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I racconti di Nadia: una gita in peschereccio

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Apro spesso il mio baule dei ricordi…ieri ero a Golfo Aranci e lì tutti i pescherecci schierati hanno riportato profumi noti.
Quando ero bambina capitava che o zio Silvio da Golfo Arancio zio Silverio da Porto San Paolo, ci invitassero ad andare a pescare sui loro pescherecci; poteva essere estate o autunno o primavera, era sempre una festa! Si partiva poco prima dell’alba, col mare piatto come olio e solo respirare il profumo del salmastro unito all’odore del motore che piano piano spingeva al largo il peschereccio, era inebriante. Poi il cielo che fino ad allora era stato una distesa di diamanti iniziava la danza dei colori.

Verso Tavolara vedevi il primo rossore comparire all’orizzonte mentre verso ovest la notte era ancora buia e dolcemente quel rossore diventava sempre più intenso, come se il mare intero prendesse fuoco. Come per magia ecco che il primo spicchio di sole iniziava la risalita e più saliva più i colori cambiavano: rosso, arancio e rosa si alternavano come in una danza. Credo di aver iniziato a capire lì che Dio esiste e che è un Dio buono perché se così non fosse non avrebbe potuto creare un mondo così bello. Nessun pennello di pittore può descrivere cos’è un’alba vista dal mare né darti le sensazioni che ti vengono da quello spettacolo! Quando poi il cerchio si completava ed il sole pigramente riusciva finalmente a staccarsi dell’orizzonte per salire alto nel cielo, non potevi che ringraziare Dio di quanto in quel momento ti aveva dato. E nel frattempo il rumore dell’argano che srotolava lento la rete nell’acqua ci accompagnava come una musica. Lasciata la rete era il momento della colazione: un bel panino con mortadella! Poi si andava a fare un giro a Tavolara o Molara e, passata qualche ora si tornava a riprendere le reti. Che gioia per noi vedere il pesce salire impigliato alla rete!

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Allora il pesce non mancava e c’era sempre un po’ di tutto e se eri fortunato anche qualche bella capra marina faceva capolino. Ci era permesso persino aiutare a smagliare la rete! Così si imparava a riconoscere il pesce: quello buono da quello che poteva pungere e far male. E poi via, nuovamente in direzione Tavolara a cercare un posto tranquillo dove arrostire e persino io, che a casa facevo storie per mangiarlo, laggiù ne mangiavo a più non posso. Quante giornate passate così tra il profumo del pesce, della buredda e i colori del mare. Persino mamma che non amava andare in barca e aveva sempre paura, si divertiva, sicuramente felice della nostra gioia…e poi canti e, se era estate, bagni fino a sera, quando stanchi si tornava al molo di partenza. Quante cose i nostri genitori ci hanno fatto vivere: esperienze semplici, senza pretese ma ricche di valori e di allegria.

© Nadia Spano

In cartolina: pescatori di Golfo Aranci negli anni Sessanta

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