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Sardares 1400
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Metabainó ( μεταβαίνω) – racconto di Giuliano Deiana

Bacchus 1085

Metabainó ( μεταβαίνω)

                                                                                       “Abìtuati a pensare che nulla è per noi la morte,

Phone Doctor 1400

poiché ogni bene e ogni male è nella sensazione,

e la morte è privazione di questa.

Per cui la retta conoscenza è che per noi la morte

rende gioiosa la mortalità della vita;

non aggiungendo infinito tempo,

ma togliendo il desiderio dell’immortalità.

Niente c’è infatti di temibile nella vita per chi è veramente convinto

che niente di temibile c’è nel non vivere più.

Perciò stolto è colui che dice di temere la morte

non perché quando c’è sia dolorosa,

ma perché addolora l’attenderla;

ciò che, infatti, è presente non ci turba,

stoltamente ci addolora quando è atteso.

Il più terribile dunque dei mali, la morte, non è nulla per noi,

 perché quando ci siamo noi non c’è la morte,

quando c’è la morte noi non ci siamo più.

Non è nulla dunque, né per i vivi né per i morti,

perché per quelli non c’è, questi non sono più.

Ma i più, nei confronti della morte,

ora la fuggono come il più grande dei mali,

ora come cessazione dei mali della vita la cercano.

Il saggio né rifiuta la vita né teme la morte;

 perché né è contrario alla vita, né reputa un male il non vivere.”

 

Epicuro, Lettera a Meneceo  

in Opere [trad. di G. Arrighetti], Einaudi, Torino 1967.

 

 

 

 

 

            Fuori dalle finestre, il maggio sfoggiava, sugli alberi, tutti i colori della primavera.

Lì, dentro la piccola stanza dell’ospedale, il tempo si era fermato e la bella stagione era stata tenuta fuori dalle finestre con spessi doppi vetri. Lì dentro regnava un silenzio greve, rotto soltanto dal bip bip di uno strumento che monitorava i suoi parametri vitali; le voci erano sommesse: quasi dei mormorii impercettibili.

            Il vecchio, dal suo letto, guardava confusamente, con occhi appannati, ciò che gli stava intorno, ma non vedeva che ombre fugaci e il bianco abbagliante del soffitto che gli pareva dovesse cascargli addosso.

Sentiva il suo cuore martellargli dentro le orecchie e, fuori dal suo corpo, coglieva un mondo che si andava sempre più rarefacendo.

Gli sembrava di udire urla dolenti, antiche nel tempo, scoppi distanti e il rumore sinistro di eliche di aerei impazziti in un cielo rosso di fiamme lontane e scuro di un fumo denso e acre.

Da luoghi remoti giungeva al suo udito, così gli sembrava, un turbinio di rumori, di suoni e di parole. Era lo sciabordio delle onde sugli scogli, o, su quella barca insicura su cui gli pareva d’essere, lo stridere dei canapi negli scalmi a ogni vogata? Era il suono soave di corde pizzicate su un’arpa, o il percuotere triste di lunghe note su un pianoforte? E quelle che udiva indistintamente, non erano le parole affettuose di amici cari dimenticati nel tempo?

            Sentiva un freddo torpore salire lentamente dalle dita dei piedi e delle mani, su su verso le gambe e le braccia, fino a giungere a quelle profondità immense lì dove gli pareva che fosse caduto il suo cuore.

            Una paura improvvisa lo attanagliò con lunghi artigli. Avrebbe voluto gridare e scappar via il più lontano possibile.

            Cercò di stringere i pugni con forza, ma riuscì solo a muover le dita in un debole spasmo. Avrebbe voluto afferrarsi a qualcosa che lo tenesse a galla in quel mare infinito in cui si sentiva precipitare, ma trovò, accanto a sé, soltanto le estranee lenzuola di un letto d’ospedale. Inspirò profondamente per sentire il profumo del suo mare, ma fu solo un estremo, angosciato rantolo.

            Una tempesta si scatenava nel suo cervello che si rifiutava di morire e un ultimo disperato scarico di adrenalina faceva battere ancora il suo cuore: quel povero cuore che ora, stancamente, perdeva il passo.

