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OLBIAchefu - brevi racconti

Una storia da nascondere – di Giuliano Deiana

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Olbia, 25 dicembre 2019- Camminava per via Chiabrera a testa bassa. Forse sentiva ancora su di sé il disagio, la vergogna, d’essere stato, suo malgrado, comprimario nello scontro tragicomico che, pochi minuti prima, aveva avuto, in piazza de Ferrari, con sua sorella. Gli pareva che tutti gli spettatori lì presenti lo avessero seguito per canzonarlo o per assistere al seguito della pièce.

Nemmeno il vociare degli animati caróggi1 lo distraeva. Né gli intensi odori che dalle botteghe e dai fóndeghi2 si spandevano per l’intricata rete di viuzze.

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Aveva sempre pensato che quello fosse il suo mondo. Lì, in quelle stradine della darsena, aveva trascorso la sua fanciullezza. E quando, sbarcato da un lungo viaggio, rimetteva piede sui lastricati di via di San Bernardo o di via Giustiniani, sentiva, finalmente, d’esser ritornato a casa.

Ora, invece, provava un malcelato disagio. Come quella volta che era ritornato da Olbia. Lì, nel suo paese nativo, in quella Terranoa da cui era partito infante insieme ai suoi genitori ed al fratello e dove non aveva mai più rimesso piede fino all’età adulta, aveva riscoperto profumi da lunga pezza dimenticati o, forse, mai conosciuti: una diversa fragranza del mare, effluvi mescolati al salmastro di mirto e di lentischio. Aveva ritrovato il calore di affetti familiari obliati.

Arrancò su per la salita di Santa Maria di Castello, con lentezza; certo per ritardare, il più possibile, il momento in cui, aprendo la porta, la moglie lo avrebbe visto in faccia.

Dall’uscio spalancato dell’Ostaia do Castello, giungevano schiamazzi di gente allegra, rumore di posate sbattute sui piatti e puzzo di stoccafisso.

Sciô bàcàn3… – qualcuno lo chiamò, ma lui fece finta di non sentire. – Pino! – insistette la voce.

Era Gino, il suo padrone di casa ed amico. Si fermò per un attimo; girò la testa quel tanto che bastava per fargli capire che lo aveva sentito e riconosciuto, ma senza mostrargli il volto. Sollevò il braccio in segno di saluto e gli disse in fretta:

Ciâo! g’ho spréscia; se védemmö dòppö e se bevemmö ‘n gottö.4

Affrettò il passo e, di mala voglia, salì le scale che lo conducevano a casa.

Quando la moglie aprì la porta, lo guardò in faccia e, dopo un attimo di smarrimento e di sorpresa, gli disse:

Cussa est sòrre tùa! As incontradu a Maurizia?5

Cinque solchi sanguinolenti gli rigavano ciascuna delle guance.

Peppino chinò la testa in segno di assenso e, entrato in casa, si sedette sulla prima sedia che gli capitò a tiro. Vittoria continuò:

Ìte t‘aìo nàdu? si l’ischìt, cùssa ti raffiàt.6

Peppino annuì.

– Pure tu, però! già potevi fare a meno d’andarci.

– Domenico è mio fratello!

Jà l’isco chi Duminigu est fràde tóu, ma cùssu ch’at fàttu no est nemmàncu béllu.7

Ancòra cun cust’istória, Vitto’. No finìt mai!8 Sarebbe anche ora di girar pagina – disse sospirando in modo rassegnato.

E nàralu a sòrre tùa! No crèo chi l’àpat ancòra diggirìda. S’ìdet dài sos ròffios chi t’at fàttu.9 – Disse Vittoria dirigendosi verso il bagno.

Ritornò con un batufolo di cotone e un flacone di alcol e, con lo zelo che sua madre le aveva insegnato a metter in tutte le cose che faceva adoperando le mani, si mise a disinfettare, unghiata per unghiata, i dieci graffi sulle guance del marito già solcate dalle rughe profonde che il mare aveva inciso sul suo volto di marinaio.

