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MAN | Un segno che racchiude emozioni: la ritrovata Arte di Anna Marongiu

Villaggio di Natale Golfo Aranci 2019

Nuoro, 24 novembre 2019 – Anno millenovecentosette, un riferimento temporale distante c e n t o d o d i c i  anni che segna l’inizio di un secolo pervaso da incessante creatività e da forti co(ntra)sti. Quest’ultima parola sembra innestarsi sul significato di “c o s t i”, una triste allusione: il sacrificio di  tante vite umane per le guerre e dittature che si sono avvicendate in quella prima parte del secolo, distinto da progresso e da  profonda “involuzione”.

Nonostante quest’ombra, il primo ‘900 si ricorda per il grande fermento socio-culturale e ventata di scoperte scientifiche che hanno migliorato la vita di tutti: Guglielmo Marconi riceve le prime trasmissioni radio attraverso l’Atlantico (1901), i fratelli americani Wilbur e Orville Wright  effettuano il loro primo volo (1903), Robert Koch individua il batterio della tubercolosi (1904), Albert Einstein espone la teoria della relatività (1905), Frederick Hopkins scopre le vitamine (1906) … e si potrebbe continuare. Scoperte repentine,  intuizioni geniali a cui si aggiungono gli accesi dibattiti culturali dove il pensiero filosofico sembra imporre nuove interpretazioni sull’essere e sulla natura.

Morostesa 2019

Ma, era diffuso un certo malessere sociale. Lo scientismo e il celebrato progresso sembravano non coincidere con la verità/felicità cercata.

In questo clima si svilupparono quelle ideologie, dove il non sense pareva essere l’unica verità da ricreare. Tanto che l’Europa, a breve, si trovò infetta dal germe dei sistemi totalitari, quali il fascismo in Italia,  creando un disastro peggiore di un cataclisma, con gravi conseguenze, di cui deboli echi risuonano ancora oggi.

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Anna Marongiu Courtesy of Museo MAN

In questo periodo storico nasceva l’illustratrice sarda  Anna Marongiu (Cagliari 1907 – Ostia 1941). Un’artista a cui il Museo MAN  sta dedicando  una prima grande retrospettiva – visibile fino al 1 marzo 2020 – esponendo, per la prima volta in Italia, anche le 262 tavole illustrate del Circolo Pickwick di Dickens di straordinaria bellezza e intensità, di proprietà del Museo Charles Dickens di Londra.

Le opere esposte mostrano il talento di Anna  fin da bambina, quando avvolta nella sua luminosa immaginazione utilizza penne e matite come giochi preferiti. Alimenta così quel desiderio inizialmente inconscio poi tempestato di volontà, coraggio e caparbietà che ispira il suo futuro: diventare un’artista.

E  fin dagli esordi si riconosce per un suo stile, una sua originalità che prendono forza dalla vocazione di divenire donna-artista in una società che non accetta questo ruolo.

Ma l’esistenza di Anna sembra destinata a raffigurarsi come una luminosa meteora e la sua vita venne recisa nel momento del suo massimo fiorire a soli 34 anni, per un incidente aereo.

Oggi è possibile avere una visione più completa dell’opera, valutarne la cifra stilistica e proseguire la storicizzazione di alcuni aspetti della sua vita, ancora avvolti dal mistero, per gli obbiettivi primari che da sempre hanno distinto l’operato del Museo MAN quali la ricerca, l’inquadramento storico-filologico e la valorizzazione degli artisti sardi.

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…entrambi si fissano in silenzio – Circolo Pickwick – Courtesy of Museo MAN

Anna mostra la sua spiccata attitudine verso il disegno, riproduce oggetti o persone  con  un’innata capacità introspettiva e riflessiva, insolita per la sua età: interpreta scene di vita quotidiana; situazioni politiche a cui aggiunge con semplici tratteggi  quella potenza caricaturale, tipica del suo linguaggio artistico. La sua passione per il disegno induce i genitori  ad assecondar la scelta. Così si reca a Roma dove si forma all‘Accademia Inglese e frequenta numerosi corsi privati  di pittura e acquaforte.

la folla di miserabili – Circolo Pickwick – Courtesy  of Museo MAN

Ciò che sorprende è la sua abilità nel disegno consequenziale ad un’esigenza di raccontare storie e ci si chiede se fosse ispirata alla grande tradizione di vignette e illustrazioni inserite nei testi o riviste, tra le quali ad esempio  il Corriere dei Piccoli  che  nasceva nel 1908 con intento pedagogico,  primo settimanale di fumetti illustrati a colori.

