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La cattedrale di San Simplicio e il borgo di Terranova in un raro acquerello del 1829

Un documento pittorico eccezionale recentemente reso noto ci guida a conoscere il piccolo borgo di Terranova della prima metà dell’Ottocento

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Olbia, 12 luglio 2020 – Presenteremo oggi un documento di straordinario interesse, destinato a diventare un simbolo classico della Olbia che fu dell’Ottocento. Si tratta di un acquerello, proposto all’attenzione dei concittadini alcuni giorni fa dall’olbiese Aurelio Spano – appassionato di storia locale – sul noto gruppo facebook “Olbia oggi, ieri e domani”.  La riproduzione del dipinto era stata precedentemente pubblicata nel portale web della State Library of South Australia della città di Adelaide. La scheda che l’accompagna, in verità assai laconica, ne precisa l’autore, William Light, la data di esecuzione (1829), e il titolo apposto a china nella parte inferiore del foglio (San Simplicius, a Pisan Church Terranova). In basso a sinistra, di contro vergato a matita, riusciamo a leggere nella seconda riga un appunto ancora da decifrare, dove si legge però agevolmente “Putzu family”, forse la famiglia terranovese più importante dei primi decenni del XIX secolo.

L’acquerello di William Light eseguito nell’anno 1829 e custodito nella State Library of South Australia di Adelaide

Nell’acquerello (ignote le dimensioni) sono ritratti la chiesa di San Simplicio e una buona porzione del borgo di Terranova (il titolo di “città” era stato perso già nel Seicento). La qualità pittorica e la resa prospettica non sono delle migliori; d’altronde, come accenneremo, per ben altri meriti  l’autore passò alla storia, e non certamente per l’hobby da lui sempre coltivato del watercolour.

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La prima domanda cui va data risposta è dove esattamente William Light posizionò il cavalletto.  Il punto dovrebbe coincidere grosso modo a metà lunghezza dell’attuale Via Armando Diaz, all’epoca – ovviamente – nemmeno immaginabile. Va anche tenuto in conto che la ex cattedrale romanico-pisana non sorse sulla sommità del basso colle che ne porta il nome – come le attuali quote farebbero a primo acchito credere – ma che il punto più alto della modesta emergenza granitica stava alquanto più ad ovest, grosso modo presso l’attuale Via Trieste, come provano bene le carte topografiche di dettaglio (scala 1:2000) dei primi del Novecento. E da questo ameno e basso colle, prezioso scrigno di una vicenda millenaria espressa nel cimitero e nella chiesa romanica che ivi si impiantarono, due secoli fa si poteva meglio capire perché i Greci qui approdati  ribattezzarono l’abitato fenicio con quell’aggettivo di “felice, beneaugurante” (olbìa) riproposto nel 1939 come ultimo e definitivo nome della città.

Iniziamo doverosamente la nostra analisi con la chiesa dedicata al Santo Martire, che non sembra mostrare significative differenze rispetto ad oggi.  L’illustre fabbrica romanica – cantierata dai giudici autoctoni di Gallura a partire dalla metà dell’XI secolo – esattamente dieci anni dopo l’esecuzione dell’acquerello avrebbe perso il titolo di cattedrale, per finire declassata ad chiesa rurale come tante nell’agro olbiese. Ciò in conseguenza dell’avvenuta soppressione della diocesi di Civita e contemporanea erezione della nuova diocesi di Tempio.

Le condizioni della chiesa erano deplorevoli, come testimoniava nel 1837 il bibliotecario-scrittore francese Anton Claudio Pasquino Valery, che impietosamente descriveva la (ancora per pochissimo) cattedrale: “…pressoché abbandonata…vi si celebra la funzione solo due volte all’anno: nel mese di maggio, per la festa del santo, e nel mese di settembre, anniversario della dedicazione. Quando vi entrai la chiesa era una vera voliera, tanti erano gli uccelli che facevano un chiasso spaventoso coi loro gridi e con lo sbattere delle ali nel tentativo penoso di uscire dalle lunghe e strette finestre”.  

Lo stesso Valery proseguiva accennando anche ad una “…cisterna rivestita di granito, tagliata nella roccia e contemporanea alla chiesa”, la quale “fornisce abbondantemente un’acqua freschissima”. Dionigi Panedda  ritenne che dovesse trattarsi del pozzo di S’Abba ‘ona, ossia “l’acqua potabile”, ubicato a poche decine di metri a sud-ovest della chiesa, ed oggi ancora visitabile nel cortile dell’abitazione di Via San Simplicio 23/A.  