Un àtteru pàgu e ti nhde bogàiada pùru sos òjos. Còmo, aisetta chi si la dèvet leàre pùru cùn mégus.10

Ìte b’intràs tùe?!11

No l’isco; dimandhàlu a sòrre tùa.12

Peppino si appoggiò meglio allo schienale della sedia, allungò le gambe, lasciò penzolare le braccia inerti e, arrovesciato il capo, trasse un profondo sospiro e, suo malgrado, qualcosa più forte della sua volontà gli riportò alla mente tutto ciò che, nonostante fossero passati tanti anni, non aveva mai dimenticato.

– Giuseppe, – gli aveva detto la suora quel mattino appoggiandogli affettuosamente una mano sulla spalla – la mamma oggi è stanca, non ha fame. Ora dorme. Vai piccino, ritorna a casa. La bacerò io per te, la mamma.

Aveva lasciato l’ospedale di San Martino: la piccola gavetta ricolma della minestra che, ogni giorno, zia Miria13 gli preparava perché la portasse alla sua mamma e il naso all’insù per vedere le cocorite che schiamazzavano sui rami alti degli alberi nel grande parco.

A casa, suo fratello Domenico, più grande di lui di sei anni, lo aveva coccolato accarezzandogli i capelli con le sue manone di ragazzone buono e maldestro. Maurizia invece, sgambettava ignara dentro la sua culla di legno.

Per il funerale di Maria, erano giunti da Olbia i fratelli Pietro e Giovanni, ma non c’era il marito Gavino imbarcato su un cargo in navigazione nello stretto di Magellano.

Zia Miria, un’amica di sua madre, terranovese anch’essa e anche lei moglie di un navigante, loro dirimpettaia nell’antico palazzo di via di San Bernardo, si era portata Maurizia a casa e cercava, come poteva, di sostituirsi alla defunta, nelle piccole faccende quotidiane e anche negli affetti.

 

Gli anni trascorsero per Peppino, come per tutti gli orfani, raccattando benevolenza da chi poteva dargliene, imparando a desbelinâse14 nei caróggi, a comportarsi bene con le bambine, da Aurora che, a casa di zia Miria, sentiva più sorella di Maurizia – forse perché entrambi erano accomunati dalla medesima età – a nuotare e ad andar per mare, dal fratello.

Ma passarono, quegli anni, anche aspettando che il padre rientrasse da quei suoi lunghi viaggi che duravano un anno e anche più.

Quando, nei suoi giochi, si spingeva fino alle Mura delle Grazie, non poteva non affacciarsi, appoggiando i gomiti al parapetto del muraglione, per guardare, oltre le calate, i bastimenti e i piroscafi in rada o all’orizzonte, sperando sempre che, fra quelli che entravano in porto, ci fosse anche quello che gli riportava il suo babbo.

Bainzu15 era un buon padre: tenero ed affettuoso, quando c’era. La morte dell’amata Maria lo aveva profondamente segnato e il dover abbandonare, così lungamente, i suoi tre figli ad ogni viaggio, lo angosciava ancor di più.

Molte volte, dopo la morte della moglie, aveva cercato di cambiar mestiere, ma, i suoi tentativi, non erano mai approdati a nulla di concreto. Perfino nell’impresa di recuperi marittimi del cognato Pietro aveva tentato. Ci aveva provato, ma la paura d’andar sott’acqua era stata più forte: lui era nato per navigarlo in superfice, il mare, non per andarci sotto.

Così, al pover’uomo, parve, finalmente, di aver risolto tutti i suoi problemi quando una donna accettò la sua proposta di matrimonio.

Era bella, era giovane – molto più giovane di lui – era vedova e aveva tre figli anche lei, di età non molto lontane da quella di Peppino e di Maurizia.

Si chiamava Emilia ed era originaria di Taranto. Il defunto marito, un camàllo16 morto qualche anno prima in porto per la caduta del carico dalla braga di un bigo17 che era stato armato male, l’aveva lasciata con pochissimi soldi e molte preoccupazioni.

Così, la povera donna, aveva dovuto rimboccarsi le maniche e andare, come méistra de giancàia18, ma a volte anche come bugàixe19, nelle case in cui c’era bisogno della sua opera.