Cinque, sei minuti ancora di muta resistenza, poi l’onda luminosa dei pixel sul monitor divenne inesorabilmente piatta e poco alla volta il suo encefalo cominciò a disfarsi.

Era entrato in quel mondo da cui non si torna più. Era morto.

            Non sapeva che sarebbe stato così, non lo aveva mai provato; però, quando vide la sua anima staccarsi dal suo corpo, ebbe un incontrollato sussulto e un sentimento di antico dolore si impossessò di lui per un istante. Era una sensazione simile, per alcuni versi, a quella che provò quando uscì dall’utero materno. Ma quella era stata un’emozione di grande, calda, infinita speranza. Non ne aveva mai avuto consapevolezza prima. Ora, invece, aveva memoria di quel momento come se fosse accaduto un secondo prima. Due brevi attimi: uno remoto nel tempo, l’altro attuale, in essere, in divenire. Due brevi palpiti, così lontani, eppur così vicini, racchiudevano quella che era stata la sua esistenza terrena.

            Guardò con tenerezza quel corpo in cui aveva dimorato per così tanti anni e che, ormai, aveva cessato ogni suo movimento: il cuore non pulsava più, né i polmoni s’affannavano a cercare ancora un alito vitale di aria. Con le braccia distese sui fianchi, le mani continuavano a rimaner aggrappate a un lembo del lenzuolo, quasi ad impedire, in un ultimo disperato tentativo, che quelle spoglie cadessero in un abisso profondo. Gli occhi erano rimasti aperti, con un’eterea luce nell’iride e un’espressione di vago stupore nella pupilla dilatata e fissa.

            Rimirò le persone raccolte intorno al suo corpo esanime. Le riconobbe tutte, ma fu come vederle per la prima volta. Alcune di loro cominciavano a piangere silenziosamente, e lui se ne meravigliò. Altre guardavano il suo cadavere con un misto di stupore e di paura. Un altro che non conosceva, s’affannava, con disperata ostinazione, a premergli ritmicamente il petto col palmo delle mani congiunte.

            Gli faceva male, quella cadenza di colpi battuti sul cuore, ma non era un male fisico; era, invece, come se qualcuno lo tirasse per i piedi per ricacciarlo dentro una scatola da cui era appena scappato.

            Sentì, ma solo per un momento, un impalpabile tepore scaldargli le arterie e le vene e vide la sua anima riavvicinarsi soavemente al suo corpo e aleggiarvi appena più sopra come una lievissima nube di inconsistente vapore sospeso nell’aria.

            Mosse le palpebre solo per un attimo e guardò il viso di quell’uomo ostinato. Lui si fermò e restituì lo sguardo con un’espressione di soddisfatto sorriso.

Il vecchio morente ricambiò quell’occhiata e con gli occhi gli disse:

            «lasciami andare là dove sono atteso».

Tutto ritornò come prima: l’anima s’innalzò verso la sua mèta, il labile calore, che per un battito di ciglia aveva ripreso a intiepidire i suoi vasi sanguigni, cessò, il freddo che veniva da luoghi lontani si riappropriò del suo corpo e i pianti intorno a lui divennero meno silenziosi.

            Un progressivo torpore andò diffondendosi nel suo cervello e le immagini ch’erano impresse nelle sue retine andarono via via perdendo il loro nitore.

            Era morto. Definitivamente e irreversibilmente morto. Aveva cessato di esistere. Era diventato un defunto.

Eppure, lì da quell’angolo della stanzetta dove si era rincantucciato, il vecchio continuava a guardare e ad ascoltare, con distaccato interesse, tutto quel che accadeva intorno a quell’involucro di sé stesso che era diventato il suo cadavere. Guardava la moglie che, col viso contratto in una muta espressione di disperazione, insisteva a carezzargli i capelli e a dirgli tenere parole d’amore con la caparbia determinazione di chi non vuol accettare i fatti compiuti. Guardava i figli e i nipoti col rinnovato stupore di chi ha stupidamente perso del tempo in futili incomprensioni. Guardava i pochi amici e le poche persone care che attorniavano il suo letto con l’espressione di una rassegnata e sincera sofferenza dipinta sul volto.

