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Tempio: l’Arte relazionale dell’artista Gabriella Locci

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Tempio, 1 Dicembre 2019 – “Per essere nella storia bisogna fare storia, non uniformandosi al già fatto, ma con un’opera nuova”. Queste parole dell’artista sarda di Ulassai, Maria Lai rivelano l’essenza dell’arte, determinata dal suo costante rinnovarsi, tesa a scoprire diversi linguaggi o rimodulare quelli esistenti, creare nuovi percorsi e contaminazioni.

E soffermandoci sulla parola in/nov/azione, oggi vogliamo parlare di un’artista sarda Gabriella Locci che ha presentato – insieme a Dario Piludu, con la collaborazione dell’Associazione Editori Sardi – la sua opera “Noi e il mondo”, in uno dei numerosi incontri culturali che si sono tenuti a Tempio,città che ha ospitato l’evento “Qui c’è aria di cultura”, legata a L’Isola dei Libri, mostra libraria dell’editoria sarda.

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Courtesy of ©Archivio AES ph. Salvatore Taras

L’opera, espressione di arte relazionale e partecipativa, potrebbe evocare quella che Maria Lai realizzò nel settembre del 1981 “Legarsi alla montagna”, in cui l’artista ogliastrina coinvolse l’intero paese di Ulassai facendo legare tra loro case  e montagna con un lunghissimo nastro azzurro. Ma, l’opera di Gabriella Locci si diversifica e si rinnova, presenta un suo peculiare carattere.

L’artista di origini cagliaritane è la direttrice di Casa Falconieri, centro di ricerca per le arti visive: incisione, stampa digitale e video.

Il suo linguaggio espressivo raffigura una dimensione esistenziale dove si  sofferma a riflettere sul rapporto dell’uomo con gli altri, con le cose, con il mondo, che traduce facendo affiorare quell’imponderabilità, ineluttabilità, quel lato oscuro che lega l’esistenza di ogni individuo a nuove possibilità e significati.

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Atlantica 4,  2005 – Courtesy of Archivio Gabriella Locci

Nelle sue opere sono presenti segni di esistenze, ferite, punti di fuga tra  campiture chiare: respiri di luce o di pensiero che si rifrangono, collegano, inducono a  scelte e scon/volgono.  Tracce quali sofferenze ataviche – che ora, rivestite di forza e passione, aprono varchi a nuove sfumature, alterità, luoghi mentali.

Infatti, nell’atto dell’incisione, l’impressione finale può mutare la forma, i colori (dominanti rosso e nero) si estendono verso nuovi spazi, si creano nuove fessure – alternative dell’esistere –  e si aggiungono nuove “pieghe”, nuove esperienze.

Da uomini in cammino siamo soggetti all’incertezza che si percepisce come ineluttabilità, ma che può rivelarsi come una possibilità (Husserl). L’uomo è un semplice modo d’essere, che mostra una “determinata situazione” soggetta a “deviazioni”,  intese come opportunità. O meglio, se ci focalizziamo su un percorso di vita, possiamo visualizzarla come un’insieme di  esperienze, che sottratte alla volontà dell’uomo si offrono nel loro accadere  con nuovi significati, a volte incomprensibili, che poi l’azione del tempo le rende intellegibili, ma sono sempre possibilità.

Courtesy of ©Archivio AES ph. Salvatore Taras

A Tempio l’artista ha presentato la sua opera performativa “Noi e il mondo”,  dove la fruizione dell’opera si è definita nell’interrelazione tra i presenti (arte  partecipativa): un’esperienza socio-culturale di condivisione di elementi della nostra identità, al fine di acquisire o fortificare la consapevolezza del loro valore.

L’opera si presenta come un libro antico, una pergamena arrotolata, realizzata in stoffa, dipinta con colori e tracce segniche che alludono alla terra di Sardegna.

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Courtesy of ©Archivio AES ph. Salvatore Taras

Sulla tela, tempestate di spazi, stesure di colore, ora intenso o sfumato si svincolano, si avvicinano, comunicano una tensione emotiva evocata dal colore che prevale, si “stacca”, emerge.  È il rosso, macchia di energia e passione che riflette il temperamento della gente dell’isola che per il suo stato d’insularità quasi si “ripiega” su sé stesso per rafforzarsi, intensificarsi. Infatti, gli abitanti non solo hanno difeso i  confini, le proprie coste ma  hanno dovuto affrontare una sfida maggiore, l’incognita di un mare che non sempre si è mostrato amico.  Doppie sfide,  dove la forza atavica diviene coraggio, perseveranza e ostinazione. Alla fine, orgoglio, per aver superato traversie inenarrabili.

