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Olbia, anemia mediterranea: quando le trasfusioni di sangue si facevano a Sassari

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Una volta al mese, mio fratello Mario si attaccava al telefono, da Olbia chiamava Nuoro, Sassari, Porto Torres, le conversazioni erano brevissime, quasi sempre si limitavano a questo scambio di parole “Pronto? Sono Mario. È per domani. D’accordo? Domani”

Capitava, ed il caso era frequente,  che l’interpellato al telefono non fosse d’accordo: un impegno, un’indisposizione, un contrattempo. Così mio fratello doveva allargare il giro delle telefonate che interrompeva soltanto quando si era assicurato la presenza all’appuntamento di sette persone.

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L’appuntamento era presso la Clinica pediatrica dell’Università di Sassari. Da questo dipendeva la vita di due dei suoi tre figli, miei nipoti: Roberto, di cinque anni, e Giovannella. Coloro che rispondevano affermativamente all’invito telefonico erano sempre tutti amici di famiglia o amici degli amici, professionisti, agricoltori, operai. Donavano il loro sangue perché i miei nipoti, Roberto e Giovannella, erano malati di anemia mediterranea, il terribile morbo che non perdona e che porta inesorabilmente alla morte in un arco di tempo che allora, parliamo degli anni Sessanta, soltanto eccezionalmente superava i quindici anni. Così, una volta al mese per sopravvivere il più a lungo possibile  le due creature necessitavano di trasfusioni di sangue, a scadenza fissa,  ma questo scarseggiava e bisognava trovare di volta in volta chi era disposto a donarlo.

Si diceva che c’era l’Avis, c’erano i centri trasfusionali  e a Olbia era nata da poco, vicino all’ingresso dell’ospedale vecchio, l’emoteca. Tutti organismi preposti alla fornitura di sangue. Non toccava dunque a questi organismi soddisfare le richieste? Purtroppo a quei tempi i dirigenti rispondevano che il sangue fresco era scarso,  le richieste erano tante e i donatori erano pochi.

Certo, in quegli anni, nel Sessanta, il problema della scarsità di sangue aveva dimensioni nazionali e forse poteva essere risolto soltanto quando tutti ci fossimo convinti che donare il sangue è un dovere civico.

Era un problema che in Sardegna assumeva aspetti drammatici, perché la Sardegna era un’area talassemica, in cui maggiormente prosperava il morbo che uccide i bambini, anche se vi sono altre aree talassemiche, come la Sicilia e la provincia di Ferrara.

Non mi dilungo a descrivere le origini dell’anemia mediterranea, conosciuta anche come Morbo di Cooley , dal nome del ricercatore statunitense che ebbe modo di individuarla nel 1925 e studiarla prendendo a soggetto I figli di immigrati.

Purtroppo il Morbo di Cooley è inguaribile È solo questione di far sopravvivere il malato quanto più a lungo possibile. Il malato deve essere sottoposto a trasfusioni di sangue per mantenere elevato il livello di emoglobina nel sangue. Se fosse abbandonato a sé stesso morirebbe in un breve spazio di tempo.

Ieri come oggi era un amaro romanzo, un calvario che coinvolgeva l’oggi e il domani di tante famiglie.  Così il caso di Roberto e Giovannella era sventuratamente simile a tanti e mio fratello Mario e mia cognata Sabina non avevano niente da raccontare più di quanto non ne avevano altri genitori colpiti come loro da questa sventura.

Roberto e Giovannella erano gli ultimi due nati, ma mentre l’altra mia nipote Barbara cresceva normalmente, loro crescevano soprattutto negli occhi che erano neri, profondissimi.

Mio fratello e mia cognata Sabina dovevano farsi coraggio perché purtroppo non c’era niente da fare, se non ritardare con le trasfusioni di sangue l’estremo evento. “Coraggio? – diceva Mario – come potremo darcelo  io e Sabina con questi due bambini davanti agli occhi, sapendo che la loro sorte è già segnata?” Diceva che è la speranza e non il coraggio: speranza che un giorno o l’altro qualcuno scopra la medicina miracolosa, come il risveglio risolve un brutto sogno.

Mio fratello parlava della grossa croce che pesava sulla sua famiglia.

Mio fratello era forte, anche se la sua voce quando parlava della grossa croce che pesava sulla sua famiglia gli tremava.

Rievocava sempre i tanti momenti del calvario, i periodici viaggi da Olbia a Sassari,   perché l’ospedale  di Olbia non era convenientemente attrezzato.

Rievocava le risposte che non sapeva dare alle tante domande di Roberto e Giovannella. “Babbo perché ci porti sempre all’ospedale? La ci pungono sempre con dei lunghi aghi”.

Rievocava le mille difficoltà di reperire il sangue necessario alle trasfusioni.

 M.llo Salvatore Careddu

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