Da 95 giorni 11 ore 7 minuti 58 secondi questa testata è stata 'censurata' dal sindaco Nizzi per aver consultato i cittadini. Ecco i dettagli.

Sardares 1400
OLBIAchefu - curiosità - usi e costumi - detti popolari

Il carnevale olbiese ottocentesco e le Società del Buonumore

Francesco De Rosa ci racconta un’usanza scomparsa

 “Il carnevale in Gallura s’aspetta con desiderio vivissimo,  ansia indicibile, perché per quanto dura, tutti indistintamente  – meno che non ne sieno impediti a cordoglio o da gran malore – uomini e donne, piccoli e grandi, ricchi e poveri, cercano darsi bel tempo e godere d’una vita spensierata e sibarita, che rasenta di molto la felicità. Tutto quanto v’è di male nella vita umana: afflizioni, tasse, debiti, tutto allora si dimentica, né si pensa che in quaresima si piange sovente quello che si gode in carnevale.”

Francesco De Rosa in una nota immagine scattata pochi anni prima della sua morte (Archivio M. Agostino Amucano)

Con questo elegante ed efficace incipit Francesco De Rosa (Terranova Pausania 1854 – 1938) dava inizio al capitolo sul carnevale gallurese nel libro che più ce lo rende famoso: Tradizioni popolari di Gallura, pubblicato nell’anno 1899. Ancora ricordato col soprannome professionale di Mastru Ziccu, De Rosa fu maestro elementare, nonché illustre intellettuale e studioso di antichità e delle tradizioni popolari del suo tempo, per la cui raccolta collaborò con la giovane Grazia Deledda (1). A lui è stato da pochissimo  (e finalmente!) dedicato un importante piazzale nella città che gli diede i natali e per cui tanto si prodigò. Nel nostro contributo sulla conoscenza dell’antico, scomparso carnevale di Terranova, abbiamo voluto riportare i passi dove il De Rosa folklorista ci parla delle Cucine, o Società del Buonumore, le quali come lui stesso ci dirà, erano ormai cadute in disuso al termine dell’Ottocento. Ci immaginiamo da non moltissimo tempo rispetto a quando il De Rosa le descrive,  stante la dovizia e precisione dei dettagli riportati. I brani che riportiamo sono stati tratti per comodità dall’ultima edizione del 2003 delle “Tradizioni”, curata da Andrea Mulas per i tipi dell’editrice nuorese Ilisso:

” A Terranova nel carnevale si formano le così dette Cucine, o Società del Buon Umore, composta ciascuna di venti o più persone, le quali versano una rosa di cinque lire, per gozzovigliare negli ultimi tre giorni di carnevale. Venuta la domenica di carnevale, le società vanno attorno per il paese, con alla testa il coro cantando l’andira andira e recandosi a tutte le case, dove non siavi corrotto, presso alla cui porta danno principio al canto con cui elogiano i membri della famiglia, augurando loro un felice carnevale ed una lunga e prospera vita. Ottenuto il permesso, entrano in casa, e ricevuto il dono, qual ricompensa del canto, ringraziano, escono e s’avviano ad altra casa. “

I fratelli Anita e Antonio Amucano in una foto del carnevale del 1923 (Archivio Amucano)

Dopo aver precisato che l’andira, o a l’andira andira veniva cantato pure negli altri paesi di Gallura, così prosegue:

