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Usanze, intemperanze e carabinieri alla vigilia di Natale della Terranova di fine ‘800

“La notte di Natale, più che alla commemorazione della  nascita del Divin Bambino viene in Gallura dedicata al dio Ventre e a Bacco sitibondo. Gli uomini si portano, quando non lo fanno presso le case loro, a gozzovigliare  nelle taverne…”

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Molte volte abbiamo attinto, e ancora attingeremo, all’opera del maestro Francesco De Rosa (Terranova Pausania 1854-1938) per scoprire e rivisitare le antiche tradizioni di Olbia e della Gallura, riportate meticolosamente nel libro che più degli altri ce lo ha reso famoso: Tradizioni popolari di Gallura, opera preziosissima, frutto di anni di ricerca, pubblicata sullo scorcio dell’Ottocento. Argomento di oggi è il Natale, e particolarmente la vigilia della festa più bella dell’anno. Nel rileggere le pagine di questa Olbia che fu, di questa Terranova Pausania che nemmeno le nuove generazioni saprebbero immaginare, non aspettatevi presepi, babbinatale o cappellini con le corna di renna, alberi addobbati, panettoni, pandoro e “stelle di Natale”. Grandi mangiate sì, come oggi sempre, ma di cibi e dolci non più di moda, e per il resto, insieme allo stomaco finalmente riempito, quell’esuberanza sanguigna ed allegrona, diviltìda,  tipica del terranovese, che si esprimeva senza ritegno anche durante il momento più santo e solenne: la Messa della Natività. C’è tanta ironia e senso dell’humour nelle parole dell’indimenticato mastru Ziccu: la sua abile penna da cronista delle usanze ora scomparse non risparmia immagini pittoresche e metafore spassose e colorite nel suo racconto, veramente tutto da leggere e rileggere con gusto, per sapere e capire quanto eravamo diversi, e quanto sia radicalmente cambiato tutto in sole tre generazioni di tempo. Riportiamo qui si seguito l’intero paragrafo dedicato al Natale nel volume “Tradizioni”.

M. A. A.

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Francesco De Rosa in una delle sue ultime immagini

 

“La notte di Natale, più che alla commemorazione della  nascita del Divin Bambino viene in Gallura dedicata al dio Ventre e a Bacco sitibondo. Gli uomini si portano, quando non lo fanno presso le case loro, a gozzovigliare (fa’ ribotta) nelle taverne, empiendosi lo stomaco di gnocchi, di maccheroni o d’altri cibi e di frutti secchi, innaffiando il tutto con vino abbondante. Le donne se ne stanno sedute a casa attorno al focolare o al caldano, e le vecchie raccontano, per tener desti i nipotini fino all‘ora d’andare a chiesa, fole e fiabe piacevoli. Verso le dieci e mezza si va in chiesa ad assistere alle sacre cerimonie del Natale. I giovani a Terranova, più che per sentimento religioso, vi si portano per darsi svago: imperocché non pare in quella notte d’essere in chiesa, ma in un teatro di burattini, o in un ridotto di buontemponi e di scostumati. Molti giovanotti portano le saccocce piene di coccole di mirto, di cui i Galluresi sono ghiotti, e ne tirano manate in aria facendole piovere sulle persone; altri portano noci, nocciole e mandorle che schiacciano ivi, e sgusciano per mangiarne i semi ed i gherigli, offrendone alle ragazze, che non li ricusano; altri fichi ed ampolline di vermouth, di vino o di liquori che bevono e fanno bere agli amici ed ai conoscenti.
Intanto si formano dei crocchi, ragionando del più e del meno, parlando di sposalizi contratti o andati a monte, d’innamorate vecchie e nuove, di femmine galanti e “generose”, di richieste di matrimonio e di rifiuti, di scampagnate, di corse, di giuochi, di scommesse, di buoi, di cavalli, di cani, di seminati, di orti, di pastorizia, di pesca e di caccia: passando in rassegna la vita dei presenti e degli assenti; elogiando o biasimando le loro azioni, gli scritti, i discorsi, i detti, i motti; facendo della critica letteraria, scientifica, teatrale, musicale e coreografica. E tutto ciò, non a bassa voce, ma a voce chiara ed intellegibile, esprimendo le idee con enfasi e passione, gesticolando, battendo i piedi, rivoltandosi, ora dall’una, ora dall’altra parte, vociando sempre, interrogando, rispondendo, ridendo, ghignando, zufolando, zittendo, sbuffando, dando e ricevendo sgambetti, urtoni, d’onde nasce sempre un baccano, un parapiglia, un pandemonio indiavolato.

