Da 242 giorni 12 ore 17 minuti 22 secondi questa testata è stata 'censurata' dal sindaco Nizzi per aver consultato i cittadini. Ecco i dettagli.

Sardinia Ferries
OLBIAchefu - brevi racconti

ll sole sorride a Ferragosto – di Antonio Appeddu

Ph Maurizio Casula
Phone Doctor 1400

ll sole sorride a Ferragosto. 

Ite bisònzu b’at de pònner totu cuss’ozu in s’insalàda?(1)

Spesati article

Tìu Gàmminu, si non nde pònzo a su nèssi unu pàgu, cust’èlva non at sabòre perùnu!(2)

Ormai, questo battibecco, era una costante della giornata di Gamminu e Amina, la ragazza originaria di un paesino dell’interno dell’Isola che, da un po’ di tempo, l’uomo teneva in casa per fargli da governante.

Era la sistematica conclusione di ogni mattinata in cui l’uomo rimbrottava la povera ragazza perché, a suo dire, esagerava con il condimento dell’insalata. Già le aveva vietato l’aceto: voleva forse impedire che si mettesse l’olio necessario ad evitare che quel contorno somigliasse alla razione di una capra?

Gamminu, la parsimonia, diceva lui, l’aveva elevata al rango di principio regolatore della sua esistenza. Che bisogno c’è – diceva tra sé e sé – di bere un litro d’acqua a pranzo quando un bicchiere è più che sufficiente per sciacquare la bocca? E poi, aggiungeva, se bevo troppa acqua non finisco col diluire eccessivamente i succhi gastrici e mettere a repentaglio il corretto funzionamento dello stomaco? A quel punto, povera digestione! Ma quello che più di tutto lo spingeva ad economizzare anche sull’acqua era il solito rovello: cosa ci guadagno quando bevo, o mangio, più di quanto mi serve per mantenere in vita questo corpo? Forse guadagno anni di vita?

Così passava le giornate a dare disposizioni a Amina perché dosasse bene la pasta da cuocere, il pane da mettere a tavola e la frutta da consumare, quest’ultima, solo a cena.

Magro, alto un metro e sessantacinque e calvo, Gamminu si era conformato nel fisico nel pieno rispetto delle sue regole di vita che l’avevano portato a non eccedere mai nei comportamenti, tranne che nell’essere parsimonioso. Il suo corpo, pertanto, aveva rinunciato ai capelli ed ai chili di troppo ed appariva in perfetto equilibrio con il suo carattere e con il suo stile di vita. Solo la mimica facciale lasciava trasparire qualche tentativo di fuga da quella gabbia di precetti e di regole che si era data fin da bambino, facendo capire che, pur nella monotonia di un’esistenza passata nell’esaltazione del risparmio, qualche pulsione sentimentale e qualche delusione le aveva provate anche lui.

Di piccola statura, Amina era una ragazza in apparenza graziosa ma, nella realtà dei fatti, molto bella. La sua era una bellezza nascosta da un abbigliamento non ricercato e da una approssimativa cura della persona. Ma la sera, quando si ritirava nella sua camera e si spogliava davanti allo specchio, anche lei, che pure vanitosa non era per nulla, doveva ammettere che la natura era stata molto benigna con la sua persona, regalandole in dote un corpo perfetto e proporzionato in ogni sua parte che avrebbe fatto la felicità dell’uomo che, a suo tempo, l’avrebbe sposata.

Amina, dopo diversi mesi di servizio in quella casa, si era assuefatta a quelle ossessionanti osservazioni e, ritenendo di aver compreso nell’intimo il carattere del padrone di casa, aveva finito col compatirlo. Sapeva che, in fondo, non era un uomo cattivo, anche se lei non percepiva il fatto che quei comportamenti, più che ad un ragionato bisogno di economizzare le risorse, rispondevano a meccanismi psicologici ben più complessi, che obbligavano quell’uomo a lesinare su ogni spesa e su qualsivoglia consumo domestico per evitare di sentirsi in colpa con sé stesso per aver causato lo spreco di soldi, di beni e di tempo. Insomma, la sua ossessione era lo spreco!

