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Olbia. Morto l’ex cappellano del San Giovanni di Dio

Un ricordo indelebile

Olbia, 14 febbraio 2018 – Don Ottavio Cossu, storico cappellano dell’Ospedale San Giovanni di Dio di Olbia, è morto a 72 anni. Ieri mattina, dopo aver celebrato messa a Viddalba – suo paese di origine, è stato colpito un infarto mentre si trovava in casa.

Don Cossu ha lasciato un bel ricordo in ogni paese in cui ha esercitato la sua missione cristiana: oltre ad essere stato cappellano del primo ospedale olbiese e vice parroco nella Cattedrale di Tempio, per anni ha vissuto in Africa – precisamente in Mozambico – dove ha cercato di dare sollievo cristiano e materiale ai bisognosi.

Tante le opere di bene fatte dal sacerdote sardo, tra cui la costruzione di scuole e pozzi, ma anche dare il via al microcredito agricolo nella missione di Kavà e l’avvio di una cooperativa per la lavorazione della ceramica nella parrocchia di Kisangara Juu.

Profondo conoscitore della realtà africana, don Cossu – una volta tornato in Sardegna – ha continuato ad ascoltare la sua vocazione missionaria, senza mai smettere di raccontare l’Africa: quella vera, quella che lui ha toccato con mano.

In un blog, don Cossu racconta le vicende africane delle missioni da lui visitate: un racconto che si ferma il 6 gennaio 2018 con l’ultimo post dedicato ai serpenti (animali molto diffusi nel continente africano, come sottolinea lo stesso Cossu).

Nel post dedicato a sé stesso, in cui racconta chi è e cosa ha fatto nella sua vita, don Cossu descrive il suo primo incontro con il popolo makua, reduce da una guerra senza fine: “Reduce da una guerra trentennale, il popolo Makua sembra non sia capace di progettare, né di pensare al proprio futuro. Indifeso, senza giustizia, né governo, nelle mani di chi ha soldi e prepotenza, sempre pronto al furto e alla menzogna per sopravvivere. In questa gente ho trovato un cuore grande e buono, che illumina il volto di luce, affascina, conquista, e trascina chi ha il cuore semplice e desideroso degli altri. Quei fratelli non hanno medicine per curarsi, né ospedali dove ricoverarsi. L’acqua sporca che sono costretti a bere, le condizioni igieniche dove vivono provocano malattie e morte. La buona volontà dei giovani non è sorretta dai mezzi e la sete d’imparare non trova maestri che l’appaghino“.

Al rientro in Sardegna ha anche fondato un’associazione: Noi una famiglia. L’associazione è formata da “volontari che condividono il suo ideale di dedizione agli altri per una crescita umanitaria, sociale e spirituale della persona nel suo ambiente  naturale“.


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