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L’ultimo traguardo del campione Felice

Un ricordo del grande campione Felice Gimondi, recentemente scomparso, e della sua vittoria-capolavoro al mondiale di Barcellona

Nomasvello Olbia 1085

Olbia, 18 agosto 2019- Ricordo tutto perfettamente, come se fosse ieri. Regnava il silenzio dei telespettatori nell’ombreggiato soggiorno di casa, durante il pomeriggio di domenica 2 settembre 1973. Trepidante, gli occhi fissi sullo schermo, non avevo ancora compiuto tredici anni, ma già mi divoravano il fascino e la passione per il ciclismo. Da oltre sei ore i corridori pedalavano. C’era in palio il titolo mondiale, e l’arrivo era previsto più o meno alle 16. Mio padre, complice il caldo, dava i primi cenni di appisolamento ed io ridacchiavo sbirciandolo da dietro lo schienale della sedia. Ma fu per poco. Riaprì gli occhi e si riposizionò dritto e teso sul suo divano quando il tono di Adriano De Zan, l’insuperato telecronista, divenne più concitato.

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Erano rimasti in quattro là davanti, dopo che per la diciassettesima ed ultima volta era stata affrontata, con andatura impressionante, la breve, ma secca e terribile salita del Montjuic, il colle dei giudei, quello con in cima i resti del castello ed il Museo Nazionale d’Arte della Catalogna, e che domina il porto industriale di Barcellona.

Felice Gimondi vincitore del Tour de France nel 1965

Più che fuggire dal gruppo, il quartetto di campioni si trovava al comando per esclusione, come dei sopravvissuti, come i campionati mondiali di un tempo, i campionati mondiali per campioni veri.  Roba da Superman. Mancava solo una manciata di chilometri all’arrivo. Si alternavano a tirare Luis Ocaña, beniamino dei tifosi spagnoli, fresco vincitore del Tour. La sua era un’imperturbabile maschera, inespressiva, nonostante i quaranta gradi all’ombra e gli oltre 240 chilometri già macinati a ritmi altrettanto infernali. Lo tampinava Freddy Maertens, formidabile velocista, astro nascente del ciclismo belga, che ad un certo punto venne affiancato per confabulare qualcosa dal suo capitano, l’immenso Eddy Merckx, quello dei cinque giri d’Italia, dei cinque Tour de France, delle sette Milano-Sanremo, delle oltre cinquecento vittorie. Il più grande di ogni tempo. Quello che non ci stava a perdere nemmeno giocando a briscola con gli amici.

Felice Gimondi era il quarto del drappello dei fuggitivi, l’unica maglia azzurra, come il cielo catalano, e italiano. Per un attimo anche lui sfiorò, affiancandolo, il Cannibale. Gimondi era un atleta perfettamente proporzionato, alto oltre un metro e ottanta, con una pedalata rotonda e potente, una schiena inconfondibile tenuta perfettamente orizzontale, da grande passista. La sua smorfia da sforzo risultava uno strano sorriso malinconico, generoso nella fatica e discreto nonostante i successi che quella gli ottenne. Galantuomo della Val Brembana, signore di nascita sebbene nato povero, mai sopra le righe nonostante l’irritante comparsa del Cannibale nel suo destino che pareva inizialmente senza rivali. Ed ecco che ancora una volta, l’ennesima volta, se lo trovava in mezzo ai…pedali. A dire la verità lo aveva riacciuffato al penultimo giro, ricucendo l’ennesimo tentativo di fuga della “Bestia” (così lo chiamava scherzosamente) e trascinandosi dietro gli altri due. Mentre riusciva a rimettersi alla ruota di lui, che spingeva con l’andatura di un motociclo, il sereno sorriso da sforzo di Felice si era trasformato in un’amara smorfia di sofferenza. Ma ce l’aveva fatta. Stavolta ce l’aveva fatta ed ora erano lì, ancora una volta, a pedalare insieme verso il traguardo, a contendersi la vittoria del mondiale.

Solito copione, solita storia pensammo tutti nel soggiorno mentre ci gustavamo un bel gelato. Che rabbia, che noia. “Vincerà ancora lui” sentenziò mestamente mio padre “il compagno di squadra, quello giovane, gli tirerà la volata. Sono in due i belgi, e lui è il capitano, ed è Merckx, e Gimondi è da solo”. Tutto ovvio. Non c’era bisogno di dirlo. E nemmeno di sperarlo, perché dopo tutti quegli anni o tifavi Merckx o ci finivi, disperato.