Il pozzo di S’Abba ‘ona presso San Simplicio nel famoso scatto di Eduard Toda y Guell (1887)

Una foto di oltre mezzo secolo dopo (1887) scattata dal diplomatico spagnolo Eduard Toda y Guell, immortala -purtroppo solo in parte- il pozzo e la vasca di “S’Abba ona”. Potrebbe ragionevolmente candidarsi a questa identificazione l’edificio che vediamo in basso a destra del dipinto di Light (anche stavolta riprodotto in parte) sia per l’indizio, sebbene approssimativo, della sua posizione rispetto alla chiesa, sia per il vai e vieni di persone nei suoi pressi, sia infine per quello che parrebbe una vasca, o abbeveratoio, che lo compone.

In basso a destra la struttura che potrebbe identificarsi con la sorgente-pozzo di S’ Abba ‘Ona

Più problematica l’identificazione dell’altra struttura circolare al centro dell’inquadratura, per la quale non si può escludere la possibilità di un recinto per animali, o forse, azzardato, i resti del forno di calce medievale creato per il cantiere della chiesa e oggi visitabile nel museo sotterraneo “Urban center”, oppure ancora un più recente forno di calce dismesso.

Particolare della struttura ellissoidale raffigurata nell’acquerello di W. Light

         Insieme ad una vacca che bruca (a conferma della destinazione d’uso a pascolo dei terreni circostanti alla chiesa, che restò sempre tale fino agli inizi del Novecento) William Light riporta anche un terzo rudere di incerta attribuzione, in quest’area che per millenni –come già accennato – fu usata come necropoli, dal tempo dei Fenici fino al pieno medioevo.

Particolare del dipinto con la struttura che si addossa all’abside della ex cattedrale di San Simplicio

Osserviamo nel dettaglio ingrandito come la struttura si appoggiasse (se non è un inganno prospettico) all’abside della chiesa romanica. Ad un primo sguardo ci era sembrata una sorta di edicola a pianta circolare, sormontata da una cupoletta, con un ingresso rivolto a sud-ovest. Tuttavia, una volta ingrandita l’immagine, l’ingresso che pareva si rivela essere piuttosto uno squarcio, e  la cupola è evidentemente sormontata da elementi litici che spuntano qua e là disordinatamente. Come prima, e assolutamente preliminare ipotesi, che non esclude e non ne escluderà altre, quelli riportati ci parrebbero pertanto –insistiamo con l’uso del modo condizionale –  i resti di un’abside, come quella della chiesa romanica, pertinenti forse ad un antico edificio, di cui sarebbe oramai pia illusione pensare di trovare tracce sotterranee con l’archeologia: a suo tempo lo sbancamento dell’ultimo tratto di via San Simplicio ha letteralmente brutalizzato, snaturato la parte retrostante alla ex cattedrale. E non è stato questo l’unico intervento di violenza irriguardosa dell’orografia del colle sacro.

È probabile che i resti della struttura considerata- lo scriviamo sempre nella massima incertezza – possano riferirsi a un edificio medievale antico come la chiesa, e annesso funzionalmente alla stessa, oppure meno probabilmente alla tomba familiare di epoca romana rilevata graficamente dal famoso archeologo A. Taramelli negli ultimissimi anni dell’Ottocento, e che aveva ragguardevoli dimensioni (m 16 x 16), era originariamente coperta da una volta e un tetto, e al suo interno si vedevano molteplici loculi per le inumazioni e altri più piccoli per le urne cinerarie; altre tombe a fossa, ben dodici, erano ricavate nel pavimento. Sulla porta d’ingresso era un’epigrafe con la famosa iscrizione di Valeria Nispenini, datata al IV secolo d. C.

Passiamo finalmente ad analizzare ciò che appare del piccolo borgo terranovese il quale, come ci riferiva Vittorio Angius nel “Dizionario”, poco prima della metà del XIX secolo occupava “… un’area lunga circa metri 400, larga 550…” con “…le abitazioni…che…restano ancora comprese nella linea delle antiche mura che formavano nel Medioevo il castello, detto pure di Terranova”. L’abitato al tempo contava intorno alle 1200 anime (poco meno di Calangianus e sei volte circa meno della Tempio del periodo).  Le antiche mura medioevali, che erano malridotte già dai tempi dell’incursione del corsaro turco Dragut nel XVI secolo, erano state via via smantellate già a partire dal Settecento per ricavarci quasi sicuramente  materiale da costruzione per le case basse ed i palazzetti a più piani ben riprodotti nell’acquerello. Svettano sull’abitato l’alto campanile e la sobria facciata della parrocchiale di San Paolo Apostolo, affiancata dalla chiesetta di Santa Croce e con un ampio piazzale allungato antistante.