E la casa di via di San Bernardo era diventata una di quelle, da quando Domenico, trovato lavoro, coi suoi guadagni, aveva voluto mallevare, almeno dalle fatiche del bucato, la sorellina Maurizia e, soprattutto, zia Miria che, nonostante la sua famiglia fosse cresciuta e la impegnasse non poco, continuava a occuparsi di loro.

Quando la buona donna seppe della proposta di matrimonio che Bainzeddhu20 aveva fatto ad Emilia, non la prese molto bene:

Bainze’ – gli disse – èo ti cumprèndho; pure per i figli tuoi hai bisogno di una donna in casa. Ma abbàida ‘ène cùssu chi ses fàttendhe: cùssa fémina est tróppu zòvana pro s’edàde tua; tue ses navighèndhe péri su màre e ìssa restàt sóla in dòmo tua. Pensabi ‘ene, Bainze’!21

Il matrimonio fu celebrato nella chiesa dei naviganti di San Francesco da Paola, sul colle di San Teodoro dove Emilia aveva abitato col suo primo marito.

Domenico, che era il più grande dei sei, con la sua prima cravatta al collo, aveva fatto da testimone al padre. Gli altri cinque figli della coppia, esaltati dall’inusuale cerimonia che celebrava le nozze del loro genitore con un’altra persona che loro genitore non era, avevano festeggiato, tutti agghindati con gli abiti migliori, come potevano e come da tempo non accadeva, l’inaspettata prospettiva di andare a vivere tutti insieme

Per ingannare l’attesa che il frate officiante finisse di pregare e di predicare, avevano contato e ricontato i putti che facevano preziosa corona all’effige del Santo protettore sull’altare. Nel suo saio marrone, la sua povertà contrastava in modo stridente con la ricchezza dei marmi policromi della settecentesca cappella. Poi, vocianti, erano scesi di corsa per una crêuza22 mattonata e, su due carrozze che lo sposo aveva noleggiato, avevano raggiunto la calata agli Zingari dove, in una vecchia friggitoria, si erano rimpinzati di panìssa,23 di calamari, di acciughe e di pigneu24 fritti, di frisceu de bacalà.25

                Quando tornarono a casa, per la prima volta tutti insieme, festeggiarono ancora un poco con zia Miria, con Aurora e con qualche altro amico del palazzo, poi andarono tutti a dormire: gli sposi nella loro camera da letto, Domenico in un attiguo stambugio che prendeva un poco di luce solo da un alto lucernaio posto sulla parete che divideva la stanzetta dalla camera matrimoniale e i cinque ragazzi in un’unica grande stanza divisa per metà da una pesante tenda: da una parte i due maschi, dall’altra le tre femmine.

Passata l’iniziale euforia della novità, il sonno calò quasi subito nella grande stanza. Domenico, invece, non riusciva a chiudere occhio. Attutiti ma intellegibili, dalla camera del padre arrivavano sussurri lievi, un rapido ansimare maschile e tenui sospiri di donna, coperti, di quando in quando, da un più intenso cigolare della rete del letto.

Una spina rovente bucò il cervello di Domenico.

Dalle finestre socchiuse per far entrare un po’ di primavera, giungeva, lontana, la voce di un innamorato ubriaco che, in via di San Bernardo, cantava il suo amore alla luna e ai gatti:

Avanzîte in pittin faccin da baxî

            che questa serenata a l’è pe tì.

            Ô sò che ti me sentî, ma ti taxî

            mentre te cäo vedde che sôn chì…26

Domenico si rigirò nel letto e cercò di dormire, ma non ci riuscì. Pensava alla madre che non c’era ormai più da tanto tempo, al padre che si era risposato e alla sua matrigna. Pensò ad Emilia, al suo profumo di bucato e di pulito, al suo seno florido e si sentì sprofondare in un abisso senza fondo.

Giù nella strada l’ubriaco continuava la sua canzone:

Mi te dômandô in pö de comprensciôn,

            fâmme stô piaxeì, arvî in pö ô barcôn.

            Nô ti ô senti l’odô da primmaveja?

            In te venn-e sangue nô ti në?

            Ti me vêu fä stä chì pë tutta a seja

            e tantô tribulâ senza pietæ?

