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OLBIAchefu - brevi racconti

Quella zuppa con dentro una testa di gallina – di Antonio Sotgia

Anno 1989. Crolla il regime del dittatore Ceausescu. Qualcuno decide di partire dalla Sardegna con un Tir carico di generi di prima necessità. Il racconto di un testimone nella spettrale Romania che ha appena deciso di chiudere col comunismo. Racconto di Antonio Sotgia

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Con questo toccante racconto di un’esperienza direttamente vissuta nella Romania che si è appena liberata dal tetro regime comunista, accogliamo Antonio Sotgia tra gli Ospiti di Olbiachefu.

Nato a Ozier oltre sessant’anni fa, tre figli maschi rispettivamente di trentatré, trentuno e ventisei anni, è noto viticoltore e produttore di vini, amante del mare, della natura, della fotografia e della vita.

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Ex amministratore di Ozieri e della Comunità Montana del Monte Acuto, vive ad Olbia dal 1994. Diamo il benvenuto ad Antonio e lo ringraziamo per questo contributo. Buona lettura.

                                                                                                                                                                            M. A. A.

Il processo sommario, durato solo un’ora, nei confronti del dittatore comunista Nicolae Ceausescu e della moglie Elena, svoltosi a Târgoviște il 25 dicembre 1989. Verranno fucilati  poco dopo.

Quella zuppa con dentro una testa di gallina

Non c’erano ancora i social e nemmeno gli smartphone. Le notizie arrivavano con maggior lentezza e neanche tutte, soprattutto dall’estero. Era il 1989, dicembre, quasi Natale. Il telegiornale della sera era quasi un rito, come un rito era l’acquisto dei quotidiani la mattina presto. Faceva freddo, molto freddo.

La notizia di apertura dei TG raccontava della Romania, la Romania di Ceausescu.

La gente, il popolo si era stancato di abusi ed angherie, di fame e miseria, di code per comprare un tozzo di pane. La rivoluzione era iniziata il 16 dicembre a Timisoara. La scintilla era rappresentata dall’ordine di espulsione per un pastore protestante ungherese, Lazlo Tokes, molto amato dalla gente. Operai, casalinghe, ma soprattutto studenti circondarono con un cordone di protezione la casa del pastore nel tentativo di impedire il suo arresto. Questa fu davvero la scintilla; in realtà la gente si era stancata e con forconi, badili, mazze, pietre e bastoni aveva deciso di ribellarsi e cacciare il conducador, quel malvagio dittatore comunista, arricchitosi da far schifo sulla pelle del popolo.

Ben presto ai cittadini si unì una parte consistente dell’esercito. I soldati strapparono dai copricapo in pelo sintetico i fregi del regime. Le bandiere vennero private del simbolo del potere, così che, tutte, risultavano con un gran buco al centro. Tanti morirono negli scontri. Tantissimi i feriti.

In piazza a Bucarest come a Timisoara si ritrovarono fianco a fianco operai, contadini, ingegneri, medici, casalinghe e studenti. Il Popolo stanco e affamato si era finalmente ribellato.

Per qualche giorno gli uomini della Securitate, la temuta polizia privata di Ceausescu, riuscirono ad impedire l’assalto al palazzo presidenziale a Bucarest. Ma la rabbia, la disperazione e la voglia di libertà erano talmente forti che nessun esercito avrebbe potuto fermare i cittadini rumeni.

Ceausescu tentò la fuga in elicottero insieme alla moglie Elena. Fu un breve viaggio che non superò i confini del Paese. Costretto all’atterraggio, il conducador e la moglie vennero catturati, processati velocemente e giustiziati dal tribunale dell’appena costituito FSN: Fronte di Salvezza Nazionale. Decedau, deceduto; Ceausescu l’oppressore, l’ultimo dittatore comunista uscì di scena nel modo più cruento possibile, ucciso dalla fame, dalla miseria e dalla rabbia dei suoi oppressi. La moglie Elena, famosa per la sua malvagità ed il suo cinismo, lasciò nel guardaroba del suo palazzo imperiale oltre tremila paia di scarpe. La Romania, finalmente poteva guardare al futuro con speranza e ottimismo.

