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OLBIAchefu - brevi racconti

Zappadu…giornalista…21304

Un sardo pattadese di Olbia, innamorato della vita e curioso per natura

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L’ospite di OLBIAchefu che oggi presento al sempre più numeroso e affezionato pubblico di questa rubrica, ci invia il suo graditissimo contributo da molto lontano, precisamente dalla Bulgaria dove attualmente vive. Salvatore Zappadu (Tore Occhiata per gli amici), noto e benvoluto giornalista, autore di diversi libri, non ha certo bisogno di presentazioni. Anzi, lo ha fatto lui stesso per me, descrivendo in breve una vita vissuta nella pienezza di mille emozioni e – come dice lui stesso – fatta di tante cose.  Ma non voglio rubare ulteriore tempo e spazio: godetevi quest’avvincente lettura, commovente e a tratti spassosa.

Patrizia Anziani, coordinatrice di OLBIAchefu.

 

Chi è Salvatore Zappadu: “Una vita fatta di tante cose. Come tutte le persone comuni. Ho “corso” tanto, camminando piano e, quasi sempre, non arrivando mai dove pensavo di andare. Ho persino provato ad essere qualcuno (figlio, fratello, parente, nipote, cugino, zio, amico, marito, padre, nonno, coreuta, musicante, laureato, impiegato, sindacalista, politico, dirigente, giornalista, scrittore e qualcos’altro ancora). Ma sono rimasto semplicemente un Uomo comune, Uno dei tanti con un passato zeppo di mille sbagli, e con alcuni rimpianti. Di sicuro sono sempre stato Sardo Pattadese di Olbia, innamorato della vita e curioso per natura. E spesso, mi è capitato di narrare, raccontare e scrivere le cose che questa curiosità mi ha fatto scoprire. Anche in questo acquerello sul mio passato ho provato a farlo, confidando nella disponibilità e comprensione di chi riuscirà ad ascoltarmi. Con affetto Tore “Barore” Zappadu.”

Mia Madre e tutti noi figli (manca solo Donatella nata nel 1961 ad Olbia) poco prima di trasferirci ad Olbia

 

  Zappadu … giornalista… 21304

Ne ho parlato e scritto in diverse occasioni, ma questa è la prima volta che dipano il “racconto” come se fossi ad una… seduta (virtuale) dallo strizza cervelli.

Parlo del mio impatto traumatico con la mia città di adozione, Olbia.

Non avevo, infatti, ancora dieci anni, quando nel settembre del cinquantanove per decisione,  inoppugnabile, dei miei genitori lasciammo Pattada per abitare in quella che, allo stato dell’arte, sarebbe diventata la mia vera… casa. Io però non volevo venirci. In Bidda, stavo meravigliosamente bene. Un’infanzia che augurerei a tutti i bambini del mondo.

Vivevo, per strada e nelle case di tutti, all’interno di una comunità bellissima. Inverni freddi, neve quasi sempre; specialissima (anche per me) quella del cinquantasei, con tanti giorni senza scuola e le nostre corse dentro i canaloni di neve ai lati delle vie che, con appositi scalini costruiti da noi, ci facevano arrivare fin sui tetti delle piccole case (ma per noi bimbi pur sempre inarrivabili) per “succhiare” quel meraviglioso nettare d’acqua che le “stalattiti di ghiaccio” grondanti dalle tegole, ci regalavano a profusione. D’estate, ricordo, si viveva sempre nella paura degli incendi; da noi il Boschetto era, ed è ancora, una grande risorsa attrattiva, ma di converso anche una “pulsione malefica” per i tanti malintenzionati piromani.

 

Non certo per questo tipo di “pericoli”, ancora prima del mio arrivo definitivo, avevo avuto modo di fare la conoscenza con Olbia ed il suo mare, in particolare la spiaggietta della capitaneria, s’arrasolu e Pittulongu. Perché per noi, un pezzo dell’estate era rigorosamente olbiese. Ad Olbia, viveva gran parte della famiglia di origine di mammina. Avevo (ed ho ancora) una caterva di cugini, molti della mia età, magari un po’ più su o più giù negli anni. Ed avevo gli zii ed un nonno materno (Pietro Sanna) che, quanto meno nei primissimi anni della mia permanenza, viveva spesso in “simbiosi” con l’altro nonno, il padre del mio, Salvatore, con il quale io, anche qui ad Olbia, continuavo a dormire ogni notte.