            Si dispiacque molto per loro. Sentì perfino dolore per doverli abbandonare, ma non provò alcuna disperazione. Era come se quel cambiamento di stato, da vivo a morto, non lo riguardasse più. Come se la sua nuova essenza fosse sempre stata e il suo essere non avesse mai avuto la pesantezza di un corpo fatto di carne e di ossa.

            Poi fu come un ciclone che lo aspirava dentro il suo vortice, sempre più su, sempre più velocemente. Ma dentro quel turbine era come star fermi, come guardare la luce del sole e crederla immota, non pensando che impiega solo otto minuti ad arrivare, perché quel raggio luminoso ti sembra sempre fatto di cosa ferma e immobile.

Lo ingoiò una lunga galleria, splendente di una luce che non ricordava di aver mai veduto in vita sua.

Non era facile percorrerla, quella galleria; ogni suo segmento doveva conquistarlo passo dopo passo, posto che il suo avanzare potesse esser definito un camminare, e, ad ogni piccolo avanzamento, lui avvertiva una sensazione nuova, mai provata prima. Era come ridiscendere il lungo corridoio del ventre materno, quando, lui feto, doveva lottare per progredire verso l’uscita, perché, fermandosi, le contrazioni della madre gli procuravano grande sofferenza.

            In quel procedere, vide il volto della sua mamma ventiquattrenne. Era distesa su un letto con lenzuola rosa ricamate. Sorrideva di una felicità radiosa. Era il giorno in cui lo partorì. Vedeva il volto di suo padre farsi sempre più vicino e sul suo viso era dipinta l’espressione di chi ha lungamente atteso quel momento. Ricordò il bacio che da lui ricevette e il lieve vellicare dei baffi sulla sua pelle, ed era come se quel bacio tanto atteso, non allora, in quel lontano tempo, lo avesse ricevuto, ma, invece, in quell’istante preciso in cui lo aveva rammentato.

            In fondo a quel tunnel, vide la sua nonna materna inginocchiata sul pavimento in mattoni rossi del piccolo cortile. Aveva le braccia alzate al cielo per ringraziare Dio della nascita del suo primo nipote mentre, lì accanto, qualcuno seppelliva, in un angolo dell’aiuola sotto una pianta di bianche calle, la placenta che fino ad allora lo aveva protetto. Vide tanti marinai intorno al suo letto e un ufficiale tedesco che si compiaceva per il colore biondo dei suoi capelli.

            E vide suo nonno Giovanni col figlio Riccheddhu.  Li aveva sempre immaginati sul fondo del mare, cullati dalle alghe e dalle onde o con le ossa come concrezioni calcaree sugli scogli. E invece erano lì, ed era come se fossero stati sempre insieme a lui.

            E poi, come in una scansione impetuosa di immagini, veloci ma ugualmente nitide, scorse ciascuno dei volti di una folla immensa di persone che gli erano state care, che aveva conosciuto nella sua esistenza o di cui aveva soltanto sentito parlare: erano i suoi parenti, erano i suoi amici, erano i suoi conoscenti.

Quanta gente era! Gli pareva impossibile che potesse conoscere tutti quei visi, uno per uno. E tutti, proprio tutti, lo guardavano con un sorriso benevolo o affettuoso, come se gli dicessero: “per quanto tempo ti abbiamo aspettato!” e lui sentì, in tutto il suo essere, il piacere immenso dell’esser desiderato e amato.

            Ma non era una fila di persone, quella che vedeva; non era una parata di facce passate in rassegna. Era, invece, una cosa confusa ma nitida insieme. Era come una sola figura vagamente umana, ma, in quell’unità, distingueva nitidamente la molteplicità di tutti e la singolarità di ciascuno.

            Se avesse potuto piangere, lo avrebbe fatto per la gioia quando rivide, festanti come quando vivevano, i suoi animali.

            Il bastardino dal nome blasonato – Lassie aveva voluto chiamarlo – era il primo e lo guardava negli occhi con insistenza come se volesse dirgli “non mi riconosci più? Sono qui ad aspettarti come quando ti attendevo all’uscita dalla scuola”.

