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Olbia e quei giovani "che cercano male la felicità"

Riflessione a tre condotta da Don Theron Casula, Padre Carlo Frau e Don Alessandro Fadda

Olbia e quei giovani
Olbia e quei giovani
Camilla Pisani

Pubblicato il 28 maggio 2021 alle 06:00

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Olbia. Ricostruire il senso stesso di comunità, ripartendo dalla relazione, quindi dalla famiglia in quanto nucleo fondativo della città: e quanto proposto da Don Theron Casula, coordinatore della Consulta per la Pastorale Giovanile, da Don Alessandro Fadda e da padre Carlo Frau, in risposta a quanto sta accadendo tra i giovanissimi (gli episodi di violenza in centro storico).

“Partiamo dal presupposto che non è possibile parlare di giovani prescindendo dalle famiglie, trattando gli uni e le altre come fossero mondi separati, indipendenti, perché quello che è indubbio e la strettissima correlazione tra la dimensione familiare delle relazioni -e delle difficoltà nello stabilirne di positive- ed il disagio giovanile, che vediamo esplodere in questi giorni ma che esiste già da molto, come testimoniato anche dalla lunga esperienza di padre Carlo e Don Sandro, sacerdoti con alle spalle anni di progetti dedicati al mondo dei ragazzi. Per quanto riguarda le strategie possibili per cercare di risolvere questa dimensione estremamente complessa, ce ne sono a decine, ma credo che tutto debba partire da quella più antica ed, a mio avviso, efficace, che è quella dell’ascolto e dello stare con i giovani; a volte infatti il rischio è fare tante cose come adulti che pensano da adulti per i giovani, mentre invece va lasciato spazio all’osservazione ed all’ascolto. Stando con i giovani si impara a rilevarne i limiti e le fragilità, ma soprattutto si costruisce la familiarità, tassello fondamentale che consente di entrare in relazione, di essere un volto familiare, una persona con cui parlare, anche in maniera sfidante a volte; il problema che si presenta spesso è proprio la mancanza di relazione all’interno delle famiglie, nelle quali il tempo trascorso tra genitori e figli si riduce a pochissimi momenti alla settimana. Questo è qualcosa che si riconduce fortemente al nostro tempo, rapido e pieno di impegni, ed al cambiamento radicale delle strutture familiari; laddove in passato c’era sempre una figura che creava relazione con i più piccoli, fungendo anche da ponte con le altre figure di riferimento, adesso questo e molto più difficile” afferma Don Theron Casula.

La radice del disagio che sembra assalire adolescenti e pre-adolescenti sembra quindi trovarsi all’interno delle mura domestiche: “credo che molte famiglie vivano in condizioni di grande difficoltà emotiva; penso ad esempio a quanti sperimentano separazioni, divisioni, le quali si riversano sull’emotività dei ragazzi, ed è proprio questo il motivo per cui noi, come frati di parrocchia, puntiamo su una pastorale improntata alle famiglie, i cui figli, assimilando sin da piccoli i valori della solidarietà e della comunione, riescono tendenzialmente a districarsi meglio dai grovigli dell’adolescenza e della gioventù, cosa invece più complessa nel momento in cui si cerca di recuperare un ragazzo che possiede già un suo background sedimentato in termini valoriali” spiega Padre Carlo Frau.

Un’altra interessante riflessione e quella aperta da Don Sandro Fadda, che accosta i temi dell’ascolto e del sostegno alle famiglie a quello, altrettanto centrale, della legalità: “ritengo che sia urgente ristabilire le norme della legalità, a partire da noi adulti, che dobbiamo essere in grado di assumerci le nostre responsabilità. Vedo un preoccupante utilizzo di sostanze stupefacenti, e questo non è riconducibile ad un piccolo consumo, ma a dinamiche di smercio certamente più grosse; ad Olbia esiste un grande mercato di spaccio, che temo possa aumentare. Per quanto riguarda strettamente i giovani, si deve pensare ai modelli che questi giovani hanno, e soprattutto alla rete che esiste intorno alle famiglie; quello che si è perso rispetto al passato e infatti è il senso di responsabilità educativa collettiva, capace di mantenere i giovani all’interno di un argine all’interno del quale sviluppare sé stessi in maniera costruttiva e non distruttiva. Va ricostruita la relazione di buon vicinato tra adulti, e riversarla sui ragazzi, coltivarla anche in senso normativo e preventivo; normativo perché se non si pongono dei paletti, il ragazzo non potrà mai capire qual è il suo ruolo, preventiva nel senso dello stare con i ragazzi. Questo fa fatto in maniera politica, apartitica, urgente, costituendo dei tavoli di lavoro continuativi, che non lavorino esclusivamente sull’emergenza, pensando ad una politica familiare che possa essere di vero sostegno. Vedo tanti ragazzi che non hanno una progettualità, che va ripristinata, sapendo innescare quel senso di meraviglia”.