Pietro Sanna, in piedi a sinistra, con buona parte della famiglia Sanna. Mia madre è l’ultima a destra, io non ci sono ma sono presenti molti miei cugini.

Venimmo ad abitare in Via Veneto abbastanza più in là di quel passaggio a livello, che, all’epoca, divideva la città vera dalla periferia. Noi, insomma, eravamo i ragazzi della “ferrovia”, poi c’erano quelli delle “case popolari”, della “sacra famiglia”, della città del fanciullo, del campo boario, dell’ospedale, e via dicendo. C’erano parecchi campi o meglio, campetti su cui giocare a pallone. Noi, giornalmente, ne avevamo almeno tre a disposizione, quello prima dei binari che, confinava con gli orti di “nonno Usai”, il padre di Zia Maria sposata con Zio Ario, fratello di mammina. Poi c’era quello dietro “peppesecchi” ed infine, per le sfide più “regolari”, quello della Città del Fanciullo che suor Giovanna, anche lei arrivata da Pattada, ci concedeva ogni volta che le era possibile. Questo il contesto, ma i miei problemi erano ben altri e li sentivo, dentro di me, insuperabili.

Mia madre era maestra, come sua madre Rina e le sue due sorelle Ines ed Ester. Ed accadde che, un po’ meno per le mie capacità di allievo, e un po’ di più per accelerare di un anno, i tempi del trasferimento, decise di farmi “saltare” la quinta. Fu per questo che, arrivato ad Olbia, affrontai, ancor prima dei dieci anni, la prima media in Via Roma, scoprendo, con paura e timori mai sopiti, che tutti i miei compagni erano più grandi di me, tanti di loro con ben due anni, di età e di esperienza. Io portavo i pantaloncini corti, come al paese, e continuai a farlo fino alla seconda liceo scientifico e, inutile dirlo, mi sentivo piuttosto a disagio. Due episodi mi complicarono l’esistenza. Il primo, addirittura inenarrabile. Ed è infatti la prima volta che lo racconto.

Alle elementari, in paese, non avevo mai avuto necessità di andare in bagno e, quindi, arrivato alle medie a tutto pensavo meno che ad accertarmi della logistica. Successe che nella primavera del sessanta, sentii un fortissimo dolore di pancia, e mi misi a piangere, senza dare alcuna spiegazione alla mia insegnante la “bellissima e bravissima” professoressa Carta (ma era il nome del marito avvocato nonché consigliere regionale, lei mi sembra si chiami Francioni). Sta di fatto che quando mi domandò se mi sentissi male e se volessi andare a casa, presi la palla al balzo e fuggii dalla classe. Ignoravo che le scuole avessero i bagni. Per rientrare a casa percorrevo sempre la strada che oltrepassava i binari; in certi tratti, c’era anche un muro diroccato, dove ad un tratto pensai di fermarmi per fare la cacca. Ma stava passando un treno e mi vergognai di farlo. Ripresi il cammino, ma poco prima di arrivare alla porta di casa, me la feci addosso. Fortunatamente, in casa c’era solo mia madre, a scuola aveva il turno pomeridiano, che poté accudirmi e consolarmi come solo le mamme sanno fare.

Il secondo episodio riguarda il mio incontro con la morte.

La prima volta, il 24-25 gennaio del 1960, al comunale nella partita Olbia-Carrarese… l’epica di Bruno Nespoli.

… Ma di questo ho avuto modo e occasione di scrivere tanto e spesso.

