nella mostra In-Visibile, ospitata allo Spazio Holo nell'ambito del Festival (leggi qui). Un progetto dedicato al disagio mentale, nato da un'esperienza dolorosa e sviluppato attraverso un lungo percorso di riflessione e ricerca fotografica. La giornata ha restituito una concezione esigente della fotografia, nella quale la tecnica è indispensabile, ma subordinata al pensiero, alla sensibilità e alla conoscenza. Lo scatto rappresenta soltanto il momento conclusivo di un percorso assai più lungo, nel quale l'autore cerca di dare forma visibile a ciò che sente e desidera comunicare.