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Sa Paulazza: un castello di ricordi

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Olbia, 10 Aprile 2016 – Sa Paulazza: un castello di ricordi

Il giorno in cui arrivammo a Olbia, “Sa Paulazza” indossava il suo abito invernale, era il mese di dicembre del 1968; le colline di “Serra Elveghes” mi apparvero ricche di pascolo e di macchia mediterranea; il profumo del mirto, del cisto e del lentischio riempiva l’aria, e contribuiva a rendere quel momento emozionante, quasi una cerimonia solenne per celebrare quel cambiamento tanto atteso. Ancora oggi, se chiudo gli occhi, vedo quelle immagini e sento quei profumi!

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Tavolara vista da Serra Elveghes.

Tavolara vista da Serra Elveghes.

Arrivammo percorrendo la vecchia strada che conduceva a Enas, e mi colpì subito lo splendido panorama che si poteva ammirare dalla nostra campagna: la cittadina di Olbia, che allora contava circa ventimila abitanti, si presentava in tutta la sua bellezza, anzi era molto più affascinante da lassù! All’orizzonte vidi l’isola di Tavolara, che quel giorno mostrava nitidamente i suoi contorni e mi fece pensare alle immagini che illustravano i libri di fiabe che io leggevo da piccola. Mi appariva lontana  e misteriosa, ma allo stesso tempo confortante e materna. Avevo trovato un luogo fantastico, dove ambientare le storie che scorrevano nella mia fantasia di bambina. Ogni mattina, al mio risveglio, uscivo ad ammirarla e non dimenticavo mai di rivolgerle il primo saluto.

Panorama del Golfo di Olbia

Il primo periodo la mia famiglia si stabilì nella casa di più recente costruzione, mentre gli zii Altana e la nonna materna si stabilirono nell’abitazione più antica, che sorgeva a qualche centinaio di metri di distanza. Davanti alla nostra casa si estendeva “Su Pastoritzale“, un terreno pianeggiante, dove pascolavano le pecore che, negli afosi pomeriggi estivi, a su miriàgu, trovavano un po’ di sollievo e di frescura raggruppandosi all’ombra degli alberi per fare la siesta, ammiriagare. D’inverno, nelle lunghe notti successive alla vendita degli agnellini, sentivo il belato lamentoso delle pecore cui erano stati sottratti i figlioletti per venderli al macellaio grossista, e il tintinnio lento e triste dei campanacci, sos marratzos, che accompagnava il loro pianto. Nonostante capissi l’importanza che costituiva la vendita degli agnellini per la sopravvivenza della nostra famiglia e per tutti coloro che praticavano la pastorizia, non potevo fare a meno d’intristirmi per quelle madri disperate.

Fin da piccola ho sempre amato la campagna, chiedevo sempre a mia madre di mandarmi con babbo quando si recava a lavorare, lo consideravo un premio, ma quando ci trasferimmo definitivamente, nonostante l’amore per la vita bucolica, inizialmente mi mancava troppo il mio paese, le mie amiche, i parenti, i giochi, la vita sociale. Questi momenti di nostalgia si alternavano ad altri ricchi di nuove scoperte ed emozioni: ogni giorno scoprivo qualcosa di affascinante, spettacoli variegati che la nostra campagna offriva quotidianamente.

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Il campo di Serra Elveghes in primavera.

In primavera i prati erano un’esplosione di colori: cardi selvatici violetti e azzurri di varie tonalità, la cui parte commestibile, costituita dalle foglie tenere della parte centrale del cespo, era un ottimo ingrediente per le squisite frittate che la nonna ci preparava. La tavolozza dei colori del prato comprendeva anche il giallo delle ginestre e tutti i colori dei fiori di campo, tra i quali spiccava il rosso dei papaveri. Io ero particolarmente affascinata dagli asfodeli, che abbellivano il prato con i loro eleganti e altissimi steli che mi superavano in altezza, e i bellissimi fiori che si aprivano in grandi corolle bianche striate da linee scure, formando un cielo di stelle sul prato, sembrava proprio la valle di ciò che non è stato ridotto in cenere”, che è appunto il significato del termine asfodelo. Il prato si rallegrava anche con le voci di noi bambini che giocavamo su un’altalena sistemata sui rami più grossi e resistenti di un albero di fronte a casa, correvamo in bicicletta, improvvisavamo partite di calcetto o di pallavolo.

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La città di Olbia vista dal castello di Sa Paulazza.

 Sin dai primi giorni del nostro arrivo a Olbia apprendemmo dell’esistenza di un castello sul colle di Monte a Telti e non tardammo a partire in esplorazione. A quei tempi il sentiero che conduceva al sito non era molto agevole e spesso si rientrava a casa con qualche graffio causato dai rami della folta vegetazione del colle, o qualche dolorino dovuto all’impatto con le rocce in seguito alle cadute. Il castello si trova a 234 metri sul livello del mare e domina la vallata e il golfo di Olbia.