Quella, per me ancor più “personale”, fu la fine di un giovane studente, credo fosse di Padru e che si chiamasse Corda, che improvvisamente venne a mancare. Era studente di altra classe e di altro anno, ma lo conoscevamo tutti perché era il più alto delle medie e, quando facevamo ginnastica nel cortile sterrato della scuola, nel salto in alto (scavalcamento ventrale) era bellissimo vederlo salire sempre più su. Incredibilmente bravo e molto dotato. È stato il primo “atleta” conosciuto personalmente per il quale ho fatto il tifo nella mia vita… erano i tempi della Olimpiade di Roma e l’improvvisa scomparsa di un ragazzo, nonché potenziale campione, sconvolsero molte delle mie certezze.

1961- Le medie di Olbia durante la gita in Toscana (siamo a Collodi); io ero in seconda media, e sono il quarto seduto da sinistra, vicino a professor Panedda… e sono l’unico con i pantaloncini corti

In casa, nel frattempo, arrivò quasi subito l’illustre sconosciuto (almeno per allora) telefono. Ricordo il primo, nero e pesantissimo. Le chiamate al centralino (10 era il numero per le signorine della Teti) per le interurbane ed i primi scambi di “comunicazione”, ovviamente molto limitati, anche con i compagni di scuola e di “strada”. Ricordo ancora il nostro primo numero (4304) che, avevo memorizzato, nel (per me) mitico elenco telefonico. Lo consultavo spesso per contare e confrontare il numero di utenti delle varie cittadine della Sardegna.

Scoprii che, quel marchingegno sempre più familiare, facilitava il lavoro di babbo che, a Pattada, quando aveva da inviare i pezzi urgenti al giornale, si recava alla posta de “su soziu”, dov’era situato il telefono pubblico. Mano mano, con la celere successione degli anni, quella cornetta, nel frattempo sostituita, da una di color vaniglia scuro, e finita sul tavolo del suo studiolo, diventa il mezzo decisivo per quell’ufficio Stampa di casa Zappadu che, per una serie di circostanze, finisce per essere un terminale importante di grandissima parte dell’informazione cittadina. Nello specifico il telefono per me risulterà strumento decisivo di formazione umana e professionale. Comincio a scrivere, in una casa dove mio padre era corrispondente Rai, Ansa, Agenzia Italia, poi anche Associated Press e di diversi giornali, Stadio e Gazzetta per gli sportivi, Giornale d’Italia, il Giorno, e tanti altri compresi, a periodi alterni, i vari giornali sardi; ma anche mia madre scriveva per il Tempo. Ricordo con immutato candore, la prima volta che vidi la mia firma in un piccolo pezzo che, sotto forma di lettera, avevo spedito al settimanale di Padova “il Messaggero di Sant’Antonio”, nel quale (credo avessi 12 anni) peroravo la “causa” dell’ammissione del gioco delle bocce alle Olimpiadi.

Già, le bocce. Tutti i giorni frequentavo quella incredibile comunità sociale che, oltre alle quotidiane sedute di carte (Briscola, Tressette, Scopa o Mariglia) nei tavoli di fronte alla grande vasca protetta da un immenso eucaliptus, si cimentava nel campo in terra battuta di Nonno Pietro, recintato da una fitta sequela di fichidindia, in questo gioco, per me decisamente sublime, e nel quale, ogni tanto, venivamo accettati, seppur temporaneamente, anche noi ragazzini. Io ero bravino ad andare a punto, Antonello, il mio fraterno amico, era invece molto forte nel bocciare le “insidie” degli avversari di turno.

Nei miei ricordi, le medie “volarono” abbastanza velocemente. Diventavo un giovanotto e, per via della mia propensione alla matematica, decisi (o forse lo fecero i miei per me) di andare allo Scientifico. Eravamo quattro gatti (nel primo anno in 13) ed io almeno fino alla seconda ero sempre l’ultimo nel registro. Poi arrivò Ziri, Antonio prima compagno poi amico di scuola, fino alla maturità con il quale passai tante notti insonni per la preparazione degli esami di diploma.

