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Turismo, dibattito stagionali ancora aperto: contratti inadeguati

La posizione di CGIL Gallura, che denuncia l'inadeguatezza dei contratti proposti da molti imprenditori

Turismo, dibattito stagionali ancora aperto: contratti inadeguati
Turismo, dibattito stagionali ancora aperto: contratti inadeguati
Camilla Pisani

Pubblicato il 12 giugno 2021 alle 06:00

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Olbia. La polemica sugli stagionali non si placa, e sono diverse le posizioni in merito: certo è che la mancanza di questa categoria di lavoratori rischia di compromettere l’andamento di una stagione turistica già partita a rilento; la questione è complessa, ma la percezione in merito della CGIL Gallura è decisa ed incentrata sui diritti dei lavoratori, troppo a lungo sottovalutati.

“In tutta Italia, a quanto riportato dagli organi di stampa, sembra che gli imprenditori abbiano difficoltà a trovare stagionali disposti a lavorare; la prima considerazione che mi viene da fare è che il reperimento dei lavoratori stagionali è sempre piuttosto difficile e questo è da attribuire al fatto che vengono proposti contratti del tutto inadeguati, inaccettabili, che se il lavoratore avesse più rispetto della propria professionalità e delle proprie competenze dovrebbe rifiutare ma che, preso dalla necessità, accetta. Dico questo perché noi, come sindacato, da sempre ci battiamo durante la stagione estiva, per la tutela dei diritti dei lavoratori in base a quelle che sono le loro professionalità, ma ogni anno vengono proposti contratti assolutamente non in linea con le caratteristiche specifiche. A fronte di dodici ore di lavoro, sette giorni su sette, senza riposo, in condizioni quasi disumane di lavoro, la maggior parte degli imprenditori propongono tra i 900 ed i 1200 euro al mese tutto compreso, o nel caso di retribuzioni più elevate, si tratta di contratti omnicomprensivi di tredicesima, quattordicesima e tfr. Tutto questo fino all’anno scorso rimaneva un po’ sommerso, proprio perché il lavoratore, pur di portare a casa da mangiare, era disposto ad accettare condizioni improponibili; adesso invece, grazie ai legittimi sussidi statali venuti fuori con la pandemia, il lavoratore finalmente ha riscoperto la sua dignità, comprendendo che andare a lavorare a ritmi serratissimi per 1200 euro non è adeguato, e può scegliere di stare a casa, investendo sulla sua formazione o sulla sua famiglia. Come sindacato siamo indignati perché invece sta passando il messaggio che sono i lavoratori a non aver voglia di fare nulla, quando al contrario sono gli imprenditori che devono capire che il lavoro va pagato dignitosamente, senza schiavismi; ben vengano i lavoratori che rifiutano condizioni di lavoro disumane. In più c’è il discorso che spesso e volentieri chi lavora dieci o dodici ore al giorno, viene invece assicurato per quattro ore, il che significa che, al termine del rapporto di lavoro, il dipendente percepirà un’indennità di disoccupazione ridicola, insufficiente a dar da mangiare alla famiglia. La verità è che gli imprenditori che hanno cercato dipendenti proponendo contratti allineati a quelli nazionali non hanno incontrato alcuna difficoltà; un esempio tra tutti, la Starwood, che paga il giusto la professionalità che richiede. Diversamente, riceviamo tantissime segnalazioni di buste paga gonfiate ad arte inserendo il tfr, magari consegnandole direttamente a fine rapporto, momento nel quale il lavoratore fa l’amara scoperta, dopo essersi illuso di aver portato a casa uno stipendio considerevole” spiega Luisa Di Lorenzo, segretaria generale di CGIL Gallura.

Altro discorso è quello relativo al rapporto tra domanda e offerta regolato dai Centri per l’Impiego: “se funzionassero le politiche attive del lavoro e la regolazione di domanda e offerta da parte dei Centri per l’Impiego, la situazione sarebbe ben diversa, perché questi potrebbero farsi garanti dell’applicazione dei contratti di lavoro ed anche perché il lavoratore, dopo un tot di rifiuti ad offerte di lavoro, si vedrebbe sospesa la misura di sostegno al reddito. Purtroppo però questi meccanismi, che normativamente funzionano molto bene, non funzionano altrettanto perché gli imprenditori preferiscono assumere tramite altre vie. Gli imprenditori hanno preso anche loro i sussidi e hanno speculato sui lavoratori mettendoli in cassa integrazione, totalmente a carico della fiscalità generale, spesso facendoli anche lavorare” conclude Di Lorenzo.

Il sistema del lavoro stagionale comincia quindi a denunciare le sue lacune, e forse da questo dibattito tanto infuocato quanto sentito potrà prendere forma un nuovo modello lavorativo, che tenga conto sia delle esigenze degli imprenditori, sia della dignità dei professionisti.