            Mi me sentô ô me cheu cô batte forte,

            in te venn-e ô sangue remesciâ…27

 

Passarono ancora degli anni. Domenico, già barcassante28 dal suo primo impiego, era divenuto padrone marittimo nella Rimorchiatori Genovesi, Peppino aveva trovato imbarco  su un bastimento di piccolo cabotaggio che faceva la spola fra Genova e Marsiglia, Maurizia era una giovane signora appena maritata, Bainzeddhu, divenuto vecchio, era definitivamente sbarcato ed in pensione ed Emilia continuava ad essere bella e a fare la madre di famiglia in una famiglia che si era ormai disgregata perché anche i suoi figli erano andati ciascuno per la propria strada. Solo Domenico, scapolo impenitente, restava nella vecchia casa di via di San Bernardo.

O bà’, òe no andhàdes a giogàre a bòccias? No ti n’à cüæ?29 – chiese, un mattino, al padre.

– No, Dome’, ho promesso a Maurizia che sarei andato a trovarla. Resterò a pranzo da lei.

– Volete che vi accompagni, ba’?

– No, no. Fino a Carignano30 ci arrivo. Vado a piedi, così mi faccio quattro passi. E tu non esci? O dèves falàre in póltu?31

No, òe so lìbberu. Còmo mi fumo una Nazionale e dabói ‘esso a mi buffàre una tàzza.32

E va bè’, fìzu mé’. Ci vediamo stasera. E non bere molto, – aggiunse uscendo – chi tue mi pàrret chi l’as a vìsciu comènte zìos tuos.33

Quando il padre uscì, Domenico si alzò, si avvicinò alla finestra e si accinse ad accendersi una sigaretta.

In cucina, Emilia ultimava di lavare i piatti della sera prima.

– Aspettami – gli disse – che ce la fumiamo insieme.

– Babbo non vuol vederti fumare.

– Son tante le cose che tuo padre non vuole che faccia. Ma ora non c’è e non può vedermi – disse la donna uscendo dalla cucina. Terminò di asciugarsi le mani, tolse il grembiule e si sedette accanto al tavolo.

– Allora, me la offri o no questa sigaretta? – disse scostando la sedia che le stava accanto perché Domenico vi si potesse sedere. Poi, con gesto non curante, slacciò un bottone della camicetta e se la accomodò meglio sulle spalle con entrambe le mani. Lo scollo si aprì mettendo meglio in vista la sua pelle velluta e candida e un seno generoso.

Giù, nel caróggio, la voce un po’ querula di una bezagnìna34 si mescolava a quella di un pesciaieu:35

Gh’emmu pèven belìscimiii e galétti de prìmma qualitæee.36

–  Anciôe bèlleee, anciôeee. Vegnî a véddeee.37

Le solite voci, il solito trambusto, i soliti odori di sempre. Eppure, a Domenico pareva di non averli mai percepiti. Lì, nella stanza da letto del padre, su quel letto matrimoniale non suo, con la matrigna al suo fianco in languido torpore e con la veste succinta, gli giungevano come ovattati, distanti come se provenissero dalle lontananze remote del passato.

Emilia lo baciò sulla bocca, scese dal letto e si rassettò con cura gli abiti davanti allo specchio.

– Io non posso viver più in questa casa – disse Domenico guardando fissamente il soffitto. – Non posso più stare in questa casa; non posso più stare qui con mio padre. – Sospirò come per ingoiare una grossa pena. – Che Dio mi perdoni per l’oltraggio che gli ho fatto.

– Che colpa abbiamo? Non è una colpa amare. Io ti ho amato da subito.

– E allora perché hai sposato babbo?

– Quella sì che è stata una colpa.

– Io devo andarmene; non posso più stare qui.

– Io non ti lascio. Verrò con te.

– E dove andiamo?

– Casa mia è ancora vuota.

– No, io me ne vado a Ponte Reale, in foresteria. Pói amus a bìdere38 – disse alzandosi e ricomponendosi i capelli.

– Che hai detto?

– Ho detto che poi vedremo. Devi parlare con babbo – le disse Domenico dopo un attimo.

– Anche tu – gli rispose Emilia. – È giusto dirglielo.

Zia Miria fu la prima a sapere che cosa era accaduto perché, uscendo di casa, Domenico l’aveva incontrata sul pianerottolo e, alla vecchia era bastato guardarlo in faccia per capire che qualcosa di grave era successo.