Inoltre, si evidenzia la sua versatilità nel sperimentare tecniche artigianali che richiedono molta forza fisica, come l’acquaforte e il bulino. La nipote, Nelly Frau, racconta come rimanesse ore e ore a disegnare anche con la mano fasciata per il  dolore causatogli dalla forte pressione esercitata nell’incidere la lastra.

Si mostra, quindi, instancabile, zelante e consapevole che per acquisire tecnica e avere esiti discreti fosse necessaria un’applicazione ed esercizio costante. Il disegno finisce per assorbire ogni respiro della sua esistenza, come dimostrano i numerosi lavori realizzati nella sua breve vita.

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… per sottrarlo alla furia avvinazzata del padre snaturato – C.Pickwick – Courtesy Museo Man

Del suo lavoro colpisce l’estrema cura e precisione del tratto pulito, deciso e per l’armonia o equilibrio tra composizione e dettagli. Ogni elemento sembra occupare il proprio spazio. Inoltre, pur partendo da un’ottima base tecnica, alla fine esula da tecnicismi per esprimersi liberamente attraverso il suo linguaggio artistico. E nelle illustrazioni esposte è ben visibile l’approdo verso la libertà del segno che le permette di definire l’animo umano e delineare interessanti profili psicologici.

Si afferma come artista nella Roma degli anni ‘30 segnata da vivacità culturale e artistica. Dal 1932 al 1940 partecipa a numerosi eventi quasi con cadenza annuale, facendo conoscere  il suo linguaggio di fine illustratrice e acquafortista fin l’altra parte del mondo, come l’America centrale, allora difficile da raggiungere.

Ma, non dimentica la sua città natale, Cagliari, e nel 1938 presenta la prima mostra personale nella Galleria Palladino. Così viene descritta dal giornalista dell’Unione Sarda, Nicola Valle: “dieci anni di attività […] ci si può accorgere con quanta sicurezza e precocemente si sia affermata la sua personalità già matura sin dalle prime prove; e si può intravvedere con quale ritmo – costante, sicuro senza diversioni, senza impazienze o nervosismi – si evolva e si avvii verso nuovi immancabili, sviluppi”. Anna Marongiu a soli 30 anni era in definitiva una valida artista riconoscibile per il suo linguaggio artistico, percorso e carattere.

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il libro illustrato da Anna Marongiu in mostra al Museo MAN

I suoi frequenti soggiorni a Roma le permettono di intrecciare rapporti con alcune case editrici e in esposizione si possono vedere le graziose illustrazioni realizzate per “La Barca della fortuna” di  Giuseppe Fanciulli edito da Paravia e “L’ultima tappa” di Filiberto Farci  edito dalla S.E.I.

Il 30 luglio del 1941,  in un clima politico instabile, un presagio della Seconda guerra mondiale –  a Roma si effettuano i primi rastrellamenti degli ebrei e  iniziano a scarseggiare gli alimenti –  la vita sembra continuare nella normalità e fluisce verso nuove progettualità con  timore e  incertezza del futuro.

Anna Marongiu  prendeva l’aereo per andare a Roma portando con sé alcuni  lavori da esporre. Ma, al largo di Ostia si infransero sogni e speranze.  Dall’incidente aereo si recuperarono alcune opere e da quel momento il tempo con le sue ali bianche sembrava averla “rapita”. Veniva ricordata in qualche raro evento.

Forse a causa della guerra, che vide la  città di Cagliari subire un feroce bombardamento e del palazzo Valdes, dove abitava la famiglia di Anna, rimasero solo macerie.

