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Tavolara: ripulita la madonnina di Punta Cannone

Ph Massimo Putzu
Bacchus 1085

Olbia, 28 ottobre 2018- Scalata a Tavolara con sorpresa quella fatta qualche giorno fa dalla Guida Ambientale Massimo Putzu, autore del bellissimo scatto in copertina.

La madonnina posta sulla cima più alta dell’isola di Tavolara, Punta Cannone (565 metri), è stata ripulita da ogni oggetto che nel corso del tempo le veniva lasciato al collo: rosari, collanine, fazzoletti, braccialetti, corde, e perfino pennette usb. I commenti per questo nuovo look della statua sono stati contrastanti. Sui social è stato un susseguirsi di post a favore, mi piace, cuoricini, ma anche di commenti dove veniva evidenziato che la statua doveva essere lasciata ricoperta di quegli oggetti in segno di rispetto per il sentimento popolare e la devozione religiosa.

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Foto di Maurizio Casula

 

 Alta poco più di 40 centimetri per trenta chili di peso, venne trasportata sulle spalle dal grande alpinista e apritore dolomitico Giuliano Stenghel per prendere il posto della croce issata il 2 ottobre del 1978 da un altro grande alpinista, Bodo Habel, croce che venne buttata giù  vent’anni dopo da ignoti.

L’episodio del trasporto della statua, oggi risplendente in tutta la sua candida semplicità, è tratto dal volume “Nonno perché abbiamo i denti d’oro?” scritto dallo stesso Giuliano Stenghel,  per gli amici Sten

Il libro, edito nel 2009 per i tipi de La Grafica,  è una prima monografia alpinistica di Tavolara che raccoglie le storie e le leggende dell’isola alla quale lui è profondamente legato.

I proventi di tutte le pubblicazioni di Giuliano Stenghel, vengono interamente devoluti  all’Associazione Serenella Onlus  che si prefigge di aiutare le persone e in particolare i bambini, in condizioni di grande povertà.