In Italia la rivolta rumena suscitò emozione e veniva seguita con grande interesse e partecipata apprensione.

Le immagini in televisione raccontavano di un popolo affamato. Mancavano cibo, medicinali e vestiti.

In un lampo si mise in moto la macchina della solidarietà. Ad Ozieri in tre giorni riempimmo due Tir di generi alimentari, medicine, vestiti. Come si sarebbero fatti arrivare quegli aiuti alla gente di Romania? Bel problema. Un mio amico che non c’è più mi disse: “Bisogna fare in modo che il cibo, i vestiti, le medicine vengano consegnate davvero a chi ha bisogno. Come si può fare?” “Tu hai un camper” gli dissi “prestamelo e vado io insieme ai Tir”. Lui mi guardò negli occhi, mi sorrise e mi disse: “Ecco le chiavi”.

Stipammo il camper di ogni ben di Dio, soprattutto medicinali e, insieme ad un altro amico, partimmo senza indugio e senza pensarci troppo. Incoscienti.

Ci unimmo ad un altro convoglio di aiuti raccolti a Sassari e in una fredda sera tra Natale e Capodanno del 1989 ci imbarcammo su una nave della Moby, direzione Livorno. La traversata non ci costò nulla: l’armatore ci fece viaggiare gratis.

Allo sbarco, la mattina presto, ci dirigemmo subito verso Trieste, destinazione Timisoara. A notte fonda giungemmo a Belgrado dopo aver attraversato quella che era ancora Jugoslavia. Poiché sapevano tutti (non so come) del motivo del nostro viaggio, non pagammo alcun pedaggio autostradale né in Italia né in Jugoslavia. Dopo poche ore di sonno il mattino successivo varcammo il confine tra Jugoslavia e Romania. Immediatamente, superati i controlli senza alcun problema, ci sembrò di essere tornati indietro nel tempo di almeno cinquant’anni: una strada sconnessa e lastricata di ciottoli lisi rappresentava l’unica via di comunicazione tra il confine e il nord della Romania. Il traffico era praticamente inesistente, solo qualche sgangherata Dacia 1410, prodotta in Romania con meccanica e telaio della Renault 12: una delle auto più brutte mai prodotte al mondo.

Dacia 1410

Ogni tanto, attraversando villaggi miserrimi, incontravamo un carretto trainato da un cavallo e con un orso legato con una catena che seguiva rassegnato. La gente al nostro passaggio batteva le mani e faceva con le dita in alto il segno della vittoria.

Dai volti delle donne incorniciati con vecchi foulard e degli uomini ingobbiti dalla fatica, traspariva felicità. “Traiasca Romania Libera”, viva la Romania Libera, gridavano tutti.

Ci fermammo in un villaggio di poche case dai tetti spioventi. Con sorpresa scoprimmo che quasi tutti parlavano bene l’italiano. Ci raccontarono delle loro sofferenze, della loro fatica, della mancanza di libertà. Ci raccontarono storie di fame e di disperazione. Eppure sapevano di essere più fortunati dei rumeni che vivevano in città; infatti, a loro, contadini e pastori dei villaggi, il regime concedeva di allevare per uso familiare un maiale e quattro galline. E potevano trattenere cinque quintali di mais all’anno. Il resto della produzione, carne, latte, uova, mais, fave e piselli dovevano essere versati al regime.

All’ora di pranzo giungemmo a Timisoara.  Forse poco più grande di Cagliari, ci apparve come una città piatta, avvolta da una cappa di fuliggine che poi scoprimmo provenire da una centrale a carbone.

Due carri armati ci sbarrarono la strada appena dentro la città. Soldati in uniforme e con i copricapi di pelo sintetico senza fregi, armati di Kalashnikov, ci intimarono di fermarci. Da dietro i blindati uscirono alcuni civili, giovanissimi, che in un buon italiano ci dissero essere membri di un governo rivoluzionario provvisorio. I Tank ci scortarono fino al centro della città dove ci aspettavano altri soldati ed altri civili. Tutti ci salutarono con il segno della vittoria.