Particolare del Catasto “De Candia” del 1848 in una rielaborazione dell’autore dell’articolo

    La pianta del borgo sarà rappresentata con una prima e buona attendibilità nel Cessato Catasto regio del 1848, il cui stralcio riportiamo, con alcune indispensabili aggiunte esplicative. Poco o nulla cambia dai tempi del dipinto del Light di due decenni prima. Il limite occidentale – verso l’entroterra – del minuscolo quadrilatero urbanistico corrisponde alla linea odierna del lato orientale di Piazza Regina Margherita, ed è quello che vediamo in prospetto, sulla parte destra dell’acquerello. Lo stesso dicasi per i due piccoli edifici che sopravanzano a detta linea occidentale estrema dell’abitato, un tempo segnata dalle mura urbiche e dalla porta d’ingresso “di Terra” medievale (l’altra contrapposta era quella “di Mare”). Dei due piccoli edifici isolati (li abbiamo indicati con numeri nel Catasto “De Candia”) quello più settentrionale (n. 1) colpisce per la singolare forma, che lo distingue nettamente dalle tipologie edilizie circostanti. Ne riportiamo l’ingrandimento alla figura seguente.

L’edificio a un piano, probabilmente una scuderia, raffigurato nell’acquerello

È un edificio rettangolare a piano unico, sormontato da una terrazza coronata da un elegante parapetto balaustrato.  Le pareti esterne sono ingentilite da lesene, mentre le finestre intervallate regolarmente sono notevolmente piccole, e molto alte: impensabili in una normale residenza. Un edificio piccolo che non è dunque un’abitazione comune, ma che trasmette l’idea di un relativo prestigio, di una sorta di “ufficialità”. Pure la presenza di due animali accostati, posti davanti all’ingresso (asini? cavalli?), insueme alle appena considerate caratteristiche dell’edificio, ci inducono a ipotizzare che possa trattarsi di una scuderia. Si aggiunga la particolare ubicazione, immediatamente esterna all’imboccatura della principale strada di Terranova (l’attuale Corso Umberto I), e proprio nel punto in cui le varie strade provenienti da tutte le direzioni confluivano concentricamente. In questo nodo viario nacque successivamente l’attuale Piazza Regina Margherita, nella cui attuale area la scuderia va collocata. Tutto dunque sembra andare verso l’identificazione dell’edificio come una stazione di posta regia. Non ci si aspetti le classiche diligenze viste nei film storici per questo importantissimo servizio, che interessava anche i viaggiatori comuni che noleggiavano qui i loro mezzi di trasporto animale, per affrontare poi viaggi a dir poco avventurosi. Al tempo in Gallura esistevano tracciati e non strade, praticabili se non nella bella stagione, visto che non esistevano nemmeno più ponti in tutta la regione del Nord-Est. Asini, muli, cavalli e macilenti carri a buoi non avevano rivali nei trasporti, e in quegli anni a Terranova le lettere arrivavano (quando arrivavano) una volta alla settimana e solo su quattro zampe,  non certo su ruote o navi (almeno a Terranova). E se ciò accadeva regolarmente una volta a settimana – così leggiamo-  si lodava il Signore a mani alzate.

Particolare della carta idrografica del capitano W. H. Smyth (1827)

La conferma della congiunzione delle strade in questo punto, oltre che dalla Carta De Candia., ci viene altresì dalla meravigliosa carta idrografica del capitano W. H. Smyth, redatta nel 1827, quindi solo due anni prima della visita del connazionale William Light a Terranova. Smyth riporta in carta gli inizi della “strada” da e verso sud,  indicata come “to Siniscola”, e della strada diretta verso nord-ovest, la quale si biforcherà successivamente dopo qualche chilometro, in un tracciato“to Tempio” e in un altro “to Maddalena”.  Nei pressi della stazione di posta non dovevano mancare sicuramente l’officina di qualche maniscalco, e una locanda, o qualcosa del genere. Forse l’altro edificio, prossimo alla presunta scuderia, indicato con il numero 2 nella nostra rielaborazione della Carta De Candia, assolveva proprio ad una di queste funzioni.

