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Ricky Albertosi: tra i ricordi del grande Cagliari e l’amore per la Gallura

Il corpo può creare bellissime figure. Tensioni, slanci, allungamenti, torsioni che sfuggono alla nostra volontà se sollecitati da qualcosa di esterno, come potrebbe essere un pallone. La sinuosità, la struttura muscolare, l’armonia del movimento nel valore plastico evocano l’ideale di bellezza ed eleganza presente in alcune opere di Fidia, scultore  greco del  470 a.C. Una plasticità che emoziona e ci aiuta a capire il concetto di armonia/bellezza. Indissolubile. Questa  capacità di creare in modo del tutto inconscio, queste figure sospese, con il proprio corpo è ascrivibile al mondo dell’arte.

1959 Albertosi a Forte dei Marmi ©️Courtesy Archivio Albertosi Stringhini

Un grande “artista dei pali”, così definito, conosciuto in tutto il mondo, ma a cui noi sardi siamo affettuosamente legati per averci fatto sognare ed emozionare negli anni in cui giocava nel Cagliari è Enrico Albertosi, per tutti Ricky. Anni che hanno visto la squadra sarda vincere lo scudetto durante la 68esima edizione del campionato negli anni 1969 – 1970.

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Ricordo la gioia di mio padre mista ad orgoglio identitario quando alludeva a questo risultato, allora ritenuto incredibile. Pur essendo molto piccola,  rivedo quella vittoria che ha segnato il cuore di tutti i sardi. In quegli anni non c’era attività commerciale, dalla macelleria al panificio, al negozio di generi alimentari o di frutta e verdura, che non esponesse i due  semplici fogli di giornale raffiguranti tutta la squadra vincitrice.

1970, Gigi Riva e Ricky Albertosi rientrano dal Messico ©️Courtesy Archivio Albertosi Stringhini

Quasi un risvegliarsi da un torpore. Si accettavano la nostra identità e le nostre tradizioni. Non ci sentivamo più come abitanti di un’isola relegata ai margini, terra di confino, di malaria, di banditismo. Dai racconti vissuti sembrava che il valore di una squadra venisse trasposto sugli abitanti. Un’improvvisa sensazione  di forza, di potere e di libertà. Un’acquisizione e consapevolezza di un valore intrinseco fino allora taciuto perché considerati “diversi”.  Erano gli anni in cui la fioca luce del turismo diveniva sempre più intensa e la gente del “continente” iniziava ad apprezzare la nostra terra. Ricky Albertosi è stato testimone di quel periodo “evolutivo” in cui la Sardegna sembrava liberarsi da fardelli del passato e guardare con ottimismo verso un futuro migliore. Così ho pensato di intervistarlo.

Ricky vuoi raccontarci come hai vissuto quegli anni? Ti eri ambientato a Cagliari? Cosa pensavi dei sardi e della Sardegna?

Quando la Fiorentina mi vendette al Cagliari, io  ero molto restìo. A quel tempo si parlava della Sardegna come isola legata al banditismo, ai rapimenti di persona. Io ero sposato e avevo due bambini piccoli. Inizialmente ho avuto timore e  difficoltà ad accettare il trasferimento. Non  potevo rifiutarmi. Ma rimasi sorpreso. Trovai la città di Cagliari e un’isola completamente diverse da come venivano descritte al di fuori della Sardegna. Mi sono subito ambientato sia con i cagliaritani che con i compagni di squadra. Alla fine ero contento di aver accettato il trasferimento.

I sardi erano molto affettuosi, grandi sostenitori. Ricordo che mi chiedevano sempre l’autografo. Si percepiva l’abbraccio caloroso dei tifosi, una bella sensazione. La mia iniziale diffidenza svanì, anzi divenni consapevole sul valore dell’amicizia dei sardi. Se diventavi amico di un sardo e questi ricambiava l’amicizia, diventava un vero amico per tutta la vita. Alla fine mi sentivo uno di loro. Ho trascorso un bel periodo e non ho mai avuto nessun rimpianto.