La guerra oltre a spezzare vite, estranee alle sue logiche deviate, distrugge ricordi. La memoria può recuperare il visivo, che s’imprigiona nella mente, ma non le tracce empiriche, oggettive di un’esistere. Si pensa che molti suoi lavori, oltre alle lettere e i libri che amava leggere,  siano andati dispersi.

La retrospettiva proposta dal Museo MAN apre un percorso per uno studio filologico più approfondito, mai svolto in passato, perché  “un totale incredibile di 262 tavole del Circolo Pickwick erano conservate nel Dickens Museum di Londra.  Non c’è nessuna istituzione museale estera – dice il direttore del MAN, Luigi Fassi – che conservi  un considerevole numero di opere di un’artista della Regione Sardegna” .

Questa  notizia ci lascia increduli. Segno di scarsa attenzione/sensibilità? Ma nel mondo dell’arte sembra una consuetudine esser valorizzati, compresi quando si è oltrepassato quel limite azzurro, lassù. Potremo citare nomi all’infinito.

Da uno sguardo d’insieme alle illustrazioni, specie quelle del Circolo Pickwick  di Charles Dickens, si rimane affascinati dalla forza evocativa caricaturale e dalla capacità introspettiva.  Si aggiunga che se confrontiamo le opere di Anna con quelle di altri illustratori affermati del periodo, solo per fare qualche nome Fiorenzo Faorzi o Tancredi Scarpelli – che illustra I Promessi Sposi nell’edizione di Nerbini del 1910  – si riesce ad evidenziare il talento della ragazza, pur ognuno con il proprio stile,  in  una situazione paritaria di validi illustratori.

Una certa inclinazione che le nasceva spontanea era l’attenta osservazione del genere umano e  volubilità dell’animo che l’aiutava a caratterizzare,  con delicati giochi cromatici o con semplici segni, i personaggi realizzati con gli acquarelli e penna.

Qui, inoltre, è ben visibile la sua abilità nel contrapposto, una tecnica utilizzata specialmente in scultura: arti superiori e inferiori posti in alternanza incrociata per esprimere ora tensione ora rilassamento, creando dinamismo e vitalità alla scena raffigurata.

Le opere presenti riflettono tre cicli narrativi ciò permette di dedurre che Anna amasse la letteratura italiana e straniera: I Promessi Sposi (1827) di Alessandro Manzoni,  Il Circolo Pickwick (1836) primo romanzo di Charles Dickens e Sogno di una notte di mezza estate (1595) commedia comica di  William Shakespeare. Anna racconta con le sue illustrazioni e utilizza il disegno per comunicare le sue riflessioni o tratti salienti dell’opera che la colpiscono maggiormente.

Illustra la celebre opera manzoniana I Promessi Sposi quando aveva solo 19 anni (1926) mostrando grande maturità e capacità segnica. Impreziosisce i disegni con cornici che richiamano  il decorativismo in uso nel periodo e nella parte sottostante aggiunge didascalie esplicative. Oggi diremo che utilizzava #scritturebrevi di Francesca Chiusaroli (Docente di linguistica all’Uni di Macerata) o meglio per chi usa i social quali Twitter scriveva un tweet di riferimento per migliorare la capacità comunicativa dell’immagine.

Don Rodrigo Cap. IV … bada a chi sei davanti,pesa le parole e sbrigati… – Courtesy  of MAN

Ma perché illustrare proprio questo libro? In effetti c’era una grande tradizione di testi illustrati. Le case editrici per offrire un prodotto esteticamente migliore e forse più vendibile, impegnavano artisti che  dovevano illustrare  e quindi comunicare nell’immediatezza un “frame” della storia narrata. In tanti illustrarono i Promessi sposi, all’epoca un vero bestseller.  Ad esempio a parte la versione di Scarpelli (sopracitata) circolava un’edizione di  Hoepli Editore con le illustrazioni del grande artista Gaetano Previati (fine 800). Sarà vero ciò che diceva spesso Maria Lai – “vicina” al mondo del racconto di Anna Marongiu  – si “riproduce” ciò che passa attraverso gli occhi?