Faceva freddo, molto freddo. La temperatura era di molti gradi sotto lo zero. Ci sconsigliarono di dormire nel camper: sia per il freddo, sia perché ancora si registravano scontri e sparatorie tra i rivoluzionari e uomini della Securitate in fuga. Non solo, per spostarci all’interno della città ci avrebbero accompagnati ospitandoci dentro un blindato.

Ci fecero alloggiare in un vecchio albergo al centro della città. L’ingresso era presidiato da soldati armati. All’interno era un odore acre di muffa. Vecchi tappeti zuppi di polvere ricoprivano quasi per intero il vecchio pavimento. La stanza era grande e spoglia: un letto sgangherato, una sedia e una lampada con una lampadina da 25 watt rappresentavano gli unici arredi. Nel bagno solo una saponetta prodotta nella Germania dell’est. Nessun’altra frivolezza. Le lenzuola rigide, lise, sapevano comunque di pulito. Sopra la testata nel letto c’era un foro di circa 15 cm di diametro. Era il segno indelebile ed inquietante di una granata.

Dormii poco e male. Al mattino avremmo iniziato la distribuzione dei viveri e dei medicinali. Uscimmo presto e subito ci rendemmo conto che a stento i soldati trattenevano la folla disperata che voleva assaltare i nostri Tir ed il camper fermi nel parcheggio dell’albergo. Con l’aiuto dei soldati e degli uomini del governo provvisorio iniziammo subito a distribuire una parte dei viveri e del vestiario; Non avevo mai visto bambini impazziti di gioia per un maglione ed un paio di jeans.

Mani tese e tremanti prendevano e stringevano cartoni di latte che la Coapla di Sassari ci aveva dato in grandissima quantità. Donne intirizzite dal freddo ghermivano quasi estasiate cappotti di lana strappandoli quasi dalle nostre mani.

La sera, sempre accompagnati dai militari, ci recammo nell’ospedale della città. Ai medici ed infermieri che ci accolsero con grande simpatia consegnammo medicine, siringhe, garze, e tutto ciò che avevamo raccolto in patria. Le loro manifestazioni di affettuosa gratitudine ci commossero. Tantissimi abbracci, qualche lacrima tantissimi “grazie”.

Il giorno dopo, dietro consiglio di una giornalista di Gente, lì in Romania per conto del suo giornale per scrivere della rivoluzione, chiedemmo di essere scortati fino a Lugoj, una cittadina a circa 65 km da Timisoara. Aveva allora poco più di quarantamila abitanti. Nella sua periferia sorgeva un complesso edilizio all’interno del quale venivano rinchiusi centinaia di orfani e centinaia di anziani. Insieme.

La struttura già all’esterno era inquietante. Mura scrostate, scure. Spesse inferriate alle finestre ed un cancello in ferro ossidato attraversato il quale si accedeva ad un enorme cortile in terra battuta, con grandi pozzanghere ghiacciate. Il cortile era circondato per tre lati da una sorta di porticato cadente con delle colonne in ferro arrugginito alte più di cinque metri. Nessuna statua, nessuna fontana. Solo fango ghiacciato. Una visione spettrale.

Una volta dentro il cortile venimmo ben presto circondati da uomini e donne vecchi, sporchi, con lo sguardo spento. Tutti vestivano soltanto una sorta di consunto accappatoio. Ai piedi i più fortunati avevano degli stivali di gomma. Gli altri, invece, avevano i piedi avvolti in stracci luridi tenuti insieme da fettucce di stoffa.

Uno di loro, forse il più coraggioso, tentò di abbracciarci, ma i soldati glielo impedirono.  Il vecchio in uno stentato italiano ci disse che avevano fame e freddo.  Chiedemmo dei bambini. Ci dissero che erano all’interno, ma ci avvertirono di non impressionarci per ciò che avremmo visto.

Varcato un pesantissimo portone in legno ci addentrammo in quello che sarebbe dovuto essere un centro di accoglienza. In realtà era un lager. La luce flebile di pochissime lampadine ci consentì di valutare  solo in parte la fatiscenza di quel luogo. Ci guidarono sino ad un enorme stanzone rettangolare. Poteva misurare circa 200 metri quadri. La luce arrivava da due finestre sprangate con le inferriate che già avevamo notato all’esterno. All’interno ottanta, forse cento bambini con indosso soltanto vecchi pigiami. Grandi occhi spalancati e umidi ci guardavano con paura e curiosità. Nessun grido, nessuna voce, solo qualche singhiozzo soffocato.