Qual era lo stile di vita, i pensieri del periodo e  la vita sociale a Cagliari? Come percepivi la città?

Facevo pochissima vita sociale perché impegnato con gli allenamenti quotidiani e la mia famiglia. Frequentavo i miei compagni di squadra, anche loro sposati. L’unico amico estraneo alla squadra era Giovanni Manconi, il proprietario del Ristorante Lo Scoglio, eravamo diventati amici fraterni, ci vedevamo spesso con le nostre famiglie.

Se rifletti su quegli anni del periodo cagliaritano, con la saggezza di vita acquisita, hai rimpianti?

 Nella mia vita non ho mai avuto rimpianti. Ogni cosa è stata subordinata alla mia volontà. Apprezzo il mio passato con molta serenità e secondo il mio modo di vedere la vita, non ritengo di aver sbagliato.

Quando eri piccolo pensavi che saresti diventato un calciatore?

Sì, fin da piccolo “visualizzavo” me stesso come un calciatore. Mio padre era il portiere della Pontremolese, la squadra della città in cui sono nato e con mia mamma andavo al campo sportivo per vedere giocare mio padre. Era appena finita la guerra intorno al 1945, ero molto piccolo, avevo sei anni. Mio padre alla fine del primo tempo mi metteva in porta e mi tirava il pallone. Quel momento influì sulle mie scelte mi resi conto della mia passione nel ricoprire il ruolo del portiere. Così ho fatto il portiere per tutta la mia vita calcistica.

1959, Partita d’esordio Fiorentina – Roma ©️Courtesy Albertosi Stringhini

Era il periodo del calcio impostato sulla semplicità e sul talento. Allora più vicino al mondo dei tifosi. Oggi i giocatori,  parlo della serie A, sembrano appartenere al patinato mondo del cinema. Distanti da chi li sostiene. Cosa pensi al riguardo?

Hai completamente ragione. Oggi sembra che tutto sia loro dovuto. Ai miei tempi noi calciatori eravamo molto più umili. Alla fine della partita ci fermavamo a parlare con i tifosi e firmare autografi. Avevamo più attenzione nei loro confronti sia che ti applaudissero o che ti fischiassero. Loro partecipavano alla partita pagando un biglietto e se non ci fossero stati tifosi sicuramente non saremmo esistiti neanche noi. 

Ti porto un esempio che evidenzia l’evoluzione del mondo che ruota attorno al calcio: ognuno di noi provvedeva a prepararsi la sua borsa, arrivati allo stadio eravamo sempre noi stessi a riporre gli indumenti negli stipetti o attaccapanni e sempre  noi ci pulivamo le scarpe dopo l’allenamento. Oggi arrivano allo stadio e trovano tutta la divisa compresa di biancheria ben disposta, e appesa negli appositi stipetti. Sono cose che non ho mai concepito.

Non voglio parlare strettamente dei tuoi passati calcistici, di cui ampiamente è stato scritto, ma vorrei parlare di te come uomo di oggi che ha vissuto esperienze straordinarie, lasciando tracce importanti nella memoria di persone in ogni parte del mondo. Spesso considerato una persona da emulare. Ma il tempo nel suo mutare ci cambia. Oggi alla veneranda età di quasi 80 anni nella tua vita qual è divenuto il valore più importante? Pensi spesso al passato?

Purtroppo il passato non torna più. Rimangono i bei ricordi. Oggi il valore assoluto è l’amore per la mia famiglia: per mia moglie Betty, donna veramente eccezionale, con la quale condivido la vita dal 1975, per i miei figli e i miei nipoti. Conduco una vita molto semplice e oltre a mia moglie dedico tutto il mio tempo ai miei nipotini,  Emma e Tommaso. Oggi mi interessa stare bene con la mia famiglia. È questo che mi rende felice.