“La sera ero preoccupato per il ginocchio che da un po’ di tempo mi stava procurando qualche noia. La tensione non accennava a diminuire, anzi, il pensiero della pesante statua che il giorno dopo, con alcuni amici, avrei dovuto portare sulla cima dell’isola della Tavolara, mi metteva in uno stato di eccitazione e di ansia. Andai a letto molto tardi e strani pensieri s’insinuarono nella mia mente infastidendone il sonno.
Poche ore dopo, alle prime luci dell’alba, ero sveglio.
Sull’isola, quando Mariano mi caricò lo zaino con la statua, il suo peso demolì il mio fugace entusiasmo di raggiungere la vetta e nacque in me il dubbio di non farcela, manifestai così l’intenzione di poggiare la Madonnina su qualche guglia rocciosa più in basso.
“Ma… sulla scogliera c’è già l’altra”, incalzò l’amico Giuliano che si era aggiunto alla comitiva. Aggiunse: “Sarebbe bello portarla in cima”.
“Facile a dirsi”, gli ribattei con tono ironico.
Ciononostante, mentre salivo, un’altra vocina mi suggeriva che non avrei dovuto temere, perché quel giorno ci trovavamo in missione per conto di Dio. “Hai ragione”, affermai allora con risolutezza, “Fede significa rischio, azzardare per Lui”.
Con trenta chili in spalla, affrontai con nuova energia il ripido ghiaione. Seguivano gli amici che avevano scelto di condividere la scalata assieme a Mariano, anche lui carico ed oppresso dal peso del suo zaino.
Avanzavo con passo spedito e sicuro, come non avessi nulla sulle spalle, quasi fossi sorretto da una corda invisibile.
Di tanto in tanto, mi accorgevo di alcune capre che apparivano per poi scomparire nella macchia. “Che strano”, pensai, “È da un po’ di tempo che vedo quel caprone e una capretta sporgersi dalle rocce”. Dissi inoltre: “Mariano, non hai la sensazione che ci stiano seguendo?”.
Rispose: “Probabilmente controllano i nostri movimenti, stiamo invadendo il loro territorio”.
Mentre salivo, per attenuare anche la tensione, provai ad isolarmi, a condurre lo spirito verso il pensiero… e riflettei sulle motivazioni che mi avevano spinto nuovamente su una montagna con un’altra Madonnina. Poi le immagini della mente si involarono oltre e riaffiorarono i ricordi del passato. Una vita intensa la mia, vissuta come in un film d’altri tempi, piena di emozioni, di cambiamenti, di successi, ma anche di tristezza, di nostalgia e di scoramenti, fatta di coraggio, inventiva, intuizioni e buone intenzioni e purtroppo anche di poca pazienza.
“Abito in un mondo che è solo mio, provo meraviglia per le cose più semplici e mi commuovo vedendo chi soffre per amore, per fame, per violenza, per… ”. “Hai detto qualcosa?”, disse Mariano interrompendo il corso dei miei pensieri.
Senza rendermene conto stavo riflettendo ad alta voce. Subito risposi: “Stavo parlando tra me e me”.
“Sei come un bambino… un bambinone poeta”.
“Mi piacerebbe avere il cuore e i sogni di un bambino, e vivere con la sua innocenza e spontaneità ed anche come un poeta con la sua sensibilità e astrattezza”. E aggiunsi con un velo di malinconia: “Non ho mai sopportato la mediocrità, chi non s’impegna per raggiungere i propri sogni, sono avido d’amore e i miei valori principali sono la libertà, la dignità e la lealtà, valori che soltanto con Dio si è certi d’avere. Non ho grandi rimpianti per il passato, perché tutto il bene che ha prodotto lo porto con me, mentre i miei peccati e il male commesso li lascio ogni giorno ai piedi della Croce”. “Caro amico, se sono con te da oltre trent’anni, c’è un perché!”, disse Maria- no con la voce che tradiva la fatica per la salita.
“Sei un amico fedele”.
“Mi hai insegnato la passione per le cose, l’amore e il coraggio di andare oltre”.
Un attimo di silenzio, il percorso si stava inerpicando sulle rocce e per di più arrampicavo completamente slegato. Inspiegabilmente, mi sentivo leggero, era come se qualcuno mi tirasse.
Sulla radura, sotto la cima, pensando all’amicizia intima e fraterna che mi legava a Mariano: “Ho la certezza che tutte le persone che si sono allontanate da me, in realtà si sono soltanto nascoste per farmi una sorpresa e un giorno ritorneranno sorridenti e con qualche regalo”.
Altri pensieri solcavano la mia mente…
“Ogni giorno riparto dai miei sogni che traboccano dal cassetto della vita e la mia esistenza non è diversa dai miei sogni; non voglio combattere contro il mio cuore perché so che Dio mi parla servendosi di lui, ma voglio lottare per seguirlo. È vero che se si segue il cammino del cuore, il percorso è illuminato da una grande luce! Ho vissuto le avventure dei miei desideri più intimi ma anche il calvario degli anni della grave malattia della persona amata. La mia vita è stata una corsa, non c’è mai stata una via di mezzo, mai un rischio interamente calcolato, ma soltanto rischio! Un cammino tra luci ed ombre, tra gioie e dolori, tra risposte che non aspettavo e grandi sorprese, ma per fortuna tanto amore; l’amore vero è la sola forza capace di renderci veri, liberi e sicuri!”.
In vetta il panorama era magnifico. Tutti eravamo estasiati davanti alla Madonnina poggiata al posto della Croce, ricordammo con la preghiera i nostri ammalati e fummo sopraffatti da un’improvvisa, generale e viva commozione.
Rimasi in silenzio per un po’, poi esclamai: “Quale forza ci ha spinto a salire delle montagne con una statua sulle spalle?”. Dopo breve: “Quale mistero, quale disegno Divino mi ha coinvolto? È come se tutta la mia esistenza fosse un viaggio organizzato: la mia vita di alpinista, la fama raggiunta, la forza, l’ardimento, il coraggio, come se tutto mi fosse donato per adempiere a una missione. Dio è così incredibile! Le Madonnine che abbiamo portato sono una preghiera e, nel particolare, sono un modo per commuovere il Signore: una forte richiesta di guarigione per molti ammalati”.

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