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La storia del trasferimento a Olbia di una famiglia buddusoina

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Olbia, 3 Aprile 2016 – La storia del trasferimento a Olbia di un’antica famiglia buddusoina, in uno scenario in continua trasformazione.

Olbia è sempre stata una meta abituale per gli antenati della nostra famiglia: la nostra “storia olbiese” ebbe inizio nel diciannovesimo secolo.

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la famiglia Satta

Al centro Maria Satta, mia nonna, con i suoi genitori e gli zii, in una foto scattata alla fine dell’800.

I nostri avi sono stati tra i primi buddusoini ad arrivare nella piana di Terranova, circa centosessant’anni fa, nel lontano 1856. Erano trascorsi più di trent’anni dall’Editto delle chiudende, il provvedimento legislativo emanato dal re di Sardegna Vittorio Emanuele I nel 1820, che autorizzava la recinzione dei terreni, fino allora considerati di proprietà collettiva per antica tradizione, introducendo, di fatto, la proprietà privata. I nostri progenitori, i Satta, acquistarono un terreno denominato “Sa Runda”, tuttora appartenente alla nostra famiglia, e altri appezzamenti vicini o confinanti. Partivano da Buddusò in autunno, transumando centinaia di capi bovini, e rientravano in paese, a bidda, a fine maggio o nelle prime settimane del mese di giugno. A “Sa Runda“, un appezzamento di terreno ricco di vegetazione erbacea, e punteggiato da centinaia di olivi, i nostri predecessori costruirono una casetta rurale, tuttora esistente, che inizialmente comprendeva solo la cucina e una stanzetta esterna  adibita a caseificio. I miei nonni paterni, agli inizi del Novecento, ristrutturarono la cucina e fecero costruire una camera da letto. La cucina, imbiancata con la calcina, era dotata di un caminetto, sa tziminea, i fornelli, sos furreddos, per cucinare, dei ripiani a muro, sos ammarzos, dove si riponevano pentole e utensili, una bella piattaia di legno appesa alla parete, sa piattera, una cassapanca, sa cascia, dove si conservavano il pane carasau e altre provviste, un tavolo, sa banca, delle sedie, sas cadrèas, e dei panchetti di sughero e legno, sas banchitas e sos istrumpeddos. Tuttora mi affascina molto il bel portoncino d’ingresso, provvisto di una finestrella che durante il giorno si teneva aperta per illuminare la stanza, e la notte si chiudeva con un ganghero, su gantzu masciu, che s’inseriva nell’occhio della bandella, su gantzu fémina. Suscitava l’ammirazione e l’interesse di noi bambini la bellissima meridiana, collocata sul muro della casetta, proprio sopra il portone, che misurava il tempo basandosi sul rilevamento della posizione del sole: uno stilo, detto gnomone, proiettava la sua ombra su un quadrante, indicando l’ora, che scandiva i vari momenti della giornata e i tempi per iniziare o terminare le varie attività. Quando noi ereditammo “Sa Runda”, abitavamo già da qualche tempo a “Sa Paulazza”, perciò utilizzavamo la casetta soprattutto nel periodo della raccolta delle olive per riporre i sacchi che le contenevano, prima di portarle al mulino per la macinazione, e fare qualche breve pausa per il pranzo. Mio padre era particolarmente affezionato a quelle poche stanze semplici, ma funzionali, e ogni volta che si recava a “Sa minda de sas olias” vi trascorreva un po’ di tempo.

” Sa Runda”, soprattutto nella zona dove è ubicata la costruzione è molto riparata dai venti, come dice il suo stesso nome, che in italiano significa, appunto, il riparo; suppongo che proprio per questa sua caratteristica sos mannos abbiano scelto quel terreno per edificare il piccolo, ma accogliente alloggio abitativo. La casetta di “Sa Runda” era il nucleo centrale e più antico di tutto lo stazzo dei Satta, che comprendeva le proprietà  delle varie famiglie e si estendeva fino a “Enas” e “Zucchitta”, e  costituiva il punto di ritrovo prediletto per tutta la cerchia di parenti e amici. Nelle lunghe sere invernali, quando il buio o il maltempo costringevano all’inerzia, ci si riuniva davanti al caminetto pro fagher (e) contos, consumare il pasto serale e disputare una partita a carte. Sa linna de s’iscoba, i rami d’erica, che i nostri “pionieri” raccoglievano nella zona, all’imbrunire si bruciavano all’interno  dell’abitazione allo scopo di illuminare gli ambienti. Per quei tempi era una sistemazione molto confortevole! Il gruppo dei transumanti includeva anche qualche figura femminile che cooperava attivamente nella conduzione dei lavori e provvedeva alle faccende domestiche. Mio padre ci parlava di tia Peppa “sa tabbaccadora”, una nostra antenata chiamata così dagli altri parenti e dai compaesani perché amava aspirare il tabacco da una “tabacchera”. Era una donna dotata di spiccato temperamento, che aveva un ruolo strategico all’interno del gruppo poiché curava gli aspetti organizzativi e amministrativi della conduzione dello stazzo. Le si perdonava il vizio del fumo, che probabilmente le consentiva di affrontare meglio le fatiche e i disagi dovuti alla dura vita rurale. Un grande esempio, ante litteram, di affermazione del ruolo importante della donna all’interno della famiglia!

