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I geloni, suor Gabriella, e un compagno di scuola che non c’è più

Salivo sempre per ultimo la doppia rampa di scale fino al tiepido odore di conigliera dell’aula della classe prima, stracolma di grembiulini neri, colletti bianchi, fiocchetti rossi e decine di immancabili pantaloncini corti…

Istituto San Vincenzo Olbia A. S. 1967/68 Classe 2a elementare. Maestra Suor Gabriella
iRiparo Olbia dieffe 1400 domenico castaldo

Olbia, 3 maggio 2020- La prima volta che vidi fioccare la neve fu il giorno di sabato 7 gennaio 1967. Il giorno seguente mio padre ebbe la felice idea di portarmi con la 1300 Fiat sulle colline tra Telti e Monti per gustare la primizia di quell’inedita, insapore granita bianca distribuitasi omogeneamente sulla campagna attonita.

Da qualche parte custodisco una stampa ingiallita che immortala l’immacolato battesimo: fisso intirizzito l’obiettivo, sul capo ho ben premuto un cappellino con visierina e paraorecchie, indosso un cappotto aperto che supera di poco i ginocchi e dei pantaloncini “principe di Galles” che i ginocchi non li raggiungono, così come anche i calzettoni.  Proteggere le rotule perennemente sbucciate era l’inviolabile tabù di un bambino anni Sessanta. I “pantaloni lunghi” erano status symbol dei grandi e al tempo l’abbigliamento osservava ancora rigorose regole e nette distinzioni.

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A fregarmi furono però le scarpe ortopediche. Dovetti indossarle dai due anni fino ai tempi della scuola media, nondimeno il terapeutico supplizio risolvette il problema dei piedi storti senza lasciare più prove vita natural durante.  Ne avevo quattro paia: due per l’estate, due per l’inverno. Ma l’inverno della bassa olbiese non era l’inverno delle colline di Telti dell’8 gennaio 1967, quello della neve eccezionale che non si vedeva da oltre dieci anni e che dopo pochi minuti di palle di neve e scivolate in cunetta cominciò a perforarmi gli innaturali plantari con le sue gelide zanne .

Gli indimenticabili geloni che ne seguirono furono uno di quei segreti di stato che non avrei mai voluto confidare nemmeno al mio migliore amico. Se fui una tomba nel mai rivelare la causa remota, ovviamente mi fu presto impossibile nasconderne i conseguenti, conclamati sintomi. Mi vergognavo profondamente non tanto della goffaggine causata dal dolore insopportabile ai piedi – che mi impediva di camminare se non piangendo e mordendomi le labbra – quanto dell’eziologia di quelle fitte, che senza alcuna possibilità di appello attribuivo alle scandalose scarpe ortopediche.

Ogni mattina dopo colazione, mia madre, con rimedio antico come la Sardegna, immergeva per dieci minuti i miei piedi lividi nel bidè colmo di acqua tiepida. Ne traevo sollievo, anzi tutto sembrava passare, e quindi zitto, ora stai meglio, vai a scuola e fai il tuo dovere senza troppe lagne.

Ecco però che arrivato a Piazza Matteotti, percorsi soli duecento metri, il mostro riprendeva il sopravvento e mi costringeva ad appoggiarmi qua e là alle auto parcheggiate, o ai muri sporchi delle case. Incespicavo, lanciavo improperi, e una volta arrivato all’Istituto delle Suore vincenziane di via De Filippi stringevo i denti e mi davo un tono di indifferente normalità.

Salivo sempre per ultimo la doppia rampa di scale fino al tiepido odore di conigliera dell’aula della classe prima, stracolma di grembiulini neri, colletti bianchi,  fiocchetti rossi e decine di immancabili pantaloncini corti.

Qualcuno fra i maschietti sapeva, e taceva omertoso, o così mi pareva. Non so quanto tempo passai a combattere il mostro: una settimana, due, non posso rammentarlo con precisione, ma mi sembrò un’era geologica. Forse fu solo una decina di giorni, perché la secca di gennaio esplose puntuale con il tepore dei suoi mandorli fioriti, e quella la ricordo più che bene.

L’Istituto Vincenziano (villa Clorinda) di Via De Filippi, n. 38 in una cartolina degli anni Cinquanta

Me lo aspettavo da qualche giorno, ero il primo dell’appello, e Suor Gabriella la maestra quella mattina mi chiamò alla cattedra per l’interrogazione di grammatica. Sarà stata pure la materia, ma come mi alzai in piedi le fitte furono paragonabili a quelle di cento spilli che perforavano le dita dei piedi solidificatesi come il legno.

Dovevo arrivare fino alla cattedra in modo dignitoso, tale da non tradire il segreto, ma per quanto astuta, la scelta era troppo obbligata per non divenire fallimentare. Finsi infatti di muovermi con una procedura che che la suora non avrebbe tollerato: poggiai le mani sui banchi, da usare a mo’ di stampelle, e procedetti a balzi tenendo i piedi uniti.
“Cammina bene!” mi urlò “e non poggiare le mani sui banchi dei tuoi compagni. Quante volte lo devo dire?” Mi bloccai paralizzato, stavolta non più dai dolori. Non sapevo più cosa fare e cosa dire. Punto primo, non rivelare il segreto. “Allora? Perché ti fermi? Devo venire io là?”. “Suor Gabrie’…non viene perché gli fanno male i piedi. Ha i geloni…” L’avrei preso a pugni. La voce era uscita dal fondo dell’aula, in corrispondenza del penultimo banco della fila centrale. Il mio compagno di banco mi aveva tradito. Fine del segreto. Sapevo che aveva voluto risparmiarmi il ceffone della suora, ma l’avrei ugualmente preso a pugni. Tuttavia fu per me come una liberazione inaspettata. Scoppiai a piangere più per la rabbia e l’umilazione che per il dolore. “Torna al tuo posto”, replicò la suora impietosita. Una volta preso posto continuò a guardarmi rimuginando qualcosa che in quel momento mi sfuggiva.