– Uscendo stai? Dàe prìma dèpias ‘essìre! – gli disse – gài no aias leàdu fógu. – Poi, quasi sottovoce commentò – Cólzu Bainzeddhu! Nàdu l’aio chi non fit fémina pro ìsse. Fit piùs adàtta a su fìzu chi no a ìsse.39

Poi l’aveva saputo Maurizia. Glielo aveva detto zia Miria che, inutilmente, aveva cercato le parole più acconce per darle la stravolgente notizia.

A stento Emilio, suo marito, l’aveva trattenuta dal precipitarsi in via di San Bernardo, armata di unghie, di coltelli e di bastoni, per dare al fratello la lezione che meritava.

Come poteva, quel vigliacco debosciato, quella ruménta40 esser nato dallo stesso ventre che aveva generato lei?

E come avrebbe potuto dirlo a suo padre? Pover’uomo!

Sarebbe stato relativamente facile dirgli che la moglie se ne era andata a casa sua perché aveva bisogno di stare un po’ da sola, quella bagascia, per ripensare un po’ al loro rapporto.

Ma come avrebbe potuto informarlo che lei, quella leggera41 della sua sposa, quella disgraziata che aveva osato prendere il posto di sua madre nel talamo nuziale, quel marsùmme42 innominabile che aveva osato esser la sua matrigna, che quella sporcacciona lì era andata a arubatâse43 nel loro letto col suo figlio primogenito, col suo proprio figliastro a cui avrebbe dovuto fare da madre? Come avrebbe potuto farlo? Non l’avrebbe fatto.

Decise che avrebbe dato la notizia al padre con gradualità, poco alla volta, incominciando col dirgli che Emilia era dovuta partire d’urgenza a Taranto. Come se un allontanamento così improvviso e repentino fosse una cosa credibile! Be’, tanto meglio: se il poveretto avesse mangiato la foglia, tutto, poi, le sarebbe stato più facile.

Intanto, da subito, gli avrebbe imposto di dormire lì da lei e, poi, di trasferirsi a Carignano in via definitiva.

 

 

 

 

 

Dopo Maurizia lo aveva saputo anche Peppino, rientrato che fu a Genova. Naturalmente, appena sbarcato, era andato difilato a casa del padre, in via di San Bernardo, con ancora la sacca da marinaio in spalla.

Lì, però, aveva trovato tutto sbarrato, tutto chiuso e silente come se fossero morti tutti.

Bussò alla porta di fronte e un’Aurora imbarazzata gli raccontò, come poté, l’accaduto.

– Ma mio padre dov’è – le chiese.

– Da tua sorella; da Maurizia. Abita lì, ora – gli rispose.

– E Domenico? E Emilia? – insistette Peppino.

Gli rispose zia Miria che, nel frattempo, s’era affacciata all’uscio:

Chi Déus los perdonet!44

Peppino si chiese se il Padreterno avrebbe dovuto perdonarli per quel che avevano fatto o per quel che ancora stavano facendo.

Zia Miria capì e gli precisò:

– Vivono insieme nella casa che fu la sua, in salita degli Angeli, credo.

Quando vide il padre, lo abbracciò con tenerezza. La sorella, invece, con tono minaccioso, lo diffidò d’andare a trovare il fratello.

– Per noi lui è morto. Guarda bene di non andare a trovarlo. Né ora, né mai, se non vuoi che ti cavi gli occhi. Pe niatri o l’è mortu. Mia ben de nun ana a truvalu. Ne oua, ne mai, se nu ti voe che te cave i oeggi.45

A Peppino venne voglia di dare una sberla alla sorella, come faceva quando era una bambina prepotente; ma ora era una signora.

A lei la prepotenza non era passata, lui, invece, si era calmato: era diventato un non violento, l’uomo più pacifico di questo mondo.

Quando Maurizia si fu allontana in cucina, Peppino, guardò il padre quasi a chiedergli la sua opinione.

– Non lo sai? È fatta così! Lo fa perché mi vuol bene. Mi vuole difendere. Vuole riscattare il mio onore offeso. Vuole punire Domenico. E invece dovrebbe punire me.