“Parte dei soci fin dal mattino si portano alle vicine cussorgie, uno per ognuna di queste a chiedere, come qui si dice, “il carnevale”.  I pastori li accolgono benevolmente e regalano loro qualche agnello o capretto o gallina o pollastro o lardo e salsiccia o qualche forma di cacio ed altri latticini, e tutti riedono al paese col cavallo, che si curva sotto il grave carico dei raccolti regali.Oltre a ciò i soci entrano nelle case, massime in quelle in cui non vi sono padroni, a rubarvi di soppiatto o rapirvi salami, prosciutti, salsicce, lardo, pane, vino e quant’altro trovano che serva a satollar e innaffiar lo stomaco, e tutto ciò senza che il povero padrone si possa lamentar neppure; anzi, come dice il proverbio francese il faut faire bon visage à mauvaise fortune, se non vuol patirne, oltre il danno, le beffe: imputando tutti l’accaduto alla sua imprevidenza, che non seppe nascondere e togliere all’altrui vista le cose involate in un tempo in cui, per antica costumanza, è lecito far man bassa sulle altrui provvigioni di bocca.I cucinieri traggono in arresto, usando della forza, se non si arrendono volontariamente, quelli che incontrano per via, cui sanno in grado di poter pagare una multa pel loro riscatto, che varia dai venticinque centesimi alle cinque lire. Chi si rifiuta pagare, viene legato con una corda alla cintura e sospeso in alto col mezzo d’una carrucola, attaccata ad un trave della casa e lasciato in tal positura finché si decida a pagare. Tal supplizio viene anche inflitto a quei cucinieri che non fanno ritorno alle ore stabilite per mangiare, o mancassero all’appello o contravvenissero a qualche articolo del loro regolamento sociale: punizione da cui si possono sottrarre pagando una multa di cinquanta centesimi.

Con la retta sociale e con quanto hanno raccolto cantando all’andira andira, andando in giro per gli stazzi e rubato nelle case, gozzovigliano lautamente gli ultimi tre giorni di carnevale, regalando ciò che avanza alla padrona della casa dove si tenne la cucina, e che fece da cuoca dei soci.
Ora queste Cucine non sono più in uso, come pure quello di girar per gli stazzi, di rubare nelle case e di multar le persone, e a esse si sono sostituite le sale da ballo col contributo di coloro che, per tener queste aperte durante il carnevale, si uniscono in società: nelle quali sale, non più le tradizionali danze si balla, ma i così detti balli civili.”

Attuale Piazza Matteotti in una cartolina dei primi anni del Novecento (reperibile sul web)

Dopo averci informato su quanto accadeva nei carnevali di Luras, Calangianus, Aggius e Bortigiadas, paesi tutti dove il maestro De Rosa aveva insegnato da giovane, egli riprende così a descrivere la funzione che le Società del Buonumore svolgevano per l’ultimo giorno di carnevale:

Verso le tre di sera del martedì le società del Buon umore solevano in Terranova portare in processione per le vie del paese il buon Giorgio (come da essi appellasi il camevale), rappresentato da un busto, tolto alla polena d’un bastìmento, che torreggiava sopra una grossa botte piena di vino, tirata su di un carro dai buoi, attorno al quale si vedevano
quattro damigiane, che rappresentavano altrettanti ceri, e dietro il carro venivano, ordinate in due fila, i soci con una bottiglia di vino in mano, lentamente procedendo e salmodiando buffoneschi inni, serrati da una folla di persone, fra cui tutti i fanciulli del paese. Giunti alla porta d’una bettola veniva fermato il carro e con esso quanti l’accompagnavano e ivi fra i canti, le grida di gioia e gli schiamazzi, si beveva ripetutamente. Quindi dopo aver ripienato i recipienti vuoti, veniva continuata la processione fino a che ogni bettola avesse ricevuto l’onore d’una Visita dall’allegro corteo: il quale si ritirava verso il tramonto, quando tutti erano ebri o avvinazzati
.”

Con quest’ultima processione buffonesca e parodistica di uomini avvinazzati il carnevale olbiese si avviava alla sua definitiva conclusione. Ai lugubri tocchi  di campana a morte della mezzanotte tutto sarebbe finito in piazza,  con la morte sul rogo del “carnevale Giorgio”. Dopo lo stordimento di pochi giorni, la  vita sarebbe ripresa normale nei suoi quotidiani ritmi, per entrare nella Quaresima, che al tempo non era solo un nome vuoto e incomprensibile come lo è diventato per molti, oggi.

  1. Per saperne di più su questa straordinario ed eclettico intellettuale olbiese ci permettiamo di consigliare la lettura del nostro volume: Francesco De Rosa. Frammenti di un’opera inedita. Il Quaderno X e le lettere ad Angelo De Gubernatis, La Maddalena-Bolzano 2012, Paolo Sorba editore.

                                                                                                                                                 ©Marco Agostino Amucano

11 febbraio 2018

Idea Service Noleggiare auto olbia cagliari noleggio lungo termine mezzi commerciali aeroporto
Studio dentistico Dottoresse Satta Olbia 1540
Commenti


Studio Dentistico Satta articolo
In Alto