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Un salto nel passato: i morti morti della Olbia che fu

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Quando io ero bambina non esisteva certo la festa di Halloween. C’era la festa di tutti i Santi e il giorno dopo, per noi bambini i “morti morti“. Ricordo come se fosse oggi che già da giorni prima le cose venivano preparate con meticolosità. Si iniziava 5 giorni prima a fare ceste di papassini che poi venivano divisi in piccoli vassoi da distribuire al vicinato.

Allora non c’erano tante case intorno alla mia: c’era in via Pisa la casa bassa di zia Michelina che viveva con il marito e Margherita, una bambina down, unica sopravvissuta ad oggi della famiglia; c’era di fronte a casa il mercato, allora ancora trafficato perchè unico punto vendita dove si trovava tutto al di là delle botteghe “specializzate” dei dintorni: la macelleria di zio Manlio Putzu e famiglia, la drogheria di fronte al cancello delle poste, il negozio del pane di Anna e Teresa, la frutta e verdura di Franco dove oggi c’è Giovannella, in Via Regina Elena.

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Dietro casa c’erano una serie di cortili fino ad arrivare alle case basse alla destra di via Torino. Non c’era un granché, ma era bello così. Ad abitare la zona eravamo poche famiglie e mamma preparava un pacchetto di papassini per ognuna da portare il giorno dei Santi, per “le anime dei nostri morti”, così diceva sempre; e poi comprava chili di noci, nocciole, noccioline americane, castagne, caramelle e cioccolatini per i bambini che sarebbero venuti a fare i “morti morti”.

La notte fra i Santi ed i morti, mamma preparava la cena per le anime dei nostri cari: metteva la tovaglia bella con i piatti buoni, i bicchieri di cristallo e, delle posate, metteva solo la forchetta – non ho mai saputo il perché non si mettessero i coltelli sul tavolo, ma sicuramente gli antichi un perché lo avranno avuto! -, un piatto fumante di gnocchetti col sugo a base di salsiccia, i papassini e, immancabilmente, le candele per far luce. Poi si andava in camera di mamma a recitare il rosario dei morti, davanti alla statuetta della Madonna di Lourdes e infine  si andava a letto.

Ricordo che ero sempre un po’ impaurita perché era la notte in cui le anime dei nostri cari ci avrebbero fatto “visita”, seppure mamma mi consolasse rassicurandomi che sarebbero venuti i nonni e i prozii che mi volevano bene, per portarmi la benedizione del Signore. Al mattino, quando mi alzavo tutto era nuovamente al suo posto e “sicuramente” i morti quella notte avevano mangiato ogni cosa! Ma a me non importava chiedere, perché era il giorno atteso in cui potevo uscire con Barbara ed Aurora Putzu, che abitavano nell’appartamento sopra il nostro, munita di busta, a chiedere i famigerati “morti morti”.

Ricordo che i vincoli erano precisi: potevo andare a chiederli a casa di zia Minnia – mamma di Barbara e Aurora, nonché mia madrina -, da Anna e Teresa, da zia Piera, da zia Paolina e dalla mamma di Pinuccia Derosas che abitava anche lei in via Dettori; ma regolarmente man mano che si avanzava per le vie, incontravamo altre amiche del cuore e così gli ordini venivano disattesi e il giro diventava ben più lungo… Mi sembra di risentire ancora il profumo della legna bruciata che usciva dai comignoli dei camini, il cicaleccio delle nostre chiacchiere inframmezzato dalle risatine per una frase o una battuta; di rivedere il nostro gruppo che incontrava altri gruppi di bambini, provenienti da altri quartieri, con i quali scambiavamo la visione del tesoro raccolto per vedere chi aveva le buste più piene di noci, castagne, nocciole e ogni ben di Dio, compreso qualche spicciolo dato, ovviamente, dai parenti più stretti…

Ma era bello far festa così, in modo semplice ma sincero. Oggi tutto questo non c’è più e per quanto io insista a comprare il necessario per i bambini che fanno i “morti morti”, sempre meno sono i bimbi che suonano al mio campanello. Abbiamo sostituito la nostra bella tradizione con qualcosa che non ci appartiene e non so nemmeno se i genitori raccontano ai figli queste storie diventate leggende. A me è piaciuto che miei figli le rispettassero e mi piace oggi raccontarle a miei nipotini, seppure ancora piccoli, perché la memoria dei tempi non vada persa.

©Nadia Spano

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