I bambini stavano in piedi dentro lettini con le sbarre. Il più grande poteva avere otto anni. Il più piccolo forse tre. I lettini erano affiancati l’uno all’altro e tra una fila e l’altra solo uno spazio di circa 60 cm per consentire il passaggio. Nei loro visi ecchimosi, bolle, eczemi. Nonostante i soldati prendemmo in braccio quanti più bambini potevamo stringere.  Quattro, cinque tutti insieme ed a turno. Ci dissero che in altra grande stanza c’erano stipati altrettanti bambini. Ci fermammo in quell’inferno per due giorni.

Per due giorni insieme ai militari e ai civili che ci accompagnavano in gran numero, lavammo e vestimmo i bambini, le loro stanze, i bagni. Bruciammo nel cortile gli stracci luridi che indossavano vecchi e bambini, le loro lenzuola, le loro coperte. Distribuimmo vestiti e scarpe ai vecchi che non smettevano di guardarci con gli occhi sbarrati, meravigliati e confusi. Dentro grandi pentoloni il mio amico Franco cucinò per tutti grandi quantità di spaghetti al pomodoro. Se non fosse stato tragico, sarebbe stato divertente vedere quegli anziani e i bambini più grandi mangiare per la prima volta gli spaghetti. Il latte della Coapla diede sollievo, almeno per un po’ ai bambini più piccoli. Pacchi di biscotti passavano di mano in mano e regalavano un attimo di felicità a quegli esserini magri e disperati.  Non riuscivo a smettere di pensare al futuro di quelle creature, di quegli anziani. Cosa sarebbe stato di loro anche dopo Ceausescu. Chi si sarebbe preso cura di loro, chi li avrebbe curati, sfamati, educati?

Un soldato ci raccontò che quello non era l’unico lager in Romania. Era uno dei più grandi, ma non era l’unico. Ci disse anche che i bambini, orfani, venivano segregati lì dentro per essere successivamente addestrati a far parte della Securitate, la terribile e temibile polizia del regime.

Qualcuno di noi con grande determinazione chiese di poter adottare, portandoli via subito, alcuni bambini. Non fu possibile. La situazione di grande confusione, di assoluta incertezza istituzionale, non consentiva alcuna iniziativa di quel genere.

Un’immagine ufficiale dl Nicolae Ceausescu (1918-1989) negli anni Settanta, quando il potere era saldamente nelle sue mani. La sua dittatura durò quasi venticinque anni.

Dopo due giorni trascorsi a Lugoj, con il cuore intriso di angoscia e di tristezza, venimmo riaccompagnati a Timisoara dove avremmo dovuto continuare la distribuzione dei generi alimentari e del vestiario.

La mattina del quarto giorno, poco dopo l’alba, ero davanti all’ingresso dell’albergo che ci ospitava.  Ero partito da casa sei giorni prima e non ero riuscito a far arrivare notizie alla mia famiglia. Infatti i telefoni erano isolati ed il servizio postale era interrotto.  Fumavo una sigaretta ed osservavo un camionista rumeno che tentava di far partire un camion improbabile; pareva uscito da un film della seconda guerra mondiale. Utilizzava una tecnica che non avevo mai visto: aveva acceso una sorta di lampada ad acetilene e con la fiammella, con molta pazienza, e disteso sotto il motore del camion riscaldava qualche componente del motore stesso prima di avviarlo. Dopo alcuni minuti riuscì nel suo intento. Mi avvicinai a lui e dopo avergli offerto una sigaretta gli chiesi che cosa trasportava. In un buon italiano, come la maggior parte de rumeni che avevo incontrato, mi disse che trasportava l’unica merce che era disponibile: il carbone che avrebbe alimentato la centrale elettrica della regione. Dal camper presi un po’ di cibo ed un giubbotto pesante e li donai al camionista. Mi ringraziò con un abbraccio e mi disse che alla sera al suo rientro sarei stato ospite a casa sua. Lo ringraziai ma pensavo già che probabilmente non lo avrei più visto.

