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Solarsì 1400
OLBIAchefu - brevi racconti

Non toccate quel telefono

E poi c’era lui. Sempre lui. Insistentemente ed implacabilmente lui. Quello dentro la cassetta chiusa con lo sportellino e posta sulla colonnina di ghisa, a sua volta fissata sul marciapiede.

ph marco agostino amucano
Nomasvello Olbia 1085

Non toccate quel telefono

Mentre Yanez e Tremal-Naik stavano stesi bocconi, Sandokan si era messo in ginocchio, tenendo la carabina bassa onde la belva non potesse subito scorgerla. Gli occhi del terribile uomo scrutavano minuziosamente le alte canne della jungla per cercar di scoprire da quale parte poteva mostrarsi la ferocissima belva.

Un gran silenzio regnava. Non si udivano né urla di sciacalli, né ululati di cani selvaggi…”

Trrrrr…….Trrrrr…….Trrrrr….

Accadeva ogni pomeriggio che il trillo cacofonico del telefono-taxi là fuori, un suono intermedio tra un pernacchio ed il verso della raganella, spezzasse proprio sul più bello – riportandomi alla realtà –  le esotiche atmosfere, la suspence e le serratissime sequenze di azione in cui si muovevano Sandokan ed i pirati della Malesia. Il “mio Emilio”, Emilio Salgari (Verona 1862–Torino 1911), esagerata passione della mia adolescenza… Dimenticati nello stipetto di una libreria della casa paterna di Corso Umberto I 148/A, dove non dimoro più stabilmente da ormai trent’anni, alcune settimane fa ho contato decine di titoli del famosissimo e sfortunato autore di romanzi di avventura, i cui protagonisti sono stati per oltre un secolo gli idoli di generazioni di giovanissimi lettori. Ed è così che, riprendendo tra le mani e sfogliando affettuosamente il volumetto di “Alla conquista di un impero”, edizione economica Garzanti comprato per 600 lire (1), ritrovo con divertita sorpresa questo mio breve appunto, vergato nell’ancora incerta grafia di adolescente e che riporto per intero: “Trrrrr…trrrrr…trrrrr… Nessuno risponde al telefono dei tassisti. Tanto per cambiare. Ore 3 meno un quarto”. Scritto in un pomeriggio estivo come tanti, non mi premurai di indicarne la data; tuttavia, da altri elementi, ricavo con certezza che è databile all’estate del 1973.

Già comincio a ricordare. Quell’appunto scherzoso, scritto a matita nel margine inferiore della pagina ingiallita, mi riporta magicamente indietro nel tempo, e ricompaiono vividi momenti archiviati nelle stratigrafie antiche della mia memoria. Chi vanta i galloni dei capelli bianchi sa che sapori, odori e suoni dimenticati, talvolta scomparsi come quelli dei nostri cari che ci hanno lasciato, possono riportarci inaspettatamente, con struggente violenza, a momenti di vita e connesse emozioni della prima parte della nostra vita, belli o brutti che essi siano stati. Il tredicenne che ero passava i roventi pomeriggi di luglio e agosto divorando avidamente romanzi di Salgari, e questo l’ho già detto. Chiudevo le grandi persiane che danno ancora sul Corso e lasciavo le finestre spalancate, ma a penetrare fra le liste verdi era solo l’aria infuocata dal solleone, nell’ora sospesa in cui i “grandi” facevano la siesta dopo averci… caldamente ammonito a “non fare chiasso”. Sempre provvisoria, a momenti la surreale assenza di suoni e rumori dava l’illusione di regnare sulla lieve discesa basolata del Corso Umberto, che da Piazza Regina Margherita declina verso i “cancelli” del passaggio a livello ferroviario. Il rispettoso silenzio veniva tuttavia sistematicamente interrotto da usuali, quanto a volte irritanti rumori di vita, definiamoli con questo aggettivo per essere clementi. Relativamente confortante quello del motore dell’auto -sempre la stessa-  in quotidiana perlustrazione, obiettivo “turiste tedesche in minigonna”. Era una vecchia Fiat 1100 scura, coi finestrini totalmente abbassati,  che lemme lemme risaliva il Corso tenendo ingranata la seconda marcia, consentendo di riconoscerne marca e modello da cento metri, senza doversi alzare dal letto per averne verifica. Con un po’ di fortuna, ulteriore prova inoppugnabile dell’identificazione era data dai fischi-richiami acutissimi, prolungati e ripetuti di chi stava al volante e dell’immancabile compagno di battuta seduto a fianco, espertissimo nel particolare genere di richiamo venatorio, oltremodo necessario vista la totale ignoranza delle lingue straniere di entrambi. Tralascio di dire se la non raffinatissima tecnica di “abbordo” conseguisse con successo il fine sperato.

