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Olbia, Sultan Khan: “la mia vita è distrutta: chiedo giustizia”

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Olbia, 24 aprile 2019 – Desidera giustizia Sultan Khan, il giovane pakistano prima accusato di essere il capo di una cellula terroristica e poi assolto da queste terribili accuse dalla Corte d’Assise del Tribunale di Sassari a metà aprile.

Oggi sono 4 anni esatti da quella mega operazione della Digos: era il 24 aprile 2015, la Città di Olbia si svegliava con gli elicotteri e un imponente dispiegamento di forze, mentre la vita di Sultan Khan veniva stravolta per sempre.

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Le accuse mosse al giovane pakistano, che da 20 anni vive in Italia come cittadino modello perfettamente integrato nel tessuto socio-economico locale, erano gravissime.

 Sultan Khan è stato accusato di essere il leader di una cellula terroristica affiliata ad Al Qaeda ritenuta responsabile di un sanguinoso attentato nel 2009 a Peshawar e di un tentato attentato al Papa nel 2010.

A quattro anni da quel terribile giorno, Khan è (quasi) libero: è stato assolto dalle accuse di strage e terrorismo, mentre è rimasto in piedi il reato di immigrazione clandestina per il quale l’avvocato Luca Tamponi – che ha seguito il caso sin dall’inizio – è pronto a presentare appello con tutta una serie di documenti che dimostrerebbero l’innocenza del suo assistito.

“Siamo fiduciosi”, ha rimarcato il legale: “Questo è stato un processo pieno di anomalie, confidiamo in un’assoluzione anche per questo capo d’imputazione”.

La parola “anomalia” ricorre spesso nei racconti di Sultan Khan e dell’avvocato Tamponi e il loro elenco si trova nella memoria presentata al Riesame.

Le indagini, con le conseguenti intercettazioni, sono partite nel 2005 ma solo nel 2015 – ben dieci anni dopo e ad anni di distanza rispetto ai fatti contestati – si arriva all’arresto con una operazione finita su tutte le tv nazionali.

Se la prima anomalia potrebbe essere questa – anche se le indagini di questo genere necessitano di tanto tempo – le altre non sembrerebbero da meno.

In primis la personalità del presunto boss, Sultan Khan, ben lontano dal prototipo del fondamentalista islamico tutto barba, shari’a e voglia di vendetta anti-occidentale.

Sultan Khan è filo-occidentale, perfettamente integrato a Olbia e con una vita da normale imprenditore locale con amicizie, viaggi e relazioni.

La presunta cellula terroristica non cambia mai utenze telefoniche: usa sempre gli stessi numeri di telefono invece di usare delle “usa e getta”.

Poi, le traduzioni: sono state fatte da un interprete che aveva del risentimento personale (noto nella comunità pakistana olbiese) nei confronti di Sultan Khan, ma anche pregiudizi religiosi poiché è uno è sciita e l’altro sunnita.

In più, l’interprete proviene dalla città di Marai Bala che dista circa 150 Km dalla città d’origine di Khan: nelle due città si parlano lingue diverse e non interscambiabili, mentre l’interprete non sarebbe stato nemmeno qualificato per quel ruolo.

E ancora: le conversazioni fraintese, come il mistero di un fantomatico “Osama” che non era certamente Osama Bin Laden, ma il nipote di un amico di Sultan Khan.

Tutte queste “anomalie”, come tante altre, sono emerse durante il dibattimento durato la bellezza di 85 udienze (celebrate) per un totale 11.595 pagine dattiloscritte.

Il tutto per la modica cifra di 40 milioni di euro: tanto sarebbe costato, secondo i calcoli della difesa, il procedimento giudiziario dalle indagini al processo.

“Non mi fido più nessuno – spiega Sultan Khan -. Ho passato tre anni, 7 mesi e 17 giorni in carcere. Sono stato nella Guantanamo italiana e in isolamento. All’inizio non capivo cosa mi stava accadendo, poi ho capito. La mia vita è distrutta, mi hanno infangato e ora ho paura, ma chiedo giustizia“.

Sultan Khan mostra con orgoglio le foto della sua famiglia: la sua giovane moglie, che ha vinto il premio di migliore mamma dell’anno, e i suoi sei figli.

“La mia famiglia vive in un compendio difeso militarmente – continua il giovane imprenditore -. Temo per la loro vita: mi hanno accusato di aver ucciso 100 persone, qualche parente delle vittime potrebbe non credere alla mia innocenza e potrebbe vendicarsi sulla mia famiglia”.

Sultan, però, teme anche per la sua vita: per l’accusa di immigrazione clandestina sono previsti 10 anni di carcere con conseguente espulsione in Pakistan.

Peccato che la sua vita, con tanto di collaborazione con enti locali e Questura, sia qua in Sardegna anche se non ha più niente.

Il giovane pakistano era un imprenditore di successo: la conseguenza diretta del procedimento giudiziario e della carcerazione è stata la perdita delle aziende.

Nonostante ciò, Khan non ha perso il sorriso: “Oggi sono un uomo nuovo”, racconta.

E chissà che il cielo non torni a sorridere a questo immigrato modello che tanto ha fatto per la sua comunità.

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