– Ma state scherzando?

– No, nemmeno un po’. Non avrei dovuto sposarla. E avrei dovuto capire subito che voleva bene a Domenico, non a me. Avrei dovuto pensare a lui invece che a me stesso, al suo letto invece che al mio.

Poi guardò fuori dalla finestra, oltre la Foce, il mare che si stendeva, calmo e azzurro, fino all’orizzonte. Calavano le prime ombre della sera e i fanali che segnavano l’imboccatura del porto, occhieggiavano.

– Non dar retta a tua sorella e non abbandonare Domenico. Non perderlo anche tu. Ti vuole bene e ha bisogno di aiuto. Quando lo vedi, digli che lo perdono. Anzi, digli che non ho nulla da perdonargli – e, così dicendo, tese la mano in una rapida carezza immaginaria di quel suo figlio perduto. – Credo che non lo vedrò più. Maurizia me lo impedirà. Digli che gli voglio bene.

Due timide lacrime gli spuntarono dagli occhi, ma subito le cancellò con un gesto rapido del dorso della mano per non abbandonarsi troppo a quella debolezza romantica.

La notte calava rapidamente sui tetti e sul mare. Peppino si alzò, abbracciò il padre e si allontanò da quella casa senza salutare la sorella.

Quando finì di elucubrare e di ricordare, Vittoria era lì davanti a lui e gli scrollava affettuosamente il braccio:

– Peppinooo, Peppi’…, non farmi spaventare. Addormentato ti eri?

– No, no. Sto bene. Stavo solo pensando.

Mancu male! Mi so assucconada. Abbaida chi t’at ciamadu Gino46. Ha detto che ti sta aspettando per bervi un bicchiere.

Di là dalle finestre, si udivano i fischi prolungati di tutte le navi agli ormeggi e in rada. L’Andrea Doria stava entrando in porto tra due ali festanti di rimorchiatori coi gran pavesi issati come nelle occasioni più solenni e gli idranti che lanciavano in aria i loro potenti getti d’acqua per salutare l’ammiraglia che avanzava, lenta e maestosa, verso il suo attracco a Ponte dei Mille.

Note:

Gavino morì a 76 anni per insufficienza cardiaca nella casa della figlia Maurizia. Non gli era stato più consentito di rivedere il suo primogenito nonostante il suo desiderio di incontrarlo fosse manifesto e fortissimo. Fu sepolto a Staglieno accanto alla prima moglie Maria.

Domenico continuò a lavorare in porto, come padrone marittimo di prima classe, sui rimorchiatori della Rimorchiatori Riuniti. Nel periodo bellico era stato imprigionato e sottoposto a tortura dalla Gestapo, nella Casa dello Studente, durante gli scioperi operai del marzo del 1943. Lui ed Emilia vissero sempre insieme, affettuosamente vicini ed accettati ormai da tutti gli amici e da quasi tutti i parenti, fino alla tarda età. A distanza di un mese morirono entrambi e anch’essi furono sepolti, l’uno accanto all’altra, nel cimitero di Staglieno.

Peppino continuò a navigare sulle petroliere. Quando, il giorno 11 dicembre 1941, “l’Italia fascista e la Germania nazionalsocialista, sempre più strettamente unite” scesero “a lato dell’eroico Giappone contro gli Stati Uniti d’America” senza aver preventivamente richiamato in patria il naviglio navigante, trovandosi con la sua nave negli USA, fu internato in un campo di prigionia nel Montana dove, da altri terranovesi, imparò il sardo. Si sposò a Olbia e, rientrato a Genova, continuò, insieme alla moglie, a frequentare Domenico. Morì, per un incidente sul lavoro durante le manovre d’ormeggio della sua petroliera, in Libano. È, sepolto, insieme alla moglie, nel cimitero di Olbia.

Maurizia ebbe tre figlie. Seguitò a difendere l’onore del padre e a rifiutarsi di concedere il suo perdono al fratello. Quando la salma dello sfortunato Peppino arrivò a Genova dal Libano, suo malgrado dovette incontrare Domenico e, insieme a lui e agli altri parenti, dovette imbarcarsi sul traghetto alla volta di Olbia dove furono celebrati i funerali. Per tutto quel tempo non rivolse mai né una parola né uno sguardo al fratello fedifrago.