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Fra’ Cristoforo Cap.XXXVI … amatevi come compagni di viaggio… Courtesy of Museo MAN

Ma Anna non solo racconta, riflette sulla storia fino a raffigurare il suo immaginario. Ad esempio in mostra, al termine delle opere – che seguono la cronologia del romanzo  – una illustrazione crea qualche dubbio. Il Manzoni parla dei figli di Renzo e Lucia? Nel disegno (originale per prevalenza dell’asse obliquo, quasi taglio fotografico) appaiono due bambine e un bambino, mentre il testo manzoniano menziona una bambina, Maria  e altri figli, che la coppia avrebbe avuto successivamente.

Anna si svincola dal romanzo  e con libertà creativa interpreta le parole del Manzoni, le filtra soggettivamente. Forse allude al suo ideale di famiglia?

I personaggi ritratti di profilo, secondo la ritrattistica medievale mostrano una tecnica “acerba”.  Nel complesso appaiono opere con una raffinata armonia cromatica, dove si evidenzia una certa creatività nel suddividere gli spazi; la capacità di definire prospettive; il sapiente utilizzo del chiaroscuro.

Dopo circa due anni, nel 1928, Anna inizia a dedicarsi ad un altro progetto.  Illustra un’opera tratta dalla letteratura inglese Il Circolo Pickwick  di Dickens (262 tavole  in penna, china e acquarello). Inevitabile chiedersi come mai queste opere siano finite in un’istituzione inglese?

Accenniamo all’incredibile storia. Anno 1985. Dopo quarantaquattro anni dalla morte dell’artista, il fratello Enrico Marongiu amareggiato perché nessuna istituzione mostrava interesse nel valutare le opere filologicamente integrandole nel contesto storico-culturale in cui l’artista le aveva prodotte, decise di donarle al Museo Dickens, dietro intermediazione del British Council.

Sorprende come l’istituzione museale, a cui erano state donate, non le avesse mai esposte né catalogate, un po’ per motivi di spazio e perché erano pochi gli elementi che si avevano a disposizione per intessere un’analisi critica. (Fassi,2019)

Erano conservate in una scatola quando un anno fa, nel 2018, a trentatré anni dalla donazione e ben settantasette anni dalla morte dell’artista, il direttore del MAN, Luigi Fassi ebbe l’intuizione di contattare il Museo per capire se le opere fossero ancora lì per colmare le lacune su questa artista avvolta nel mistero.

Nell’interessante documentario redatto dalla Sardegna Film Commission con la regia di Gemma Lynch – visibile nella mostra – l’attuale direttrice del Museo Dickens esprime grande stupore e meraviglia davanti al ritrovamento di questi disegni e si mostra sorpresa per il grande talento  mostrato da Anna nella realizzazione delle opere.

Alcune sono state sottoposte a restauro all’interno dello stesso Museo,  come si evince dal documentario. Il docu-film è un prezioso strumento che permette di ampliare le conoscenze sull’artista per la presenza di alcune testimonianze della nipote e del direttore del MAN.

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dal Circolo Pickwick – Courtesy of Museo MAN

Le opere disposte su pannelli non rispecchiano l’ordine cronologico e sembra profilarsi uno studio sulle emozioni umane: tratti di penna che veloci riescono a descrivere quell’impalbabilità caratteriale difficile da cogliere.

Ci si chiede se avesse visto – per  la frequentazione  dell’Accademia Britannica –  le opere di Charles Dickens illustrate da Robert Seymour o Honorè Daumier (quest’ultimo un grandissimo illustratore che oltre ad utilizzare la caricatura si serviva della satira come mezzo di denuncia sociale).

Sogno di una notte di mezza estate  Demetrio ed Elena – Courtesy of Museo MAN

Rimane un altro mistero: chi aveva commissionato queste illustrazioni? Una cosa è certa,   molti  capitoli  non sono stati illustrati  e da ciò possiamo dedurre che lei ci stesse ancora lavorando.