I tempi del Liceo furono molto dinamici. Intanto perché avevo coltivato una cerchia di amici con i quali condividere passioni, gusti e orizzonti per gli anni a venire che, davvero, sentivamo arrivare con tellurica intensità. Antonello, figlio di Zia Annaredda e Zio Battista, titolari del negozio di alimentari che serviva il nostro quartiere, diventa l’amico “per sempre”, forsanche perché da subito scopro che era mio fratello di latte. Per qualche tempo, infatti, avevamo diviso il seno della madre, zia Annaredda, perché mammina lo aveva perso dopo i primi mesi. Avevamo 4 giorni di differenza, in età, molto diversi come carattere, entrambi carichi di ideali e di sogni per il futuro. Amici per la Vita. Anche tantissime passioni comuni, Musica, Libri… Ragazze. Con le biciclette perlustravamo tutta la campagna terranovese, andavamo al mare e, almeno io, sognavo di diventare ciclista. Per rintuzzare questa mia “idea”, mia madre decise (ai miei 18 anni) di regalarmi un motorino (scooter Malanca) al posto dell’attesissima (da me) bicicletta da corsa. Insomma, io dovevo pensare a studiare. E così è andata.

Ma, nonostante gli studi, non ho più smesso di scrivere. Quel gene della scrittura e della disponibilità a comunicare conoscenze e sentimenti, era diventato parte di me.

E quel telefono, trasformato dalla nuova società Stet, in un nuovo numero (21304) diventò il mio terzo braccio. Lo utilizzavo per dettare allo stenografo o registratore di turno, dei vari giornali sui quali scrivevo, ed ero diventato molto bravo nello spelling (Zeta come Zara, A come Ancona, P come Padova…).

Ma un giorno dell’estate del settantaquattro scopro un altro modo di dettare e punteggiare i pezzi, assolutamente geniale. Succede che, grazie ad una soffiata, sono sul “pezzo” a ricevere la nazionale tedesca campione del mondo, proprio la domenica sera del suo trionfo, quando arrivano pressoché in segreto, in vacanza premio al Romazzino, tutti i campioni del mondo. Io do l’anteprima alla Gazzetta ed allo Stadio, sui cui pubblicherò anche un’intervista a Paul Breitner, uno dei più grandi terzini di ogni epoca. La “Rosea” di Milano manda, ovviamente ed immediatamente, un inviato speciale, il vicedirettore Franco Mentana, che io provvedo ad accompagnare con la mia 500L, color giallo ocra, targata SS97576, nel tour di interviste a quei grandi campioni. Seguo con grandissima attenzione tutto quel che, quel piccolo (di statura) uomo, nonché grandissimo giornalista, fa nei tanti momenti in cui stiamo assieme. E scopro che lui, quei bellissimi pezzi non li scrive. Lui, una volta conclusa, l’intervista, guarda solo i suoi appunti, chiude gli occhi e li compone direttamente al telefono. Detta i pensieri e le frasi, ma anche punteggiatura. Ogni tanto, ma raramente, si fa rileggere quanto da lui “dettato” e fa qualche correzione. Poi, con noncuranza, saluta e chiude il telefono. Fu una folgorazione. In non poche occasioni, da corrispondente dell’Unione e dell’Informatore, soprattutto quando mi trovavo, anch’io inviato, inviato in luoghi dove era difficile scrivere con la mia “olivetti 22” mi cimentai, con sufficiente successo, in questa difficile disciplina.

Non ho più avuto modo di risentire e rivedere quel mio “maestro” di giornalismo sul campo, anche perché rifiutai la sua proposta di trasferirmi a Milano a lavorare alla Gazzetta. Ma quando mi capita di ascoltare il figlio Enrico alla Tv, finisco sempre per pensare che entrambi, ognuno nel nostro ambito, abbiamo ricevuto dai rispettivi genitori in regalo una tensione ed una passione che, sicuramente, ha segnato il nostro percorso umano e professionale in modo indelebile.

Nella mia vita ho pianto e riso tante volte. E non mi vergogno di dire che, alla scomparsa di mio padre, quando dopo qualche mese decisi, nell’epoca dei Cellulari ed Ipad, di mandare in pensione anche quella, dopo oltre cinquantanni, linea telefonica fissa targata 21304… il mio viso, ormai rugoso ed antico ha accolto, per un attimo, alcune gocce di quel patrimonio di lacrime che l’esistenza mette a disposizione di ciascuno di noi.

©Tore Zappadu

 

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