Altre auto – parimenti riconoscibili a distanza, ma stavolta da un chilometro – terremotavano di decibel le digestioni del dopopranzo, cadendo sul Corso come meteoriti nell’arrogante certezza che a quell’ora e con quelle temperature da Sahel nemmeno un tuareg avrebbe tirato fuori il naso dalla sua tenda, figuriamoci un vigile urbano olbiese in divisa! Responsabili del terrorismo acustico, regolarmente impunito, erano alcune mitiche Fiat 500 Abarth, “rettificate”, “truccate” o “elaborate” (scegliete voi la parola) dal solito amico meccanico “creativo”, in odore di arresti domiciliari solo per avere compiuto siffatte illegali mostruosità nel segreto angolo della sua officina.

Una Fiat 500′ Abarth “elaborata”

I bolidi venivano guidati da capelloni ventenni, spremuti in attillatissime, multicolori camicie dalle lunghe becche, lasciate sbottonate fino all’ombelico onde respirare normalmente. Pantaloni a zampa d’elefante d’ordinanza, tenuti su da alte cinture di cuoio con vistoso fibbione metallico, completavano la tenuta dei ruspanti piloti, e mi colpiva la caratteristica di quegli odiosi calzoni tanto alla moda, che comprimevano così inusitatamente e anti-igienicamente gli apparati genitali maschili, di contro restando esageratamente larghi e svolazzanti dal ginocchio in giù. Fonti locali, da ritenersi sufficientemente fededegne, mi assicuravano al tempo che i raduni motoristici delle rombanti “500” avvenivano presso il “botteghino” di Putzolu, a sei chilometri da Olbia. Notizia che però oggidì non ho avuto modo e tempo di verificare. Partivano da lassù lasciando mezzo copertone di sgommata sull’asfalto, e con tempi che ambivano ad emulare la monoposto di Niki Lauda, e Niki Lauda stesso, sfrecciavano in città lungo Via Vittorio Veneto per immettersi a tutta velocità nel Corso e giù fino al mare (al tempo il senso di marcia unico lo consentiva), con eventuale, integrativo allungamento fino all’Isola Bianca del tracciato di gara a cronometro. Nel conto però non bisognava solo metterci i malcapitati cani e gatti messi sotto, ma anche il fatto -il che era ovviamente assai peggio- che qualche pilota capellone venisse tirato fuori malconcio, se non addirittura morto, alla seconda curva dopo gli eucalipti, incastrato nelle contorte lamiere di quei dragster caserecci cappottati in cunetta, e ciò forse, chissà, anche per effetto dei frastimos e delle maledizioni accumulatisi nel tempo, lanciati in grande prevalenza dai cultori della pennichella pomeridiana.

Il tratto di Corso Umberto interessato in una cartolina di fine anni Sessanta

Poi c’era l’instancabile e scintillante juke box del mitico “Bar Mario” di Mario Bacciu, ritrovo di bittesi, cacciatori (regolari e non) e compagnie di aitanti giovani. In tempi in cui piano bar esterni e karaoke non deliziavano le notti dei residenti del centro storico, c’erano i juke box. Ed era meglio, molto meglio che udire gli strazi inaggettivabili a cui sono costrette oggidì le nostre orecchie. A fronte di un ricchissimo assortimento di 45 giri in vinile, in quell’estate del 1973, torrida come Dio comanda da sempre, infilata la fatidica moneta da cento lire, il pulsante di scelta del juke box del Bar Mario si consumò per sole quattro canzoni, che ricordo come se fosse oggi: Forever and ever di Demis Roussos, Minuetto di Mia Martini , Crocodile Rock di Elton John e Pazza idea di Patty Pravo. Tormentoni le cui note, almeno quelle, segnarono gradevolmente i miei pomeriggi estivi di lettura, passati all’ombra dei palmizi malesi o navigando veloci sull’Oceano Indiano in compagnia di Sandokan, Yanez, Tremal-Naik, il Corsaro Nero e tanti altri.