1976, Ricky e sua moglie Betty Stringhini ©️Courtesy  Archivio Albertosi-Stringhini

Un lato del tuo carattere che più ti piace e che gli altri apprezzano?

Penso sia la semplicità e l’umiltà che mi ha sempre contraddistinto.

Le circostanze che si palesano nella vita di tutti gli uomini causano fragilità o sofferenza emotiva. Anche tu non ne sei rimasto indenne. Pensi che quegli anni ti abbiano insegnato un nuovo approccio alla vita, ti abbiano modificato?

Certo,  ci sono stati momenti di sofferenza come nella vita di tutti, li ho sempre affrontati, consapevole delle mie certezze. La passione per il calcio è stata la mia più autentica vocazione e così ho iniziato a giocare in serie C anche se dopo due anni ho rotto i legamenti crociati. Avevo 44 anni e il mio fisico non mi consentiva di giocare. Dopo un breve periodo come allenatore di squadra, ho continuato ad allenare i portieri della Fiorentina. Era un ruolo che rifletteva ciò che avevo fatto nella mia vita per cui ero più incline ad insegnarlo. Questo fino ai 70 anni.

Ci parli dei valori necessari affinché una squadra possa lavorare bene e avere successo?

Penso che il valore principale sia l’amicizia tra la rosa dei giocatori. Non ci devono essere invidie  verso giocatori che sono più importanti. La squadra deve esser coesa, affiatata. Ci deve essere solidarietà tra i singoli elementi. Ricordo nel  periodo in cui giocavo con il Cagliari che Gigi Riva, giocatore importantissimo, aveva dei privilegi, ma nessuno di noi osava lamentarsi. È per questo motivo che il Cagliari è diventata una grande squadra e siamo riusciti a vincere il campionato.

Potresti raccontare ai nostri lettori, qualche aneddoto sulla vita di squadra, o sui ritiri, che richiedono sacrificio a livello affettivo? 

I ritiri ti allontanavano dalla famiglia per un paio di giorni. Alle volte si sentiva la nostalgia, specialmente se c’erano problemi. Onestamente con i miei compagni di squadra stavo bene.  È inutile nascondere che alle volte c’erano discussioni, confronti.

Ti racconto questo piccolo aneddoto. Durante i Mondiali in Messico come  nelle trasferte in Italia  condividevo la camera con Gigi Riva. L’allenatore della nazionale era Ferruccio Valcareggi che aveva un certo timore reverenziale nei confronti di Gigi a causa del suo carattere introverso, poco loquace. Il mister ci vedeva ogni 4 o 5 mesi per cui, non vivendo la quotidianità, gli sfuggivano determinate sfumature caratteriali dei calciatori poco estroversi. Ricordo che spesso mi chiedeva come stesse Gigi, se avesse dormito bene, se si fosse svegliato con animo sereno e se avesse potuto parlargli. Era un mister molto attento.


Ci sono stati mister, invece,  che durante i ritiri  entravano in camera all’improvviso per controllarti. Le uniche concessioni di svago erano il gioco delle carte e del biliardo. Quando giocavo con il Cagliari, durante la trasferta, poiché la squadra era molto affiatata, spesso ci ritrovavamo a giocare a carte sino a tarda notte. Giocavamo nella camera mia e di Gigi perché  fumavamo tanto. Gli altri venivano a guardare e si univano al gioco. Non tutti fumavamo. Ma nella camera stagnava il fumo.
Ricordo che eravamo a Roma all’Hotel Quirinale. Era circa mezzanotte e poiché avevamo fame ordinammo dei panini.  Dopo circa mezz’ora sentimmo bussare. Pensando fosse il cameriere aprimmo la porta e si presentò il mister Manlio Scopigno. Subito avvolto da un fumo intenso, irrespirabile. Noi imbarazzatissimi poiché colti di sorpresa, ci aspettavamo un rimprovero verbale, invece  inaspettatamente  ci chiese se anche lui potesse fumare una sigaretta insieme a noi. Alla fine ci disse: «Ragazzi finite i giri e poi andate a letto». Il giorno dopo vincemmo 4 – 0 con la Roma. Un altro allenatore ci avrebbe rimproverato e come da consuetudine multato. Ci avrebbe evidenziato la poca professionalità cercando di far emergere i sensi di colpa. Ciò avrebbe comportato minor resa atletica in campo poiché turbati dalle parole.


