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Bollivamo le aragoste sulla spiaggia

Nomasvello Olbia 1085

Oggi, 13 luglio 2019 – Avrebbe compiuto cento anni più uno. Si dice sempre “a cent’anni”, ma pochissimi sono i privilegiati. Non ho purtroppo figli cui raccontare le mie avventure, anche esclusive, le mie esperienze, i miei successi e le mie delusioni, ma ho avuto la fortuna di avere avuto molti che sono venuti prima di me che hanno scelto di raccontarmele, anzi, di  confidarmele. È il privilegio –fatemi essere immodesto ogni tanto – che hanno i curiosi. La curiosità stimola l’interlocutore a raccontare, a ricordare, anche solo standogli davanti, zitto, ad ascoltare paziente. Questione di alchimie sottili. Di empatie.

“Uscivamo con il mio Vega, un piccolo gozzo in legno a vela latina, in un numero massimo di cinque amici. Al momento dell’invito, quando mi chiedevano cosa dovessero portare, dicevo loro: – Nulla. Solo un po’ di pane, limoni, vino, un bidone d’acqua-. Il pesce lo sceglievamo sul momento, lo cucinavamo sul momento, lo mangiavamo sul momento”.

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In questa foto della fine di luglio 1959, scattata a Cala Purgatorio (San Teodoro), presso Capo Coda Cavallo,  mio padre aveva dunque appena compiuto quarantuno anni. La qualità della stampa è scarsa, ma la mano dell’ignoto amico fotografo non era male: l’orizzonte è dritto, i piedi non sono tagliati, e il protagonista, tutto preso dalla delicata operazione culinaria, a torso nudo, pantaloni di tela e berretto anni Trenta sul capo, è volutamente decentrato nell’inquadratura. Il fotografo, in un lampo ultimo di attrazione fatale per ciò che l’orizzonte mostra, sposta l’obbiettivo un po’ a sinistra, per ritrarre almeno una porzione di Tavolara che va a sfiorare l’isola cugina, Molara. L’orizzonte viene chiuso dalla terra, come in un lago alpino. Due scoglietti affioranti riprendono il numero delle bellissime, quanto povere aragoste, destinate al più atroce dei supplizi per la gioia di tutti.

Cala Purgatorio oggi, in una foto di Germano Manganaro (tratta da
https://www.flickr.com/photos/[email protected]/40703017440)

Ricorderò sempre quel pentolone, con quei manici retrò.  Ha accompagnato gli anni e i momenti più spensierati delle mie estati d’infanzia. Era finito nella lunga cantina paterna, insieme a tutti i cimeli della sua barca. Molte cozze e zuppe di pesce ho visto cuocere dentro la magica pignatta di alluminio, e sempre con Tavolara che incombeva paurosa. Ricordo gli odori soavi di pesci e di mari, di tutti i mari del mondo chiusi e sognati in quel contenitore, mescolati alle creste calcaree di Punta Cannone: indistricabile fusione nel ricordo di un bambino. Mai però ho provato l’emozione di accendere un fuoco con gli sterpi, e di chiuderlo con sassi raccolti dalla riva per farne rudimentale, improvvisato fornello. Erano le estati dei nostri padri olbiesi. Invidio la loro libertà, quei silenzi assoluti di un mare non solcato da cafoni in motoscafo nemmeno ad agosto, le spiagge che attendevano anni per vedere una sola orma umana che ne oltraggiasse le dune. Loro vivevano tutto questo come se fosse normale. I più giovani oggi si chiedono invece come tutto questo possa essere normale.  Buon compleanno, papà.

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