Nella prima parte dell’Ottocento non era certo dal mare che Terranova si aspettava passeggeri e grandi traffici: gli sbarchi erano rarissimi, perché il golfo interno era quasi impraticabile per il secolare interro del canale della Bocca (dove ora è il faro dell’isoletta omonima) ed in quegli anni i  passeggeri diretti in Sardegna dal Continente non avevano molte possibilità di sbarco: o Porto Torres o Cagliari. Stop. Terranova, quella che per secoli e secoli era stato importante scalo fenicio, greco, punico, romano, sede di vescovi e di giudici, così era ridotta:  tagliata fuori dal mondo, povera, abbandonata e spopolata da secoli alle incursioni dei pirati algerini e tunisini, assediata dalle paludi malariche dove tiranneggiava la zanzara anofele, depressa demograficamente, in condizioni igieniche disastrose, vessata dalle malattie endemiche e dalle curve dei marchesi Pes di Villamarina per l’estrazione del sale. La Terranova Pausania finì così per essere ribattezzata “Pagu sana” (poco sana) dagli stessi olbiesi. Come se non bastasse, Vittorio Angius  descriveva i terranovesi del borgo con “molte parti del carattere morale de’ galluresi della montagna, animosi altrettanto nelle vendette, ostinati e feroci nelle lunghe inimicizie”. La prima scuola “normale” (leggasi elementare), ubicata presso la scomparsa chiesa di santa Croce, cominciò a funzionare solo nel 1827, due anni prima che William Light si sedesse solitario davanti al suo cavalletto sul colle di San Simplicio.  Insomma, bellezze naturali a parte, Terranova non era proprio il posto ideale dove farsi una villeggiatura.

Molto altro vorremmo aggiungere sul borgo di Terranova, sulla sua urbanistica, su ciò che questi pochi isolati che occupavano una superficie di nemmeno due ettari e mezzo – impregnati però di una lunghissima storia millenaria in essi stigmatizzata – ci dicono ancora. I limiti che abbiamo imposto a quest’analisi non ce lo consentono, e dobbiamo rimandare ad un altro momento tutti gli approfondimenti che sentiamo di dover ancora aggiungere.

Autoritratto di William Light (c. 1805) custodito presso la State Library of South Australia (Adelaide)

Non possiamo però concludere questo contributo, buttato giù in tempi strettissimi, senza fare cenno all’autore dell’acquerello: il colonnello William Light. Questi fu un personaggio veramente singolare, affascinante, dalla vita piena e avventurosa. Soldato e valido geometra, figlio di un ufficiale inglese, nacque in Malesia nel 1786, ma da bambino si trasferì in Inghilterra per ricevere l’autentica “british education”. Abile linguista e disegnatore, appassionato di letteratura e di viaggi, entrò nell’esercito e si distinse per il tatto nelle azioni diplomatiche e il coraggio nelle azioni. Lasciò infine l’esercito nel 1821, per sposare una donna assai ricca, con cui iniziò a viaggiare per tutta Europa.  Comprò uno yacht in Inghilterra, lo salpò per la prima vola in Italia nel 1827 e navigò tranquillamente per tutto il Mediterraneo. Ai mesi di ottobre e novembre di quell’anno risale la sua visita in Sardegna. Tra il 1830 e il 1835 aiutò Mohammed Ali, fondatore del moderno Egitto, per formare una marina. Nel 1835 Colonel Light fu nominato ispettore generale per la nuova colonia, e salpò da Londra per l’Australia del Sud . Egli doveva, per sole 400 sterline all’anno, e sotto la sua esclusiva responsabilità, esaminare minuziosamente oltre 2400 km di costa in soli due mesi, selezionare la migliore situazione per un primo insediamento, ispezionare il sito della futura città, e molti altri adempimenti che non staremo qui a raccontare.  Light selezionò finalmente il luogo e delineò il piano delle strade della città di Adelaide, oggi capitale dello stato dell’Australia meridionale, con 1.326.354 abitanti nel 2016 la quinta città più popolosa del Paese. Finito in miseria immeritatamente alla fine della sua vita, per campare fu costretto a vendere i suoi inseparabili acquerelli. Morì di tubercolosi nel 1839, e fu sepolto nella piazza di Adelaide oggi a lui dedicata.

Il monumento di William Light nella piazza di Adelaide a lui dedicata

Si racconta che quando egli fu in procinto di ideare il progetto di Adelaide avesse avuto una sorta di “visione”, e il modello urbanistico che gli si affacciò all’improvviso in mente fu quello di Catania, città di fondazione greca. Il suo viaggiare nel Mediterraneo e la cultura classica avevano lasciato nella sua formazione un segno indelebile.
Il colonnello William Light è stato descritto di media altezza, carnagione giallastra, vigile e attraente, con il viso pulito e rasato, tranne baffi laterali tagliati da vicino, capelli neri ricci, occhi castani, naso dritto, bocca piccola e mento ben fatto. Di lui fu anche detto che era un uomo dalle straordinarie realizzazioni, soldato, marinaio, musicista, artista e bravo in tutto.

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