Ho avuto due grandi allenatori che capivano le esigenze di noi giocatori. Per esempio quando eravamo in trasferta durante il sabato io non amavo andare al cinema che era quasi una consuetudine. La giornata in trasferta era così suddivisa: la mattina allenamento, pranzo, riposo pomeridiano con sveglia alle 16 e poi cinema fino alle 19, cena, passeggiata e riposo notturno. Invece Manlio Scopigno durante il periodo del Cagliari  e Nils Erik Liedholm quando giocavo con il Milan avevano capito che non amavo andare al cinema.  Io avevo la passione per le corse dei cavalli. Per cui il sabato pomeriggio mi chiedevano sempre che cosa preferissi fare. Naturalmente dicevo loro che preferivo andare all’ippodromo. Mi lasciavano libero di scegliere. Grande atto di fiducia e comprensione. Come pochi. E aggiungevano: «Ricordati che alle 19,30 si mangia». E così abbiamo vinto due campionati. Sono stati gli anni in cui ho giocato meglio perché  non c’erano tensioni, ti infondevano serenità e tranquillità. C’era rispetto e fiducia. C’era  attenzione al valore umano.

11 febbraio 1979 quarant’anni fa. Una data memorabile. Vuoi raccontarci le emozioni che provasti?

Ero nel Milan. Giocavamo contro l’Ascoli Piceno.   Ricordo che venne il Presidente e mi consegnò una targa in quanto avevo giocato 500 partite in serie A. Pur essendo in trasferta tutti i presenti si sono alzati in piedi ad applaudire. Ho sentito l’affetto del pubblico presente. Una bellissima emozione.

©️Courtesy  Archivio Albertosi-Stringhini

Un’altra data che nessuno scorderà il 17 Giugno 1970. Si disputa nello Stadio Atzeca di Città del Messico la semifinale dei Mondiali. Definita Partita del secolo, la miglior partita di tutti tempi. I messicani in ricordo hanno affisso una targa  all’esterno dello stadio. Raccontaci come hai vissuto quel giorno, le intense emozioni provate.

Disputavamo uno dei tornei di calcio più complessi, il Campionato del Mondo, in cui ti confrontavi con squadre eccellenti. C’era molta tensione.  Ma generalmente come si entra in campo e senti l’inno nazionale alla tensione subentra l’emozione. Ricordo che mi vennero i brividi, pervaso da una sensazione di invincibilità e dal desiderio di dare il massimo di me stesso in competenza e abilità senza fare errori. Venne definita “partita del secolo” perché ci furono delle circostanze veramente emozionanti. 

©️Courtesy Archivio Albertosi Stringhini

Ad inizio partita avevamo segnato un gol e poi ci eravamo dovuti difendere per i restanti 90 minuti. Solo al 91esimo minuto Schnellinger che si stava oramai avvicinando verso l’uscita ricevette pallone  e riuscì a pareggiare. Tutti pensavano che noi perdessimo. Tutti dicevano che non eravamo capaci di reagire, che non tolleravamo la sofferenza. Invece abbiamo reagito. Dopo lo svantaggio per il gol subito siamo riusciti a pareggiare. Poi ancora un altro svantaggio ma subito ripareggiato. Quindi loro ci hanno raggiunti. Per colpa di Gianni Rivera che era sul palo a protezione della porta ha fatto passare la palla tra il suo petto e il palo e la rete, consentendo a Müller il pareggio. Io mi sono arrabbiato contro Rivera, sfogando la mia rabbia. Lui era rimasto abbracciato al palo e lì batteva la testa disperato . E disse:«Ora per rimediare posso solo andare a fare gol». È così è stato. Con quattro passaggi nei tempi supplementari fece un gol straordinario, per freddezza e lucidità. E siamo arrivati in finale trovando un Brasile stratosferico. Abbiamo retto 60/70 minuti. Poi eravamo molto provati dalla partita con la Germania e  siamo crollati.

