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Cronaca Olbia

Olbia, vita da precario in Sanità: quando la burocrazia trasforma le persone in numeri

Bacchus 1085

Olbia, 25 marzo 2019 – Essere all’interno di una graduatoria valida, ma non riuscire a rientrare nella stabilizzazione per qualche piccolo cavillo o parametro: è ciò che sta succedendo a molti Operatori Socio Sanitari (Oss) inseriti nelle graduatorie 2010-2013.

La stabilizzazione è il sogno di moltissimi precari, soprattutto in sanità. Eppure, non è così facile ottenerla specialmente se i criteri sono particolarmente restrittivi.

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A parlare sono cinque Oss: c’è chi il lavoro non ce l’ha più, chi combatte con una malattia, chi deve fare il pendolare.

“Vorremmo semplicemente che scorressero nel nostre graduatorie finché sono valide”, spiegano i cinque Operatori socio sanitari.

Per chi ha tanti anni di precariato alle spalle, la stabilizzazione ha il sapore dolce del miele perché ripaga dei tanti sacrifici fatti.

Uno dei cavilli che ha fatto saltare molte stabilizzazioni riguarda il tipo di contratto fatto: a tempo determinato a somministrazione invece di “subordinato“. Basta una parola e il periodo di lavoro eseguito, pur con professionalità, non vale più per la stabilizzazione.

“Nelle altre Regioni italiane non hanno fatto queste differenze, in Sardegna sì e così ci ritroviamo fuori, nonostante il lavoro regolarmente svolto”, spiega Maddalena Casagrande.

C’è poi un altro aspetto che sta facendo arrabbiare, e non poco, gli operatori socio sanitari delle vecchie graduatorie: il regolamento per l‘Attuazione degli indirizzi operativi per lo scorrimento di graduatorie concorsuali dell’Azienda per la tutela della salute approvate dal 01/01/2010 al 31/12/2013.

Per permettere lo scorrimento delle graduatorie, la Regione ha attivato dei corsi di aggiornamento mentre l’Ats ha pubblicato un regolamento.

In questo regolamento sono elencate tutte le specializzazioni che possono accedere ai corsi e quindi ottenere l’idoneità all’assunzione: gli operatori socio sanitari non ci sono e dunque sembrerebbe svanire, per molti lavoratori, la possibilità di una stabilizzazione.

Dietro i numeri, però, ci sono le persone. La vita da precario, in sanità, non è certamente una passeggiata e lo è ancora meno per una professione particolare come quella dell’Oss.

Rinnovi continui, promesse, fiducia che viene sempre meno e poi tanto stress. Stress fisico, per i continui spostamenti, ma anche emotivo perché l’Oss non dà le terapie, ma si occupa di tutto il resto.

Solleva, gira, ruota, sposta, aiuta, lava, veste e spesso lo fa di notte (a volte anche da solo): è l’Oss che ricorda, con i suoi gesti gentili, al malato che è sempre una persona con la sua dignità.

“Siamo numeri, non persone – spiega Maddalena Casagrande, che oltre che combattere contro la precarietà lotta anche contro una malattia -. Come Oss devi essere pronta a lavorare in ogni reparto, ma quando c’è un problema le cose dovrebbero cambiare. Ti fanno una visita e il medico decide quali tipo di mansioni puoi e non puoi fare. Io sono ancora in Riabilitazione”.

La signora Maddalena Casagrande, che sembra affrontare tutto il piglio della guerriera, non è l’unica che affronta o ha già affrontato la malattia.

Anche Vera Gelsomino, che dopo sei proroghe e tre giorni è fuori dalla stabilizzazione e senza occupazione, ha dovuto affrontare il peso della patologia durante il lavoro.

“Per scelta, non ho lavorato per tre mesi anziché un anno – ha spiegato -. Sono tornata a lavoro con i punti e non mi sono mai fermata”.

E poi ci sono le trasferte: tutti loro lavorano lontano la casa. Maddalena si sposta da Olbia ad Alghero. Tre di loro si muovono tutti i giorni verso Tempio: Lucia da Ittiri, Rosalba da Siniscola e Massimo da Oristano.

Macinano chilometri e chilometri per lavorare, per onorare un impegno e per andare a curare i loro amati pazienti.

Le norme sono il principio fondante delle Istituzioni e certamente hanno un ruolo importantissimo nel pubblico impiego, ma la burocrazia a volte è cieca e non riesce a scorgere dietro un pugno di norme e regolamenti l’infinita complessità della vita delle persone, di quei lavoratori che a essa devono per forza affidarsi.

La speranza è che l’Ats Sardegna prenda finalmente in carico il “peso” (e il costo umano) del precariato in sanità, che ascolti il grido di aiuto e che non dimentichi quei lavoratori delle vecchie graduatorie che, indefessamente, continuano a coprire con professionalità posti vacanti.

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