Thursday, 15 January 2026
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Pubblicato il 15 January 2026 alle 07:00
Olbia. C’è una forza silenziosa che attraversa le creazioni di Daniele Arminu, un’energia che va ben oltre la maestria tecnica del restauro o della ristrutturazione edile. Per l’artigiano artista di Pattada, che oggi sta conquistando Olbia e la Costa Smeralda con pezzi d’arredo unici, ogni superficie levigata e ogni colore steso sono il risultato di una purificazione profonda. La sua non è solo una carriera professionale, ma una vittoria dell’anima sulle macerie del passato.
Il percorso di Daniele è segnato da prove durissime: il bullismo subìto in età giovanile, una violenza psicologica che scava solchi invisibili ma profondi, e un grave incidente a vent’anni che ha cambiato ogni prospettiva. Quel trauma lo ha costretto a un intervento complesso e a una riabilitazione estenuante lontano dalla sua Sardegna, trascinandolo in un limbo di cinque anni tra ospedali e immobilità. Ma è proprio in quel vuoto che è avvenuta la metamorfosi. Invece di arrendersi, Daniele ha nutrito la propria mente con la filosofia, la storia dell’arte e il culto della bellezza, trasformando il dolore in un viaggio introspettivo che lo ha elevato.
Oggi, Daniele guarda il mondo con occhi nuovi. Non si ferma alla superficie delle cose o delle persone. Oggi lui cerca la connessione autentica, il valore interiore, la bellezza che pulsa sotto la materia. È un uomo che ha imparato a selezionare, che non cerca il consenso di tutti, ma la sintonia con chi condivide il suo personale credo e la sua grande sensibilità.
Daniele, la tua storia parla di una "rinascita" dopo un periodo buio. In che modo la filosofia di Caravaggio, secondo cui la forma è già dentro la materia, guida concretamente il tuo lavoro di restauro e creazione di pezzi unici per le ville della Costa Smeralda?
"Proprio come Caravaggio vedeva la luce emergere dalle tenebre, io vedo nelle ferite di un mobile o nelle crepe di una struttura non un difetto, ma un’opportunità. L'incidente mi ha insegnato che siamo tutti "materia incompiuta" finché non decidiamo di evolverci. Nelle case in cui lavoro, cerco di tirare fuori l'anima degli oggetti: la bellezza non è qualcosa che aggiungo io, è qualcosa che aiuto a liberare. Ogni pezzo unico che consegno è un messaggio: la perfezione non esiste, esiste la trasformazione".
Ti definisci un uomo che si è "reinventato da zero" attraverso l’arte e l’umiltà. Qual è l’elemento del tuo passato o delle tue radici di Pattada che porti sempre con te quando trasformi un ambiente o un arredo in un’opera d’arte contemporanea?
"Pattada mi ha dato la tempra, quella resistenza tipica della nostra terra. Ma il bullismo e la sofferenza mi hanno dato la sensibilità necessaria per non essere un semplice esecutore. Porto con me l’umiltà che mi hanno insegnato i miei genitori e la curiosità che definirei "alla Piero Angela". Quando lavoro, non sto solo ristrutturando una casa; sto portando con me la dignità di chi è caduto e si è rialzato. La mia arte è fatta di mani sporche di lavoro e cuore pulito dalla sofferenza".
Hai espresso il forte desiderio di portare la tua testimonianza nelle scuole per mostrare ai giovani che il dolore può diventare valore. Come immagini possa integrarsi questo tuo progetto di "arte-scuola-lavoro" con la tua visione di uomo che oggi sceglie di circondarsi solo di bellezza autentica e valori profondi?
"Oggi vedo molti ragazzi "vuoti", simili ai mobili grezzi che decoro. Hanno un potenziale immenso, ma nessuno insegna loro come tirarlo fuori. Il mio progetto mira a far capire che le angherie subite o i traumi non devono distruggerti, ma possono diventare la tua forza più grande. Voglio creare un ponte tra il saper fare artigiano e la resilienza psicologica. Non ho bisogno di grandi platee, ma di anime pronte a capire che la vita è la più grande opera d'arte che abbiamo il dovere di scolpire".
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