Il tema è delicato, e più si approfondisce in modo verticale, più emerge in modo evidente quanto non si possa semplificare in un paio di battute demagogiche: impossibile ricondurre quanto accaduto in centro ad Olbia, additando ora i giovani, ora le famiglie, ora la scuola; va fatto uno sforzo di comprensione, lanciando il cuore oltre l’ostacolo per approdare finalmente ad un tavolo comune che riunisca tutte le parti in causa, in una sintesi che punti esclusivamente a sostenere e risolvere tutti gli aspetti di questa dilagante aggressività.

“Noi dobbiamo dare alla famiglia, e di riflesso ai giovani, la possibilità di avere un appoggio concreto, di non sentirsi soli, di conoscere la realtà dei figli. Dobbiamo essere presenti come compagni di cammino, dimostrando innanzitutto prossimità, senza impartire lezioni ma consigli; in quest’ottica noi lavoriamo da anni alla formazione degli educatori, per emanciparci dall’idea -spesso messa in pratica- dell’inserimento privo di direzione di qualsiasi volontario. Ma anche i volontari vanno formati, perché la loro azione risulti ancora più utile e valida ai fini del sostegno ai giovani, anche tenendo conto che il momento dell’inizio dell’adolescenza si è abbassato rispetto al passato. Lavoriamo anche con gli istituti e con le associazioni di categoria, oltre che con l’amministrazione comunale, rispetto alla quale prescindiamo da qualsiasi colore politico; bisogna lavorare per gli altri e con gli altri, rinunciando alle primogeniture ed ai narcisismi, in una comunione d’intenti che porti risultati concreti, con semplicità ma anche con passione” conclude Don Theron Casula.

Un invito ad ampliare il proprio orizzonte viene da Padre Carlo Frau: “credo si debba andare oltre al proprio campo di azione, non pensare solo alla propria parrocchia, ma estendere il proprio interesse; la Consulta in questo senso è un ottimo strumento per dialogare con le altre realtà, anche in relazione ai progetti per i giovani, in uno sguardo che diventi comprensivo di tutta la complessità”.

Dovere religioso che si specchia nel dovere laico, come ricorda Don Alessandro Fadda: “quello che stiamo facendo, riunendoci con gli altri tasselli della comunità, non è altro che la risposta ad una richiesta posta dallo Stato tramite leggi; rispondiamo come cittadini innanzitutto, anche nell’ottica di una globalizzazione che impone sempre più attenzione, dal particolare all’universale, un mondo unito ad altri mondi. La sfida più grande è quella di cooperare insieme, creando una comunità, combattendo il narcisismo, ritrovando il senso della mediazione, del principio di bene comune”.

Sostegno alle famiglie, quindi, e di riverbero ai ragazzi: questi ragazzi aggressivi, forse solo spaventati dalla loro stessa solitudine, forse poco ascoltati ma anche poco arginati nelle loro fisiologiche ribellioni, privi di alternative, di contenimento costruttivo e quindi allo sbando: “anche questi ragazzi che commettono reati minori, non sono cattivi ragazzi, ma sono ragazzi che cercano male la felicità” dice Don Theron, e c’è a chi sembrerà una distopia buonista questa riflessione, che esclude qualsiasi facile capro epiatorio, ma come accade per tutte le cose, basta guardare un po’ più in là per accogliere al meglio il nòcciolo; in quei ragazzi che cercano male la felicità risiede il futuro di un’intera città, e più che la condanna nuda e cruda forse gioverebbe la più vecchia delle medicine, l’ascolto.