“Non conosco nessun’altra artista che abbia prodotto un’opera così ricca in risposta a qualsiasi romanzo di Dickens – dice Paola Pallottino storica dell’arte, nella sua recensione presente nel libro edito da Marsilio che correda la mostra – ciò che è ancora più importante (non è solo la quantità) è la qualità del lavoro. […] Marongiu impiega per la commedia le tecniche della caricatura […], mostra abilità nella caratterizzazione, nel differenziare gli individui in un vasto repertorio di forme e dimensioni corporee ed espressioni facciali, […] con inserti di storie gotiche contrastanti e piene di terrore naturale o soprannaturale”.

Nel 1930 un’altra opera letteraria aveva attratto la sua attenzione. Illustra la celebre commedia shakespeariana “Sogno di una notte di mezza estate”  lasciandosi ispirare dallo stile allora dominante dell’Art Déco,  portavoce di una nuova libertà artistica più fluida, neoclassica.

Sogno di una notte di mezza estate Titania e Bottom – Courtesy of Museo MAN

Anna disegna conservando quella raffinatezza del tratto e armonia delle forme. I personaggi evocano le figure dei mosaici bizantini (laterale, sovrapposto). Tutto  molto equilibrato, non c’è elemento che risponda ad un gesto spontaneo, non c’è  ridondanza né decoro eccessivo.

In mostra, oltre a queste opere, sono presenti alcuni lavori grafici realizzati con la tecnica del bulino su rame o acquaforte.

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Circo Equestre (1934) – Courtesy of Museo MAN

Qui vogliamo approfondire  “Circo equestre” un’acquaforte del 1934, un soggetto molto raffigurato e interpretato dagli artisti del periodo. Una prima riflessione che si coglie nell’immediato  è  la  sua grande capacità di armonizzare gli spazi. Le quattro figure  presenti sulla scena, ritratte frontalmente, sono disposte in modo disallineato, ciò  crea prospettiva (profondità di campo) e ampiezza scenica.  Gli arti dei personaggi (raffigurati   con l’espediente tecnico del contrappunto) infondono dinamismo e vitalità.  Alcuni elementi in primo piano sembrano ampliare lo spazio nell’asse verticale, come il grande volatile sulla sinistra in posizione simmetrica al pennacchio del cavallo o la sedia che il clown tiene sulla punta del naso in simmetria alla pistola sguainata dall’addestratore. Altra simmetria su linea obliqua il pennacchio con la coda del cavallo.

Questa razionalizzazione ci fa supporre che Anna  avesse assimilato la lezione della grande tradizione classica. Ogni elemento soddisfa una ratio all’interno dello spazio: persino la linea obliqua che corrisponde alla frusta dell’ammaestratore di cavalli è simmetrica con il cerchio tenuto in mano dalla ragazza seduta sul cavallo.

Non sappiamo se avesse valenza allegorica ma sarebbe interessante approfondire. La donna al centro potrebbe evocare la figura delle amazzoni (una società di sole donne guerriere, abili cavallerizze della mitologia greca)  Una coincidenza con Ippolita regina delle amazzoni che compare nella commedia di Shakespeare precedentemente illustrata? Forse la rivalsa di Anna su una società in cui la donna come artista aveva difficoltà ad emergere per ostruzionismo maschilista?  Al clown mette in mano un messaggio  “Cucù” quasi a voler dire: “guarda che sono abile anche io, sono un’artista come te”.

Ci piace pensare che Anna avesse carattere. La sua arte pervasa da misura ed equilibrio ci permette di intuirne il suo temperamento deciso e volitivo.

Ciò a testimonianza del suo perseverare nel suo distinto linguaggio, estranea a movimenti o -ismi (allora in voga quali futurismo, simbolismo…) e si aggiunga che non era intimidita dall’ambiente artistico maschilista predominante che escludeva le donne artiste perché relegate al ruolo di mogli, amanti e madri.

In modo del tutto indipendente Anna Marongiu propone la sua arte guardando a quel respiro europeista di grandi illustratori. La Sardegna si mostrava distante più legata ad una pittura di carattere regionale.

Il MAN dopo averla sottratta al tempo “reo di espropri” ci ha permesso di capire, apprezzare  le sue opere aggiungendo valore alla nostra identità sarda.

“Ciò che ci vuole non è la volontà di credere,

ma quella di scoprire”  Bertrand Russell

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