La chiesa di San Paolo che domina l’abitato di Terranova ai primi del XX secolo

I sacerdoti, veduta la mala parata, non sapendo a qual santo votarsi, sono costretti a fare appello alla benemerita (i carabinieri, n.d.r.) perché voglia ristabilire alquanto la calma; ma questa non sempre riesce ad ottenere lo scopo.  Alla mezzanotte il canto del Gloria in excelsis Deo annunzia la nascita del Bambino: allora tutti si danno in preda ad una gioia indescrivibile, vera essa sia o simulata, battendo le mani, percuotendo coi piedi il pavimento, dando pugni ai confessionali, battendo spesso, questi e le panche, con sassi di cui alcuni si erano premuniti; rendendo per tal modo più assordante il baccano e maggiore la confusione.

Mezz’ora dopo termina la funzione religiosa, e usciti di chiesa, tutti riedono alle loro case, dove trovano in pronto un bell’arrosto, che mangiano allegramente, inaffiandolo copiosamente con vini prelibati, e dopo l’arrosto si mangiano dolciumi casalinghi, pane ‘e sabba, cuccjuleddi melati, origlietti, niuleddi, turroni, ecc., bevendovi sopra vin bianco, o moscato, o liquori, in ultimo si beve il caffè. Come è facile figurarsisi, nessuno in quella notte si fa pregare, e quanto si mette in tavola sparisce intieramente nella gola dei commensali; specialmente in Aggius e in Bortigiadas, ove si crede che non rimpinzando bene il ventre, la notte vi si recherebbe la Palpaccja a porre, durante il sonno, una grossa e dura pietra nell‘angolo della pancia rimasto vuoto.

Altare e presbiterio della chiesa primaziale di San Paolo nel particolare di una cartolina degli anni Trenta dello scorso secolo

La sera avanti il Natale, prima l’ora del vespro, i sacerdoti vanno in giro al paese, dopo aver stabilito in qual parte ognuno dovrà all‘uopo passare, seguiti dai sacristi, che portano ciascuno in ispalla una bisaccia ed in mano una piletta a metà d’acqua lustrale, con entro l’aspersorio. Queglino entrando in ogni casa e in ogni vano, fanno coll’aspersorio croci a destra e a sinistra, aspergono coll’acqua santa mobili, pareti e pavimento, pronunziando parole di rito: poi danno  baciare la stola, che loro pende dal collo, a quei di casa, o che altrimenti vi si trovano entro. La padrona di casa mette intanto un pane nella bisaccia del sacrista e lascia cadere nella piletta una moneta di bronzo o d’argento, e invita prete e sacrista a mangiar dolciumi e a ber vino o liquori e caffè.

Il denaro va a beneficio del prete e il pane a profitto del sacrista, meno che a Calangianus, dove avviene all’inverso. Ad Aggius la turba dei fanciulli, che d”ordinario segue dappertutto il prete, gridano: Li cozzuli farini, e cercano rubacchiar legna, quando non viene loro spontaneamente data,per portarla dal prete il quale ne li ricompensa con un tozzo di pane, più o meno grande, secondo la grossezza del fastello ad esso portato.
A Calangianus la sera sul tardi i fanciulli e i giovinotti, quelli in ogni casa e questi presso le ragazze, vanno a chiedere li ceni, ricevendovi in regalo cucciuleddi, papassini, neuleddi, noci, fichi secchi, o altri dolciumi o frutti. Anche a Luras si chiedono sal nottel de chena, ricevendo gli stessi regali che a Calangianus.”

 

(F. DE ROSA, Il Natale, in Tradizioni popolari di Gallura. Usi e costumi, Tipografia Giacomo Tortu di Tempio e Maddalena 1899, ristampa Ilisso edizioni, Nuoro 2003, a cura di Andrea Mulas, pp. 136-138)

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