Tra i periodi vissuti nelle varie squadre quali sono stati quelli che  ricordi con gioia, che  hanno lasciato segni profondi nella tua memoria?

Ricordo con immensa gioia la vittoria dello scudetto con il Cagliari e poi lo scudetto della stella a Milano. Lo scudetto vinto con il Cagliari fu importante anche da un punto di vista sociale. La gente non pensava più all’isola come luogo di banditi e criminalità. Cambiò il giudizio delle persone sulla Sardegna. Per me è stata una gioia immensa partecipare a far cambiare la mentalità nella penisola. Siamo rimasti nella storia. Al momento non penso che il Cagliari possa vincere qualche altro scudetto. Quello è stato un anno meraviglioso. Indimenticabile.

Invece giocavo nel Milan nel periodo più brutto della sua storia. Cambiava spesso Presidente. Il primo anno come allenatore c’era Gustavo Giagnoni, un brav’uomo. Un uomo molto corretto, vero amico. Leale e rispettoso nei confronti di tutti. Ma anche noi lo eravamo nei suoi confronti. Non faceva distinzione tra un giocatore più o meno importante.
Ricordo che avevamo perso contro il Torino 1-0. Claudio Sala giocava nel Torino e Gianni Rivera nel Milan.  Il presidente disse: «perché non facciamo cambio tra Claudio Sala e Gianni Rivera?». Rivera fu risentito da queste parole e non venne agli allenamenti per una settimana. Quando Rivera tornò, Giagnoni molto arrabbiato gli disse queste parole: «ora vai ad allenarti con la Primavera». Per 15 giorni venne punito allenandosi con la Primavera del Milan. Da quel momento Rivera iniziò a fare la guerra all’allenatore e al Presidente. Riuscì a mandarli via. Così ogni anno cambiavamo presidente per incompatibilità perché comandava Rivera. Infatti anche quando sono andato via dal Milan, la squadra ha continuato ad avere problemi.

Berlusconi quando comprò il Milan disse chiaramente che non voleva Rivera. Con Berlusconi sono arrivati grandi giocatori olandesi e il Milan in un ambiente sereno e coeso è diventata una squadra forte e vincente.
A parte queste vicissitudini sono orgoglioso di aver vinto lo scudetto della stella. Il Milan non lo vinceva da tanti anni. Ci siamo riusciti con una squadra modesta, non eccezionale.

Tutti parlano del tuo stile nelle parate, memorabili e impeccabili. Io aggiungo eleganti, aggraziate, quasi figure rubate alla danza. Parate in cui c’è Arte: quella creatività che emoziona e che sfiora una bellezza scultorea. L’International Federation of Football of History & Statistics, ente che documenta le statistiche del calcio, ti ha inserito tra i migliori portieri del mondo. Un risultato fantastico, che riempie d’orgoglio tutti gli italiani. Secondo te per raggiungere prestazioni elevate nell’ambito calcistico quale elemento tra la preparazione, la predisposizione o inclinazione personale, ha valore prioritario e perché?

Tutti gli elementi che citi devono esser presenti.  Inoltre aggiungo saper soffrire e non demordere mai. Se uno possiede le qualità, prima o poi emerge, anche se trova davanti a  sé giocatori favoriti da altri. Personalmente ho sofferto nel periodo calcistico della Fiorentina. Venivo da due anni trascorsi a La Spezia. Avevo 16 anni frequentavo la scuola. Dovevo alzarmi alle 5.00 perché alle 8.40 dovevo essere a lezione. Terminavo alle 12.40,  pranzavo,  facevo allenamento dalle 14.30 alle 16.30 e alle 18.00 prendevo il treno per esser a casa intorno alle 20.00. Questo sacrificio di vita è durato per due lunghi anni in quanto in terza superiore ho dovuto lasciare. Mi aveva acquistato la Fiorentina, essendo una squadra professionistica gli allenamenti erano di mattina e pomeriggio per cui era difficile conciliare lo studio con le tante ore assorbite dagli allenamenti. Avevo 18 anni. 