In lontananza, verso ovest, nel pomeriggio come a tutte le ore del giorno, mai mancavano i potenti tocchi delle campane del passaggio a livello, che si attivavano (e ancora si attivano, sebbene in modo più moderato) al calare delle pittoresche sbarre: rammentano sempre, quale macabra campana a morte, la fine di ogni inizio di sviluppo urbanistico dignitoso per la nostra città. L’alzarsi delle sbarre era foriero di ulteriori e più terrificanti rumori: quello delle moto da cross, quali le Caballero, che in gruppo ripartivano in impennata per riscattarsi dell’attesa sotto il sole cocente.

E poi c’era lui. Sempre lui. Insistentemente ed implacabilmente lui. Quello dentro la cassetta chiusa con lo sportellino e posta sulla sottile colonnina di ghisa, a sua volta incassata sul marciapiede di fronte alla vetrina di Maloccu. Il telefono ad esclusivo uso per le chiamate dei tassisti. Questi erano veramente quattro gatti al cospetto di oggi, in cui ne contiamo oltre cento. Attendevano pazienti, fumando, dietro occhiali scuri alla 007, stando (quando stavano) lì al solito posto, all’imboccatura di via Giacomo Pala che conduce alla stazione ferroviaria, o anche davanti a quest’ ultima negli orari previsti per arrivi e partenza dei treni più importanti. C’era però, durante la breve stagione turistica, da andare all’aeroporto, o all’Isola Bianca, o negli alberghi della costa, o nelle spiagge dei ricchi, o qui, o là o su, o giù… La Sardegna antica terra d’esilio ribaltava il suo destino ed esplodeva nel suo mito per turisti, il cui flusso cresceva esponenzialmente ogni estate: il vecchio e piccolo Vena Fiorita era diventato presto insufficiente per i voli Alisarda, e si era appena ultimato il nuovo aeroporto “Costa Smeralda”, e le poche navi traghetto, per tipologia e numero di tratte, non soddisfacevano più alla richiesta sempre crescente.  Così era che poteva gracchiare ore ed ore quel maledettissimo telefono-taxi, ma raramente sentivo e vedevo qualcuno rispondere. Erano tutti in giro a fare la stagione. Giustamente. Meno i tassisti aprivano lo sportellino e sollevavano la cornetta grigia, e più disperatamente i potenziali clienti che chiamavano da chissà dove insistevano, insistevano. Per me quello squillo ripetuto e prolungato nel silenzio dei pomeriggi roventi, seppure molesto, insopportabile, divenne parte stessa dell’estate, la mia estate olbiese. Come potevano esserlo le cozze con la birra Ichnusa o il cono crema e pistacchio del bar Hermes, alla radice del Molo Vecchio. O la lettura dei libri di Emilio Salgari.

Quel telefono esiste ancora, tenetevi forte. Un miracolo. È stato spostato di pochi metri e adesso continua a trillare, come sempre da decenni, nella piazzetta da poco intitolata a Rita Denza, padrona e cuoca del ristorante Gallura, che stava dall’altra parte del Corso. Un giovane tassista da me intervistato mi dice che la notte viene spento con l’interruttore cromato a lato. Qualcuno però lo sente squillare lo stesso anche di notte, non so però fino a che ora, non ho meglio appurato. I residenti non si lamentano più di tanto. Quel vibrare insistente, sinistra mescolanza tra il verso di un batrace ed il pernacchio di Totò, per loro ormai fa parte del paesaggio acustico, come Tavolara e il Palazzaccio lo sono di quello geografico. È un suono amico, non possono più farne a meno e nemmeno io posso, ma per motivi ben diversi che il lettore avrà arguito. E vi dirò di più: se da ragazzo più volte ebbi la tentazione di frantumarlo con una mazza da tre chili, adesso userei la stessa mazza per difenderlo strenuamente da chi volesse rimuoverlo come “cosa vecchia ed inutile”. Compiuti i cinquant’anni, e credo che manchi pochissimo al suo compleanno, il telefono-taxi di piazzetta Rita Denza diventerà un bene culturale pubblico a tutti gli effetti. Siete avvisati. Non toccate quel telefono, lasciatelo squillare, o dovrete vedervela prima con me, e poi con tutti gli affezionati lettori di Olbiachefu.

1)  E. SALGARI, Alla conquista di un impero, Milano 1973, p. 99. (Collezione ”I Garzanti”,  I Edizione)

©Marco Agostino Amucano 

12 agosto 2018

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