Trascorremmo quella giornata con i soldati a distribuire cibo e vestiti in un quartiere periferico di Timisoara.

Alla sera, erano quasi le otto, mentre mi accingevo, stanco, ad andare nella mia stanza, il portiere dell’albergo mi chiamò dicendomi che un civile rumeno mi aspettava all’ingresso. Era il camionista che insisteva per condurmi nella sua casa. Chiesi ai soldati di guardia se fosse prudente andare con lui. Dopo aver confabulato per un po’ con il camionista, i soldati autorizzarono la cosa, considerando anche il fatto che il camionista abitava non lontano dall’albergo. Comunque un militare mi avrebbe accompagnato.

Le strade, deserte, erano buie, tetre. Qualche luce faceva capolino timidamente da qualche finestra. Bar o altre attività se mai ve ne erano state erano sbarrate.

Dopo qualche minuto giungemmo davanti all’ingresso di un palazzone di otto-dieci piani.

Il camionista abitava al terzo. Nessun ascensore. La solita lampadina da 25 watt illuminava, si fa per dire, l’androne. Salimmo un po’ a tentoni fino al terzo piano. Il camionista aprì la porta e mi fece accomodare all’interno. Sotto una luce davvero fioca mi accolsero una donna ed una ragazza, moglie e figlia del camionista. Faceva molto freddo. Al centro di una stanza che sarebbe dovuta essere la cucina ,ma anche il soggiorno e la camera da letto della figlia, era un grosso blocco di tufo squadrato. Incassata nel lato alto del blocco di pietra diffondeva un leggero calore una sorta di serpentina elettrica collegata all’unica presa di corrente della stanza. Mi fecero sedere in una delle tre sedie a disposizione. La bambina sedeva su un lettino e mi guardava un po’ spaesata e meravigliata. Certo non erano abituati ad avere ospiti in quella casa.

Mi offrirono un bicchiere di liquore, fatto in casa da loro, da patate fermentate. Bevvi per educazione, ma non lo avrei voluto fare.

Comunque feci finta di gradire e sia il camionista, sia la moglie mi raccontarono della loro vita delle loro sofferenze. Mi raccontarono che era vietato tenere più di una luce accesa in casa e che anche quell’unica lampadina a mezzanotte doveva essere spenta. Mi raccontarono che grazie a particolari antenne proibite riuscivano a vedere qualche programma della televisione italiana. Mi raccontarono che l’unico canale della televisione di stato trasmetteva soltanto documentari sulla Romania e comunicati del regime. Mi raccontarono che sarebbe loro piaciuto trasferirsi in Italia, ma che con la dittatura era impossibile. Sognavano l’Italia. Amavano il nostro paese e pensavano che per loro sarebbe stato molto più facile far crescere la loro figlia da noi. L’avrebbero fatta studiare e, soprattutto le avrebbero fatto assaporare la libertà. Era tanta la passione e il fervore che l’uomo e la donna facevano trasparire nel manifestare i loro sogni, che mi commossi. Mi chiesero di mangiare con loro. Non potevo rifiutare ed in un piatto sbreccato la donna versò due mestoli di una sorta di zuppa dentro la quale galleggiava una testa di gallina. Mi spiegarono, non senza vergogna, che l’unica parte del pollo che potevano acquistare era la testa e qualche volta le zampe. Il resto della carcassa della gallina era destinato all’esportazione.

Feci finta di gradire anche il cibo. E dopo poco il militare che mi aveva accompagnato mi chiese gentilmente di salutare perché sarebbe stato pericoloso trattenerci oltre. Salutati i miei ospiti mi congedai e tornammo in albergo. Sdraiato nel letto pensavo a quanto fossimo fortunati in Italia. A quanto non fossimo capaci di apprezzare compiutamente la straordinaria importanza della Libertà, quella ricchezza davvero unica che i nostri avi avevano conquistato e ci avevano regalato.

©Antonio Sotgia

Un comizio di Ceasusescu negli anni Settanta

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