Nonna S

Maria Satta, mia nonna, in una foto scattata nella terza decade del 1900

Nei primi anni del novecento, i miei nonni paterni, Cicciu Tzanzu (Francesco Sanciu) e Maria Satta, ereditarono il terreno di “Sa Runda”dai genitori di nonna Maria. Nonno Francesco era definito un “òmine de pinna” perché fin da bambino aveva dimostrato talento nella scrittura e, in seguito, nel gestire gli affari di famiglia e nell’esercizio della sua professione. Era esattore ad Alà dei Sardi, in quel periodo le esattorie erano ancora private, ma nonostante lui ricoprisse un ruolo difficile, poiché aveva l’ingrato compito di esigere la riscossione delle tasse, che allora come oggi non era certamente gradita, era un uomo molto stimato per la sua riconosciuta ed indiscussa umanità: ad Alà dei Sardi, nonno Sanciu aveva ben sedici figliocci ed esercitò la sua professione per trent’anni! Nonno ricoprì anche un altro incarico amministrativo di rilievo: fu l’ultimo podestà dell’epoca monarchica nominato a Buddusò; durante il suo mandato avviò il percorso che portò in seguito, qualche anno dopo la fine della seconda guerra mondiale, al passaggio al Comune di Olbia delle frazioni appartenenti al cosiddetto “Salto di Buddusò”, di cui Berchiddeddu era il centro più importante.

i nonni con zio Barore

Nonno Sanciu e nonna Satta con uno dei figlioletti.

Nonna Maria faceva la casalinga, accudiva e educava i figli con il pugno di ferro e grande saggezza.  I miei nonni avevano avuto dodici figli, tre dei quali erano morti in tenera età, e gli altri avevano scelto, secondo le proprie attitudini, di proseguire gli studi o di lavorare in campagna. Uno dei figli si laureò in medicina a Cagliari, e fu il terzo laureato in medicina di Buddusò, (il primo era stato Giovanni Maria Sanciu, nel secolo diciannovesimo); un altro figlio conseguì il diploma all’Istituto magistrale e una figlia si laureò in lettere antiche.  Gli altri figli collaboravano in famiglia: i maschi nelle attività che si svolgevano in campagna, le femmine nelle faccende domestiche.  Mio padre, Mario Sanciu (ma i compaesani lo chiamavano chin su sambenadu in sardu: Tzantzu), uomo di acuta intelligenza e sensibilità, scelse di lavorare in campagna. Lui ci raccontava che, con l’aiuto degli altri fratelli allevatori, quand’era giovane, praticava la transumanza del bestiame: d’inverno portavano il gregge a pascolare nelle piane di Terranoa, a sa marghine, e in primavera lo riportavano in paese.

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Mio padre, Mario Sanciu, in una foto scattata durante la Seconda Guerra Mondiale.

Mio padre conosceva mia madre, Lucia Altana, fin da bambino, ma la scintilla scoccò al rientro dal servizio militare che lui aveva prestato durante la seconda guerra mondiale. Dopo il loro matrimonio, celebrato nel 1952, i miei genitori si stabilirono in una casa della famiglia dei nonni Sanciu, nel centro storico di Buddusò, dove siamo nati noi figli: Giovanni, Francesco, Vanna, (la scrivente), Fedele e Giuseppe, mentre il più piccolo, Maurizio, nacque a Olbia nel 1971.

Mia madre, Lucia Altana, in una foto scattata nel 1992

Mia madre, Lucia Altana, in una foto scattata a Olbia nel 1992.

Babbo lavorava in campagna, mamma faceva la casalinga, e la vita scorreva abbastanza tranquilla, nonostante i nostri genitori dovessero affrontare notevoli sacrifici e fare molte rinunce per accudire e crescere cinque figli.

Un giorno, alla fine dell’estate del lontano 1968, ci comunicarono che ci saremmo trasferiti a Terranoa.

Già da diversi mesi, sia in famiglia sia in casa della nonna materna, si avvertiva una strana atmosfera: sembravano tutti in fibrillazione, si percepivano dei segnali che facevano presagire imminenti  cambiamenti .

Ricordo che mio padre si recava spesso a Olbia, a Sassari e a Cagliari per sbrigare delle commissioni: cumandos importantes, ci diceva nostra madre.

Un giorno mia madre preparò per lui l’abito delle occasioni importanti: era arrivato il momento di portare a termine l’acquisto di un terreno situato a Olbia, sa compora de sa tanca de Sa Paulazza, babbo, con altri due familiari, doveva recarsi addirittura nella capitale, dove risiedeva la proprietaria del terreno, per concludere l’affare.