Non molto dopo suonò la campanella. “Forza bambini, prendete le merendine e mettetevi il cappotto. Oggi usciamo a fare la ricreazione fuori. Tu, Agostino, uscirai per ultimo, insieme a me”.

Mi chiedevo cosa avesse in mente la suora, quale nuova umiliante tortura psicologica volesse infliggermi: costringermi ad assistere alle corse dei miei compagni mentre inseguivano il pallone? Farmi stare seduto mentre gli altri saltavano alla corda? Portarmi in braccio fuori? In braccio alla suora? Sia mai! “No, non voglio uscire, voglio restare qui!” “Tu invece vieni con me! Alzati, su!”. Il tono perentorio di Suor Gabriella non ammetteva repliche, lo sapevano tutti, ma col proferire autoritariamente l’ordine mi venne incontro, mi strinse energicamente la mano destra, mi fece alzare, anzi mi sollevò dal banco tirando in alto il mio corpicino per non far gravare il peso sui piedi.

Scesi i gradini uno per volta, lentamente, cominciai a sentirmi rassicurato, coccolato, e finalmente uscii al sole, alla luce, al tepore, agli odori del pesco e del mandorlo fioriti, ai garriti di centinaia di bambini felici che correvano qua e là con i fiocchetti di tutti i colori distinti per classe dai nodi sciolti e svolazzanti.

“Adesso corriamo. Sei pronto?” Non risposi nulla, ero affranto, esterrefatto, umiliato davanti a tutti quelli che ora tacevano ed osservavano la scena in un silenzio improvviso, surreale. Oramai ero in totale potere della suora. Mi lasciai andare a un punto tale che nemmeno protestai per quella che era per me la più assurda delle proposte, e per due precisi motivi.

Il primo, quello evidente, era che il mostro subdolo mi attanagliava i piedi con ferocia inaudita: come potevo quindi correre, se a stento stavo in piedi? Il secondo motivo era che una suora non poteva correre, per lo stesso motivo per cui una suora non poteva mai e poi mai togliersi il velo in pubblico, perché così facendo avrebbe rivelato il più scabroso dei segreti: la testa rapata delle suore.

La corsa iniziò. Suor Gabriella tenendomi la mano destra mi trascinava e gridava: “Avanti, corri! Non fermarti, avanti, su, avanti così, resisti, resisti, corri, corri…” Correvo e piangevo. Correvo e piangevo e protestavo. Ma a un certo punto correvo, piangevo e guarivo. Guarii. In una sola corsa di pochi minuti, passando e ripassando sotto il pesco che a gennaio già profumava di aprile, i miei dolori si sciolsero come la neve di Telti e tutto tornò normale. Fu la ricreazione del miracolo dei geloni guariti.
Quattro anni dopo o poco più, fra le tante lacrimucce delle bambine suor Gabriella si congedava nell’ultimo giorno di scuola del ciclo scolastico. Ricordò momenti belli e momenti brutti (pochi in verità, almeno per me) dei cinque anni passati insieme. Fra i tanti aneddoti uno lo lasciò alla fine: una buona azione degna di essere ricordata, un exemplum didascalico di altruismo gratuito, cristianamente edificante. Eravamo o no in una scuola elementare tenuta da religiose?  Raccontò di un bambino coi geloni che non riusciva ad arrivare a scuola per i dolori ai piedi (e lì io arrossii) e di un compagno di classe che ogni giorno gli andava incontro, lo prendeva a cavalcioni e da Piazza Matteotti lo portava giù per tutta Via De Filippi fino ai leoni in terracotta che fanno la guardia all’ingresso della scuola.

Come poteva essermi passato di mente? pensai chinando il capo. Avevo rimosso tutto e dimenticato tutto, come si fa con l’ombrello dopo che smette di piovere. Profonda fu la mia vergogna per la mia mancanza di riconoscenza. Che la suora avesse voluto farmi un rimprovero velato? Forse fu così. Ricordo solo che mi voltai sorridendo, e tu ricambiasti il sorriso.

Sembra un racconto da libro Cuore, ma è veramente così che andò, e tutta la scuola era stata e fu testimone di un segreto che solo io mi ero illuso sarebbe rimasto inviolato.  Mi spiace che tu non sia più qui per confermare la storia e arricchirla di dettagli, mio caro compagno di scuola, mio caro Giampaolo Pinna; ma d’altronde, tu che eri mio affezionato lettore, sai benissimo che i bei ricordi riaffiorano meglio e più vividi se filtrati dal  dolore di una perdita irreparabile. Arrivederci.

Giampaolo Pinna, recentemente scomparso, in una delle sue ultime foto

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