La vera storia del castello l’abbiamo appresa in seguito, da bambini lo chiamavamo il castello di Eleonora, in realtà le sue origini risalgono all’epoca bizantina, quando l’imperatore Giustiniano riconquistò la Sardegna nel 534 d. C.

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Il Castello di Sa Paulazza.

Per la costruzione dell’edificio sono stati utilizzati dei grandi blocchi di granito ricavati da un preesistente Nuraghe dell’età del rame. Al Castello di Sa Paulazza sono legati i ricordi delle prime gite del lunedì di Pasqua con gli amici olbiesi e galluresi in genere, relazioni di amicizia che, sia noi ragazzi sia i nostri familiari, stabilimmo nel corso degli anni, molte delle quali continuano ancora oggi.

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Una “finestra” sulla valle.

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Vista dal versante che si affaccia su Monte a Telti.

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L’ immagine di una palude simile a Sa Paulazza.

Sa Paulazza, o La Padulaccia, come la chiamano i galluresi, deve il suo nome a una palude che si trovava ai piedi del colle di Monte a Telti. Ricordo molto bene quella palude, ormai scomparsa da decenni in seguito a un progetto di bonifica. Con nonna Teresa compivo spesso delle lunghe passeggiate, alla ricerca di funghi e di erbe selvatiche, che lei conosceva molto bene, o semplicemente per scoprire la nostra campagna. Una delle nostre mete abituali era proprio la palude, che in inverno mi faceva un po’ paura perché temevo di sprofondare, ma era ricca di attrattive faunistiche e floreali e offriva un meraviglioso spettacolo agli occhi dei visitatori.

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Veduta della valle dove un tempo si estendeva la palude.

 Durante i mesi estivi si poteva sentire un concerto bellissimo, una sorta di colonna sonora eseguita da un’orchestra di tutto rispetto: le rane e i rospi della palude, accompagnate dal canto dei grilli e delle cicale, che intervenivano con il loro frinire incessante e frastornante. Un meraviglioso inno alla vita, ai cicli della natura, che si rinnovava a ogni stagione! Spesso mi addormentavo ascoltando le loro esibizioni, mentre il cinguettio degli uccellini e il canto del gallo ci davano la sveglia di buon mattino.

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Vicino al Castello.

La vita in campagna non era, però sempre idilliaca e mi poneva spesso di fronte ai pericoli da affrontare: l’incontro quasi quotidiano con le bisce, sas coloras, nella stagione calda, causava scene di panico e corse all’impazzata verso casa, nonostante sapessi che fossero innocue non gradivo la loro presenza. Un giorno, in un afoso pomeriggio estivo dei primi anni settanta, una biscia entrò addirittura in casa di nonna!  Io ero presente e la vidi: gialla-verdastra con delle macchie scure sul ventre, viscida, la testa a forma di ovetto, gli occhietti arroganti e una linguetta che si muoveva velocissima e minacciosa in continuazione. Ero atterrita e incantata allo stesso tempo: si era arrotolata a spirale nel pomello del cassetto di un mobiletto posto all’ingresso dell’abitazione, a me appariva lunghissima e più pericolosa di una belva. Nonna Teresa, superato lo spavento e lo stupore iniziale, mi spiegò che era innocua e che aveva un ruolo importante nella cattura dei topi. Si affrettò comunque ad acchiappare il rettile con un bastone, a buttarlo fuori e a tappare con il cemento la fessura da dove era entrata la sgraditissima visitatrice che mi aveva fatto spaventare tanto.

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“La signora del Golfo ” si può ammirare dappertutto a Sa Paulazza.

Gli incontri ravvicinati e pericolosi con gli animali si verificavano spesso:  una mattina invernale, avevo dodici anni appena compiuti, fui assalita da un gallo particolarmente aggressivo, che mi perseguitava da qualche tempo, inseguendomi e beccandomi; vicino alla scena del vero e proprio “agguato” erano presenti gli uomini della mia famiglia, che avevano ammazzato un maiale da ingrasso, su mannale, con lo stiletto, su sulone, ed erano impegnati in sa usciadura de su polcu, cioè l’abbruciacchiamento delle setole del maiale con l’elicriso, su calacasu. Uno dei miei zii, valutando la gravità della situazione, afferrò prontamente una grossa pietra, prese la mira, e colpì alla testa il “gallo terrorista”, che da quel momento non costituì più un pericolo per nessuno!

Le mie reazioni, quasi sempre scomposte dal terrore,  alla vista di animali o insetti che apparivano all’improvviso, facevano divertire molto i miei fratelli, e imparai presto ad affrontare le mie paure con sempre maggiore coraggio, anche perché ero l’unica figlia femmina e non potevo contare sulla complicità di altre figure femminili durante i nostri giochi di bambini.