Gimondi e Merckx grandi rivali nello sport e amici nella vita

Gimondi non poteva udire mio padre. E nemmeno capì un’acca di quel brevissimo confabulare nell’idioma fiammingo tra Maertens e il Cannibale. Ma il grande italiano intuì la strategia dei due, come la intuimmo tutti noi in soggiorno, e in tutte le parti del globo collegate in mondovisione. Il Cannibale doveva mangiarsi tutto e tutti ancora una volta.  

Gimondi fece dunque la cosa più ovvia, quantunque non la più facile. Si incollò talmente a Maertens che negli ultimi due chilometri fra le due ruote non ci sarebbe passata nemmeno una monetina da cinque lire. La regia spagnola insisteva nelle riprese dei fuggitivi, da dietro, di fianco, da sotto: motociclisti e cineoperatori in azione ci hanno lasciato un documento eccezionale di virtuosismo della ripresa sportiva, per quei tempi. Ci pareva di essere in gara nonostante il bianco e nero delle immagini, e l’immaginazione mi faceva sentire il fruscio dei tubolari, l’adrenalina a mille, il respiro affannoso, le mani che smanettavano sui cambi  e le catene che scendevano – tlac! – sull’ultimo rocchetto per la volata finale. Trattenevo il respiro, il cuore mi batteva fortissimo, stringevo i braccioli della poltrona.

Agli 800 metri Maertens partì in lunga e potente progressione, con Gimondi sempre appiccicato alla sua ruota posteriore. Dopo il cartello dei 250 metri finalmente apparve l’inquadratura finale fissa sul traguardo. Un rettilineo larghissimo lo precedeva, con una leggera pendenza al 3% e l’asfalto rovente e fumante sotto il sole.

Il teleobiettivo schiacciava la prospettiva, e non era facile vedere cosa stesse accadendo tra i gomiti che si allargavano e le biciclette che ondeggiavano qua e là.  Neanche De Zan capì qualcosa fino ai 100 metri, quando Gimondi respinse con una spallata da pistard lo spavaldo e stremato Maertens il quale, in evidente dispnea, aveva disperatamente provato ad appoggiarglisi nel tentativo di ostacolarlo. Negli ultimi venti metri il Cannibale smetteva di pedalare rassegnato alla sconfitta, arrivando quarto al traguardo, con  sconsolata inerzia. La testa nera fitta fitta di capelli senza caschetto di Gimondi, piegata a mangiare il manubrio per il supremo sforzo finale, si sollevò invece di scatto, seguita dal busto, e poi ancora dalle lunghe braccia nervose che si protesero verso il cielo di Catalogna, insieme alle nostre che per i salti sfioravano il soffitto del soggiorno. Che gioia immensa! Bastarono trenta centimetri per battere Maertens, per l’apoteosi, per la grande rivincita. Per dire a se stesso e a tutti che io non sono l’eterno secondo dietro Eddy Merckx il cannibale. Io sono Felice Gimondi e basta, il campione, il Campione del Mondo.

L’arrivo al traguardo del campionato mondiale di Barcellona del 1973, vinto da Felice Gimondi davanti a Maertens ed Ocaña

Un immenso campione, di forza, di stile, di umanità, di garbo, mi apparve quel giorno Gimondi. Un grande marito e un grande padre mi apparvero dopo, leggendo di lui, sentendolo nelle numerose interviste. Un grande italiano.

Lo interpellarono molti anni fa per non ricordo più quale rotocalco, da me letto casualmente in una sala d’attesa. Il servizio riportava le definizioni della felicità fatte da molti personaggi di successo, intervistati allo scopo. Lui, Felice, rispose che la felicità non gliela avevano data le grandi vittorie. Al massimo, quelle erano solo soddisfazioni, per quanto grandi e fonte di guadagno. Per lui la felicità erano la sua famiglia, erano i valori cattolici con cui era stato educato, sua moglie Tiziana (che gli è stata a fianco per oltre cinquant’anni), erano i suoi figli. Pochi sono gli uomini che oggi sanno distinguere tra soddisfazioni e autentica felicità.

Sono gli uomini veri. Sono i campioni veri. Felice fu felice, nonostante, e oserei dire a dispetto delle grandi soddisfazioni di uomo di sport, di ciclista fra i più grandi del secolo scorso. La sua morte ci ha lasciato sorpresi e addolorati, ma lui, Felice, sapeva benissimo che dopo i traguardi delle gare ciclistiche c’è il traguardo finale della vita, che non è asfaltato, dove non appare il cartello degli ultimi 200 metri, dove anche se si arriva in solitudine non è automatica la vittoria. Lui però, Felice Gimondi, era tranquillo e sorridente come sempre. Lui ha sempre vinto, anche quando arrivava secondo, dietro il Cannibale.

Gimondi e Merckx in una foto di pochi anni fa

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