Ho sofferto nel senso che ho saputo attendere il mio turno, perché sapevo che prima o poi sarebbe arrivato. Me lo sentivo. Ne ero consapevole. Davanti a me c’era un portiere che si chiamava Giuliano Sarti. Era molto bravo. Io giocavo in Nazionale. Avevo esordito a Firenze contro l’Argentina – come riserva portiere della Fiorentina –  era  il 1961 e avevamo vinto 4 a 1. Quando rientravo dalle partite con la Nazionale Sarti mi diceva: «Ascolta tu sarai il portiere della Nazionale ma io sono il portiere della Fiorentina. Finché ci sarò io farai solo la riserva». Io non replicavo, accettavo silenziosamente, voleva farmi crollare. Ma io non demordevo, mi sentivo di avere delle qualità, ero consapevole che sarei potuto arrivare in alto. Nel 1964 lui andò via e io divenni portiere titolare della Fiorentina fino a quando non fui venduto al Cagliari.

Ritengo che sia importante avere dei validi riferimenti affettivi per condividere e per supportarsi nell’altalenìo della vita. Accanto a te c’è la donna di sempre, Betty Stringhini, manager di rilievo di una nota azienda italiana. Betty era molto giovane quando iniziò a frequentarti. Eravate molto impegnati nel lavoro. Distanti ma sempre accanto. Come siete riusciti a proteggere e rafforzare il sentimento che provate l’uno per l’altra?

L’amore è alla base di tutto. Abbiamo camminato insieme rispettandoci l’un l’altro. Abbiamo caratteri diversi. Ognuno ha il proprio gusto. Amiamo il confronto.  In sintesi ci compensiamo. E permettimi di dire a tutti gli uomini che le donne vanno rispettate sempre, basta con la violenza. La comprensione e il confronto permettono di crescere insieme.

1976, Ricki e sua moglie Betty ©️Courtesy Archivio Albertosi Stringhini


Tu e tua moglie apprezzate la nostra terra. Ormai la maggior parte delle vacanze la trascorrete qui in Gallura. Che cosa vi ha spinto a scegliere la Sardegna come terra di adozione?

Conoscevamo la Sardegna. Dopo una prima casa a Porto Cervo, desideravamo trovare un angolo più tranquillo che permettesse una vita semplice a contatto con la natura incontaminata e il vostro bellissimo mare così abbiamo scelto una località vicino Olbia. Inoltre conoscevo ormai bene la gente sarda. Sono sempre stato attratto dai vostri valori, dalle vostre tradizioni e cultura. Sono valori importanti che non si trovano ovunque. Un amico sardo è un amico per sempre.

Enrico Albertosi Courtesy ©️Federico De Luca

E con queste parole importanti finisce l’intervista ad un grande uomo del calcio. Ringrazio Ricky Albertosi per questo bellissimo viaggio nel passato meno calcistico forse più umano. Tanti elementi su cui riflettere specialmente per chi sta intraprendendo la carriera di calciatore. Oggi Ricki è un uomo che sulla soglia degli ottant’anni guarda al passato con nostalgia e gratitudine ma pur sempre attento alla contemporaneità. Allora temerario, determinato, invincibile, umile, oggi è una persona semplice, saggia e altruista. Ieri seguito da numerosi fans e oggi conteso da due piccoli fans i suoi due nipotini Emma e Tommaso. Sono loro che permettono che la vita acquisisca una nuova magia, che il passato decanti nel cuore e che i bellissimi ricordi predispongano alla speranza, alla vita.

© Lycia Mele Ligios

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