 

©Giuliano Deiana

  • 1 -Tipici vicoli del centro storico di Genova.
  • 2- Botteghe di vino.
  • 3 -Signor padrone.
  • 4 -Ciao! ho fretta; ci vediamo dopo e ci beviamo un bicchiere.
  • 5 -Quella è tua sorella [che ti ha ridotto così]. Hai incontrato Maurizia?
  • 6 -Che cosa ti avevo detto? se lo sa, quella ti graffia.
  • 7 -Già lo so che Domenico è tuo fratello, ma quello che ha fatto non è nemmeno bello.
  • 8 -Ancora con questa storia, Vitto’! Non finisce mai!
  • 9 -E dillo a tua sorella! Non credo che l’abbia ancora digerita. Si vede dai graffi che ti ha fatto.
  • 10- Ancora un po’ e ti cavava anche gli occhi. Ora, aspetta che se la deve prendere anche con me.
  • 11 -Che c’entri tu?!
  • 12 -Non lo so; chiedilo a tua sorella.
  • 13 – Giovannamaria
  • 14 -Togliersi dai guai.
  • 15 – Gavino 
  • 16- Scaricatore del porto.
  • 17-Albero di carico di un bastimento.
  • 18- Sarta specializzata in cuciture e rammendi di biancheria.
  • 19-Lavandaia
  • 20 – Gavinuccio
  • 21- Gavinu’, io ti capisco; … Ma guarda bene quel che stai facendo: quella donna è troppo giovane per la tua età; tu stai navigando per il mare e lei rimane sola in casa tua. Pensaci bene, Gavinu’!
  • 22- Stradina che dalle colline scende a mare.
  • 23- Bocconcini preparati con farina di ceci.
  • 24- Avannotti di pesce azzurro.
  • 25- Frittelle di baccalà.
  • 26- Affacciati un poco visino da baci / che questa serenata è per te. / Lo so che mi senti, ma taci / mentre ti fa piacere vedere che sono qui…
  • 27- Io ti chiedo un po’ di comprensione, / fammi questo piacere, apri un poco la finestra. / Non lo senti il profumo della primavera? / Nelle vene sangue non ne hai? / Vuoi farmi restar qui tutta la sera? / e farmi soffrire tanto senza pietà? / Io sento il mio cuore che batte forte, / nelle vene il sangue ribollire…
  • 28- Membro dell’equipaggio di una barcaccia. La barcaccia era il mezzo di bordo che venne a lungo usato per far approdare i velieri alle banchine, e per questo, a Genova – ma non solo – e fino a non molti anni fa, i rimorchiatori erano detti così: barcacce.
  • 29- O babbo, oggi non andate a giocare a bocce? Non ne hai voglia?
  • 30- Quartiere residenziale di Genova.
  • 31- O devi scendere al porto?
  • 32- No, ora mi fumo una Nazionale e dopo esco per bermi un bicchiere.
  • 33- E va be’, figlio mi’ […] che tu mi pare che ce l’hai [il bere] a vizio come i tuoi zii.
  • 34-  Fruttivendola
  • 35- Pescivendolo 
  • 36- Abbiamo [funghi] nebbioni (clitocybe nebularis) bellissimi e finferli di prima qualità.
  • 37 -Acciughe belle, acciughe. Venite a vederle.
  • 38-Poi vedremo.
  • 39-Prima avresti dovuto uscire! Così non avresti preso fuoco. Povero Gavinuccio, l’avevo detto che non era una donna che andasse bene per lui. Era più adatta al figlio che a lui.
  • 40-Spazzatura
  • 41 -Persona di poco conto, che non si impegna, vive alla giornata e per via del suo atteggiamento è di cattivo esempio per gli altri.
  • 42- Putridume
  • 43- Ruzzolarsi
  • 44- Che Dio li perdoni.
  • 45- Per noi è morto. Guarda bene di non andare a trovarlo. Né ora, né mai se non vuoi che ti cavi gli occhi.
  • 46- Meno male! Mi sono spaventata. Guarda che ti ha chiamato Gino.

 

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