C’era una singolare e gioiosa luce negli occhi di mia madre, io avevo solo undici anni, ma riuscivo a percepire il suo stato d’animo, e mi sentivo solidale con lei che vedevo più sorridente, contenta, come se dovessimo fare un bel viaggio tutti insieme, verso una nuova meta. Ricordo l’abbraccio che i miei genitori si scambiarono davanti al portone della nostra casa di Buddusò, al momento della partenza di mio padre per Roma: mamma aveva gli occhi velati di lacrime, mentre noi bambini, molto più pragmatici, tiravamo babbo per la giacca e gli chiedevamo di portarci qualche regalino. Lui promise che l’avrebbe fatto, ma tra tutti i pensierini che portò al rientro, ricordo in particolare sa jae de Santu Pedru, un souvenir che rappresentava le chiavi della Basilica di San Pietro in Vaticano, che babbo regalò a mamma, e che lei conservava gelosamente come se le avesse regalato un diamante. Quelle chiavi, mi disse un giorno, per lei rappresentavano simbolicamente l’apertura della porta del cambiamento per tutti noi, che ci incamminavamo verso nuovi orizzonti.

A Roma, insieme alle altre parti interessate all’acquisto dell’immobile, mio padre aveva firmato l’atto notarile di compravendita con la precedente proprietaria della campagna, la signora Giorgetta Giorgini-San Biagio, che apparteneva a una famiglia molto nota a Terranova.

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Piazza Regina Margherita (anticamente si chiamava “Su Balchile”). All’angolo tra la piazza e Via Porto Romano s’intravede il palazzo della famiglia Giorgini, i precedenti proprietari di ” Sa Paulazza”. La foto è degli anni Trenta.

L’altro podere dei Giorgini, che confina con il nostro, fu acquistato da mio padrino, Antonio Bacciu, il fratello di mia nonna materna, Teresa Bacciu. Nonnu Batzu, così lo chiamavamo noi nipoti, era un uomo molto sveglio e intraprendente, che aveva avuto quelle tanche in affitto per tanto tempo e ci aveva offerto l’opportunità di partecipare all’acquisto.

I miei nonni materni, Fedele Altana e Teresa Bacciu, con quattro dei loro sette figli, ina foto scattata negli anni trenta. La bambina a destra è mia madre, Lucia Altana.

I miei nonni materni, Fedele Altana e Teresa Bacciu, con quattro dei loro sette figli, in una foto scattata negli anni Trenta. La bambina a destra è mia madre, Lucia Altana.

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Le zie Altana: al centro zia Maria Antonia, protagonista indiscussa, insieme a mio padre, dell’acquisto di ” Sa Paulazza”. La piccolina è la scrivente, all’età di tre anni.

Per sostenere la spesa, che all’epoca ammontava a una cifra notevole, i miei familiari vendettero due terreni che avevano ereditato dagli zii Altana: uno ubicato al confine del territorio di Buddusò con Pattada, e un altro nell’agro di Osidda, inoltre si accollarono un mutuo ventennale che comportava rinunce e sacrifici per la nostra numerosa famiglia che viveva dal duro, e non molto redditizio, lavoro della pastorizia. In tutte le fasi del progetto di trasferimento a Olbia e nell’acquisto di “Sa Paulazza” era stata determinante la tenacia di una sorella di mia madre, Maria Antonia (Toia) Altana, dotata di una forte personalità e non comuni  capacità relazionali. Ostinata e battagliera come sanno esserlo molte donne della nostra terra, aveva collaborato con mio padre in ogni fase del progetto.

Sa Runda oggi

Sa Runda oggi

Il percorso della nostra famiglia è iniziato con le transumanze stagionali, per concludersi infine in un trasferimento definitivo, di quelli che danno una svolta alla propria esistenza. I primi anni i miei genitori si ostinarono a conservare la residenza nel nostro paese d’origine, anche se vi si recavano solo raramente. Più tardi noi ragazzi, pur essendo profondamente legati al paese natìo, e conservando fraterne amicizi e un forte attaccamento ai parenti,  abbiamo trasferito la nostra residenza a Olbia, per motivi di lavoro, ma anche perché qui si svolgeva la nostra vita sociale e  altri importanti legami affettivi, nel frattempo, si erano creati nella città di adozione dove siamo cresciuti e dove tutti noi risediamo attualmente con le nostre rispettive famiglie.

Credo che questo sia il percorso effettuato da moltissime famiglie buddusoine o provenienti da altri paesi dell’interno della Sardegna.  Olbia, città felice, conquista il cuore di chi la sa apprezzare.

© Vanna Sanciu

Olbia, 3 Aprile 2016

Si ringrazia il gruppo FB “Olbia… oggi, ieri e domani” per la foto di Piazza Regina Margherita.

La foto in evidenza è una cartolina di Terranova negli anni Trenta.


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