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Olbia, come sarebbe stata: il cruciale ’76 e il porto turistico (che non fu)

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Olbia, 13 aprile 2019 – Continua il nostro viaggio alla scoperta dei misteri urbanistici olbiesi: quei misteri, dovuti alla politica, per cui da 30-40 anni invochiamo sempre le stesse cose, senza mai vederle concretizzate.

Una di queste vere e proprie chimere è il famigerato porto turistico: un’infrastruttura ormai entrata nella leggenda, bramata da ogni sindaco che si rispetti, disegnata nei più disparati modi, elencata in tutti i programmi elettorali di ogni schieramento politico, inserita nel Piano regolatore portuale e mai divenuta più di un mero foglio di carta sul quale sognare.

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Siamo nel 1976, Olbia è poco più di un paesotto con grandi ambizioni: da una decina d’anni la Costa Smeralda del principe Karim Aga Khan fa furore, l’Alisarda effettua voli dal 1° aprile del 1964, l’aeroporto Costa Smeralda è in attività.

In nuce, in quel ’76, c’è l’Olbia che conosciamo oggi: solo che si trattava di una tela  bianca, ancora tutta da dipingere.

Una tela bianca che i politici di allora avrebbero potuto colorare in maniera differente, se non fossero prevalse altre dinamiche.

Perché il ’76 è così importante? Perché è l’anno in cui si è deciso di mettere una pietra tombale sopra la programmazione per scegliere interventi spot.

In quell’anno, il Comune di Olbia doveva decidere se accettare o meno la proposta organica avanzata dallo Studio d’Equipe – trasformata in 3D con il plastico esposto al Deffenu.

Un’ipotesi di progetto sostenuta dai Comitati di Quartiere, all’epoca particolarmente combattivi e gagliardi, che non volevano i ponti a mare (meglio noti, tra gli olbiesi, come sopraelevate).

Il progetto dello Studio d’Equipe, soluzione urbanistica organica (praticamente un Puc “ante litteram”), prevedeva soluzioni alternative viarie alle sopraelevate, razionalizzava la viabilità principale con nuovi assi e proponeva l’utilizzo delle due anse del golfo interno come porto turistico.

Un progetto letteralmente visionario, perché il contesto del ’76 non è il contesto del 2019.

“Non esistevano né la Lega Navale, nè le ACLI Circolo Diportistico olbiesi,
ancor meno il porticciolo privato di Zoncheddu a Sa Marinedda, sotto Auchan – racconta il geometra Andrea Demuru -. Solo qualche approdo di fortuna al Molo Brin, dove ormeggiava qualche nave da carico ed anche qualche traghetto o nave Ro-Ro. Di cantieri navali esistevano solo Olivieri, Moro e l’Autonautica nell’Anfossi”.

Il caso finì sulla stampa nazionale, precisamente sulla rivista specializzata “Nautica“, mensile internazionale di navigazione.

Tale rivista dedicò due pagine all’impasse in cui era caduta Olbia, stretta tra le “mega opere” per regolare il traffico e un futuro da meta turistica che all’epoca era davvero un’idea astratta.

All’epoca si diceva che i porti turistici all’interno delle anse non potevano essere fatti perché le acque erano “troppo basse” per certi tipi di natanti.

Oggi sappiamo che il golfo interno è talmente grande da poter ospitare, razionalizzando lo spazio, qualsiasi tipo di imbarcazione: dal chiattino al mega yacht.

All’epoca erano destinati ai ponti a mare circa 18 miliardi di vecchie lire: il Comitato Permanente per la Salvaguardia di Olbia, i sindacati e i comitati di quartiere chiedevano che le osservazioni venissero prese in considerazione e che i fondi fossero destinati alla soluzione proposta dallo Studio d’Equipe.

Il Consiglio Comunale diede un responso negativo: sì ai ponti a mare, no alla soluzione organica.

Oggi, con oltre 40 anni di ritardo, si parla di porto turistico nelle anse interne, demolizione delle sopraelevate e di lungomare.

Abbiamo qualche dubbio sul fatto che la politica si renda conto di quanto tempo è stato perso: ciò che ci interessa è far capire agli olbiesi di oggi, che non conoscono le vicende di 40 anni fa, quanto è importante la programmazione e quanto gli interventi spot non portino alcun vantaggio nel lungo periodo.

Il progetto dello Studio d’Equipe, guardato oggi con occhi di oggi, sicuramente avrà qualcosa da migliorare/rivedere e non è certamente applicabile sulla Olbia del 2019, ma all’epoca era probabilmente la proposta migliore in campo o un’alternativa da prendere seriamente in considerazione.

Oggi, le idee principali dello Studio d’Equipe tornano in superficie attraverso le dichiarazioni dei politici come un fiume carsico, quasi come se fossero idee nuove. Ma non lo sono: hanno quasi 50 anni.

“Succederà che demoliranno i ponti, completeranno i lungomare (Via Escriva’, Via Principe Umberto, Via Redipuglia etc.) e si renderanno conto, troppo tardi, d’aver sprecato molti soldi pubblici”, ha detto Demuro che ormai potremmo definire come un perfetto “Nemo propheta in patria”.

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