Un’altra volta un cane cercò di azzannare mio fratello Giuseppe, ma fu salvato dalla prontezza di riflessi di mia nonna, che sfilò la salopette di Giuseppe e la lasciò al cane, che poté sfogare la sua rabbia lacerando i pantaloni, mentre nonna traeva in salvo il nipotino.

Non mancavano gli incontri con le volpi, sos matzones, e con i cinghiali, sos polcrabos, ma queste erano imprese messe in atto  dai miei fratelli per vendicare l’uccisione di qualche gallina o addirittura di qualche capo ovino, o compiute dai cacciatori che organizzavano le battute di caccia al cinghiale. Io potevo solo immaginare le scene ascoltando i racconti dei maschi, o le urla dei cacciatori e l’abbaiare dei cani durante la caccia.

A sera inoltrata, quando rientravamo da Olbia, incontravamo spesso le lepri, che abbagliate dai fari dell’automobile, nonostante la loro proverbiale velocità, qualche volta finivano incautamente sotto le gomme.

Noi ragazzi affrontavamo molti sacrifici per recarci a scuola, spesso, per raggiungere il mezzo che ci avrebbe condotto in città, percorrevamo un lungo tratto di strada a piedi, oppure raggiungevamo Olbia percorrendo il tragitto in motorino a velocità adrenaliniche, e più volte abbiamo rimediato delle rovinose cadute.

In quegli anni non c’era ancora l’energia elettrica nelle nostre case e nemmeno l’allaccio alla rete idrica; inizialmente, per illuminare l’abitazione si utilizzavano le candele, in seguito abbiamo installato un impianto d’illuminazione a gas, e provvedevamo all’approvvigionamento idrico con delle taniche che riempivamo d’acqua alla fonte più vicina, e trasportavamo con i vari mezzi agricoli o con la carriola. Io dovetti presto assumermi delle numerose ed impegnative  responsabilità perché mia madre, in seguito alla nascita dell’ultimo nato, si ammalò, e dovetti imparare in fretta a cucinare, a sbrigare tutte le faccende domestiche e ad accudire il piccolino. Naturalmente questo comportava la perdita della mia spensieratezza e il mancato proseguimento degli studi, che ripresi dopo i vent’anni. Sono stati anni difficili: tutti noi abbiamo fatto notevoli sacrifici, anche altri due fratelli furono costretti a interrompere gli studi, che hanno ripreso qualche anno dopo con successo; abbiamo dovuto conquistare il nostro futuro con l’impegno del lavoro e con la determinazione trasmessa dai nostri cari genitori.

Le amicizie nascevano casualmente, nelle varie situazioni quotidiane, noi ragazzi ci siamo inseriti benissimo, come d’altra parte tutta la comunità buddusoina presente in città, instaurando duraturi rapporti amicali  con tanti coetanei.

 I miei familiari avevano delle solide amicizie anche con alcune famiglie olbiesi, stabilite nel corso del lunghissimo periodo in cui praticavano la transumanza, e rinsaldate in seguito al trasferimento definitivo.

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Panorama del Golfo di Olbia.

Negli anni ottanta, a “Sa Paulazza” arrivò l’energia elettrica, il telefono e la condotta dell’acqua; questo fu un momento di trasformazione importante anche per l’attività lavorativa, perché l’ovile fu trasformato in azienda moderna grazie alle mungitrici elettriche e alle tecniche di selezione del bestiame più aggiornate e razionali. L’ammodernamento della conduzione dell’azienda comportò anche un miglioramento dello stile di vita in generale: la ristrutturazione delle abitazioni e l’aggiustamento delle strade sterrate che conducevano a Sa Paulazza. Purtroppo, alla fine degli anni ottanta, in seguito ad una tragedia che colpì la nostra famiglia, la morte in un incidente del figlio più giovane, mia madre abbandonò Sa Paulazza e rientrò a Buddusò. Io non ebbi la forza, in quel momento, di vivere in campagna da sola e mi trasferii in città, dove tuttora risiedo, ma quegli anni vissuti in campagna rappresentano una parte immensamente cara e indelebile della mia vita. A”Sa Paulazza” e a “Sa Runda” c’è sempre una parte di me, un vissuto fatto di momenti di gioia e di dolorose perdite.

In quelle terre è scritta parte della storia dei nostri avi, cui tutti noi siamo infinitamente grati per il cammino che ci hanno tracciato.

Ricordare è rendere omaggio alla memoria dei nostri cari e alla terra che ci ha accolto e dove sono nati i nostri figli.

Le foto sono state scattate da Laura Sanciu e dalla scrivente.

L’immagine di una palude è stata scaricata da Internet.

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