Lassie, l’impertinente Lassie che non voleva mai saperne d’esser cacciato via dalla chiesa quando, al vespro, seguiva le vecchie della sua famiglia che andavano a recitare il rosario. E quando loro si nascondevano, allora lui passava da un banco all’altro della navata centrale annusando tutte le pie donne raccolte in devota preghiera. E se Monsignore, dall’altare, impartiva l’ordine di cacciarlo via, lui, imperterrito, rientrava e ricominciava la sua zelante ricerca di odori familiari.

            E poi vide Fiorellino, agnello dagli occhi miti e innocenti. Candido e profumato di borotalco, col grosso fiocco celeste che un giorno gli aveva annodato intorno al collo. Belava con tenera soddisfazione, dimentico, forse, che, un triste giorno di Pasqua, era stato sacrificato da quella famiglia che lo aveva allevato col biberon.

            C’era anche il passerotto infelice, con l’ala spezzata che lui inutilmente aveva cercato di rappezzare. Era morto dopo pochi giorni, quell’uccellino, ed era stato sepolto nello stesso angolo dell’aiuola lì dove era stata sotterrata la sua placenta. Su quella piccola sepoltura aveva messo sopra una pietra tombale, un piccolo frammento di marmo bianco sul quale aveva scritto, con l’inchiostro nero della scuola: “Qui giace CIP CIP”. Aveva disegnato anche una piccola croce, come quella che aveva visto sulla lapide di suo padre. La prima pioggia aveva stinto quella funebre iscrizione e gli anni avevano cancellato il ricordo di quell’esserino.

            Saltellante come sempre c’era Thomar, lo spinone irrequieto che un suo alunno gli aveva regalato a San Pantaleo. Non aveva nulla del tomarcto, di quel lontano suo progenitore che aveva vissuto nel Miocene.

Ere geologiche come istanti vita, pensò. Anni, secoli, millenni e milioni di anni come se fossero stati un palpito dell’oggi. E anche il futuro come se fosse un attimo del momento attuale, un unico, interminabile, infinito presente in cui si trovava e che ancora cercava di capire, nuovo com’era a quell’esperienza.

            Vide la prima gattina, Isabella, sofferente sull’abbaino di piazza Fiume e vide Pamela, morta, accanto al suo letto, inaspettatamente, in quella lunga notte di sofferenza in cui ci si attendeva, invece, il decesso della sorellina Isabella-seconda. Isabella-seconda sopravvisse, Pamela no, lei morì. Ma ora erano lì, tutte e tre, a far le fusa e a miagolare con la coda ben dritta come un segnale, come a voler dire: “guardaci, siamo qui”.

            Arco e Mela erano lì anch’essi. L’uno, pastore tedesco dimentico, nella sua affettuosa irruenza, delle nobili origini del suo casato; l’altra piccola e dolce, senza alcun blasone da esibire ma ricca di affetto quanti altri mai.

            Il vecchio sentì dentro l’anima (ma chi avrebbe potuto dire, allora, quale “luogo” occupasse quell’anima che lui aveva visto staccarsi dal suo corpo, ora che lui percepiva distintamente di non aver più alcuna consistenza fisica?) un inconsueto disagio, una strana sensazione di irrealtà.

Le sue terrene reminiscenze lo portarono a pensare:

            “eri acqua. Eri un liquido: a volte trasparente, altre torbido. Eri mare con le sue onde, a volte. Eri fiume coi suoi mulinelli. Ora sei solo vapore. Sei solo aria. Sei solo un respiro: l’ultimo respiro che hai esalato”.

            Lui, vecchio uomo e giovane cadavere, ammise, con quel che di sé stesso gli restava, che quella considerazione era proprio vera: era, ormai, diventato solo un alito; era solo un vento. Un anemos o uno spirito a seconda che si volesse ravvisare o meno, in questa trasformazione del suo stato fisico, la dimensione divina di questa sublimazione.

            Lui, giovane nuvola, inconsistente massa gassosa, pensò ai giorni che furono e sentì, struggente nell’anima, tutto il peso del passato.