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Courtesy of ©Archivio AES ph. Salvatore Taras

Tra i segni sulla tela sono scritte frasi o #scritturebrevi (codificate dalla linguista Francesca Chiusaroli) dei nostri scrittori  Antonio Gramsci, Grazia Deledda, Sergio Atzeni, Giulio Angioni e altri…  che ci hanno risvegliati dal torpore e hanno trasmesso forma e sostanza alla nostra coscienza identitaria. Sono le nostre “radici”, non temono salinità del mare né la forza aggressiva del mistral che genuflette alberi, ma che non riesce a spezzarli.

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Courtesy of ©Archivio AES ph. Salvatore Taras

La scrittura ci lega al nostro passato identitario  come questa tela filiforme unisce  tutti nel presente. Ora, leggiamo le frasi, le comunichiamo l’un con all’altro, le condividiamo, le “possediamo” insieme. L’individualismo viene rimosso e sostituito da una collettività che collabora, diviene parte attiva, protagonista della performance.

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Courtesy of ©Archivio AES ph. Salvatore Taras

La tela continua a  srotolarsi, viene dato un lembo (in cui è scritta una frase) a ciascuno dei presenti che legge ad alta voce, inizialmente solo, poi tutti insieme. Quasi il suono del vento, sonorità primordiale che si impossessa di fessure tra grotte e antri: queste le voci crescenti e decrescenti nel salone dello Spazio Faber.

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Courtesy of ©Archivio AES ph. Salvatore Taras

Le parole lette riflettono quell’intensità, quella vis (si preferisce il valore semantico della parola latina inteso come forza, vigore, valore) propria dei segni sulla tela. Si sentono addosso, quasi fossimo divenuti noi pezzi di tela e la scrittura deposta nella nostra anima.

Una performance di arte relazionale molto suggestiva, in un periodo storico dove la solitudine e l’individualismo sembrano crescere in modo esponenziale, l’artista ripropone l’urgenza del valore della condivisione come presenza e lettura condivisa.

Maria Lai, di cui quest’anno si celebra il centenario della nascita, venne ispirata da una fiaba tramandata oralmente per  la realizzazione della sua opera di arte relazionale “Legarsi alla montagna” .

La protagonista, una bambina,  si  reca  nella montagna vicina per portare il pane ai pastori. Ma, improvvisamente nella zona si abbatte un temporale e i pastori con i loro greggi  trovano rifugio in una grotta. La bambina che stava per entrare dentro la grotta viene attratta da un nastro celeste sospinto con giochi di vento. Incuriosita si allontana dalla grotta per andare a prendere il nastro che aveva colpito la sua attenzione. Quell’andar via dalla grotta rappresenta la sua salvezza perché pochi minuti dopo il soffitto della grotta crolla con i pastori all’interno.

Maria, utilizza quel nastro azzurro, quale simbolo di salvezza. Lega tutte le case del paese, di porta in porta.

Ciò permise il dissolversi di inimicizie (come lei stessa dirà “storie  di malocchio, di furti, di drammi e rancori”) poiché tutto il paese si mostrò collaborativo. Si intuì inoltre, e si ebbe consapevolezza, che la condivisione avrebbe annientato le difficoltà. Il  sentimento di rispetto e amore tra le case venne espresso con il pane. Un simbolo che può evocare la condivisione eucaristica  che racchiude amore universale. Il pane verrà legato solo tra le case segnate da fratellanza e rispetto reciproco.

Il passaggio del nastro si raffigura come “un’attesa  silenziosa – ricorda Maria Lai – quando il nastro si solleva ad arco dalla montagna ai tetti delle case, sembra un getto d’acqua. Si scatenano urla, battimani, suoni di clacson, canti e balli fino a notte inoltrata.”

Il nastro evoca l’acqua quasi ad esprimere una catarsi collettiva. Una purificazione. Da quel momento Ulassai, paesino sconosciuto, si ritrova inserito nella storia sociale mostrando un progresso di consapevolezza e coscienza civile che forse nessuna forma politica riuscirebbe a realizzare.

Un’esperienza che si inscrive nella memoria storica: ha segnato il paese di Ulassai e gli abitanti che presero parte al progetto, di valore inestimabile perché soggiace ad un’intuizione creativa mai pensata in precedenza.

La performance di Gabriella Locci invece, pur con rimandi a “Legarsi alla Montagna”, si caratterizza per il suo incessante ripetersi nell’infinito presente avrà valore più con/temporaneo.

…l’arte non serve a nessuno scopo materiale, ha a che fare con il cambiamento delle menti e degli spiriti”  J.Cage

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