Non avrebbe saputo dire, ancora inesperto com’era, se questo struggimento, già noto in altre situazioni, ma non del tutto conosciuto in quella contingenza che attualmente si trovava a “vivere”, fosse da ascrivere a realtà passate trascinate dietro, suo malgrado, nel recente trapasso, o se, invece, fossero, queste sensazioni, da rubricare come un’ultima attività speculativa del suo cervello prima che la stasi totale della morte si impadronisse dei suoi neuroni.

            Aveva lasciato la piccola stanza d’ospedale, era stato ingoiato da un lungo tunnel pieno di luce, aveva galleggiato in quella luminosità vorticosa, aveva guardato volti amati e amici, aveva visto i suoi cari animali non inghiottiti dalle nebbie del passato, ma questa successione di eventi non aveva scandito alcun tempo, non lo aveva trasferito in alcun luogo diverso, e tutto questo non lo aveva meravigliato affatto.

Non si stupiva neppure del fatto che quel nulla che aveva al posto degli occhi vedesse anche le cose poste oltre il limite del naturale angolo visuale umano. Avrebbe potuto vedere tutto quel che voleva: davanti e dietro di sé, futuro e passato in un unico insieme. Avrebbe potuto aleggiare e spostarsi ovunque avesse voluto, ma gli riusciva ancora difficile lasciare quel luogo in cui era morto, quelle persone care che erano state le sue compagne di strada nella sua lunga vita.

Abbandonare a sé stesso, come un ricordo inutile, quel corpo in cui lungamente aveva abitato, gli procurava un po’ di nostalgia. Sì, perché i dolori che quella massa di ossa e di muscoli inflacciditi gli aveva procurato, quelli li aveva dimenticati, come non fossero mai stati, ma i piaceri che tutti i suoi centri sensoriali gli avevano procurato, quelli li ricordava molto bene, intensamente e con un sentimento che era molto vicino al rimpianto.

Non capiva bene se questa sua ritrosia fosse solo un atteggiamento conseguente al non rendersi ancora ben conto di quel che era diventato, o se, invece, fosse, il suo, un ultimo disperato tentativo di rimanere ancorato alla vita biologica, a quella complessa successione di reazioni chimiche che, analizzate una alla volta erano ben comprensibili e perfino riproducibili, ma che, nel loro insieme, originavano quelle infinite e sublimi sensazioni che, anche se era ormai un defunto, si ostinava a concepire come vita.

Pensò al cuore che batte più forte quando si è emozionati e il suo ritmo dà il tempo all’incalzare dei sentimenti, ai profumi dell’aria su un campo di grano appena mietuto, alla fragranza delle onde, al sapore del vento la sera, al gusto dolce dell’aria della propria casa quando si ritorna da un lungo viaggio, al frullare delle ali di un passero, ai disegni delle rondini e degli storni nel cielo di primavera, al colore delle foglie dei ciliegi quando l’autunno le infuoca, al sommesso ticchettio della pioggia sui tetti del proprio paese e al soave respiro di una donna, di una madre, di un infante.

Si vergognò di questi pensieri così strettamente legati alla fisicità delle cose e cercò di palparsi gli occhi, le orecchie, la bocca. Cercò quel corpo che ora non aveva più per convincersi d’averlo ormai perso e trovò solo l’aria di una stanza che s’era dilatata, che non aveva più pareti, che non aveva più soffitto, che non aveva più confini e tornò a meravigliarsi di vedere pur non avendo occhi.

Si stupì di sentire e non aveva orecchie. Allora, vecchio com’era, provò a fare una capriola nell’aria. Gli riuscì molto bene, come quando era ragazzino.

Ne fece ancora un’altra perché, intanto, la schiena non gli faceva più male. Avrebbe respirato a pieni polmoni se li avesse avuti, poi, decise che avrebbe riempito tutto sé stesso di quell’aria che sapeva di salmastro.

Sarebbe stato una nuvola.

Guardò in basso e vide Tavolara indorarsi di tramonto, vide le rondini intrecciare ricami e udì le campane di San Paolo lasciar cadere i loro mesti rintocchi sui tetti che l’umido aveva, ormai, reso lucidi.

© Giuliano Deiana 2018

 

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