Lo avevano conformato così i genitori fin dall’infanzia: una madre sempre distratta e mai affettuosa (non ricordava una volta in cui la donna lo avesse accarezzato o gli avesse indirizzato una frase carina o premurosa) che gli rivolgeva la parola solo per rimproverarlo e mai per elogiare quel che di buono faceva. Un padre sempre intento, quando presente in casa, a risolvere quiz e fare parole crociate, mai interessato a quel che combinava il bambino. Inoltre, date le precarie condizioni economiche della famiglia, non si poteva essere di manica larga manco col pargolo: se gli compravano un gelato, ordinavano, per lui, il cono più piccolo; così quando entravano in ristorante: mentre gli altri bambini potevano ordinare una bella milanese con patate fritte, per lui c’era solo un piatto di spaghetti al pomodoro. E, poi, quale ristorante? Capitava che ce lo portassero una volta ogni morte di papa, in pratica quando la famiglia si trovava fuori sede perché, altrimenti, se lo sarebbe sognato il ristorante.

Cresciuto in un ambiente dove il riciclo forzoso di indumenti, libri e effetti personali vari era la regola, il ragazzo non ebbe particolari difficoltà ad adattarsi all’ambiente militare allorché fu chiamato a prestare il servizio di leva.

Lo mandarono a Macomer dove, una volta capito che il ragazzo sapeva maneggiare la macchina da scrivere, venne spedito in fureria, al servizio di un maresciallo che conosceva la scrittura a macchina come un aborigeno australiano può conoscere l’architettura di un nuraghe. Anche lì diede dimostrazione della sua parsimonia: era l’unico furiere d’Italia che, una volta esaurito l’inchiostro della parte superiore del nastro, rivoltava quest’ultimo per sfruttare quello rimasto nella parte bassa dello stesso. Inoltre, quando una recluta si presentava da lui per fare domanda di permesso, prendeva un foglio di carta e lo divideva in due parti uguali con un tagliacarte: con la stessa quantità di fogli – diceva – avrebbe compilato il doppio delle domande.

I rapporti con i commilitoni erano buoni e, anche per ingraziarselo visto il suo ruolo, la sua presenza era sempre richiesta quando, in gruppo, diverse reclute andavano a cena nella trattoria del paese per mangiare un bel piatto di pane fratau(3). In quelle occasioni lui si occupava sempre, alla fine della cena, di raccogliere le singole quote del conto, maggiorandole in piccola percentuale: quelle maggiorazioni gli consentivano di evitare di pagare la sua parte.

Finito il servizio militare fece ritorno a casa e iniziò a lavorare, come commesso, nell’unico negozio di autoricambi del paese. Il proprietario dell’esercizio commerciale era un suo zio, fratello di sua madre, che, diversi anni prima, aveva potuto impiantare quell’attività grazie ad uno di quegli incidenti della vita che riescono a trasformare un inferno in un paradiso. Aveva da poco tempo, questo zio, avuto in regalo una vecchia bicicletta che, con indiscussa perizia e non poco lavoro, era riuscito a recuperare rendendola perfettamente funzionante e come nuova. Durante uno dei suoi giri pomeridiani fra la piazza e la stazione, che distavano quattro chilometri una dall’altra, s’imbatté in un corpo che giaceva riverso in cunetta. Si fermò e vide che si trattava di un giovane e che non era del paese. Fu subito colpito dall’odore nauseabondo di alcol che proveniva dal ragazzo. Gli diede alcuni strattoni e quello aprì gli occhi. Pronunciò anche alcune parole e lo zio, di esse, capì solo “treno”. Dopo alcuni minuti di domande e di risposte intraducibili, il ragazzo riuscì a chieder “mi porti al treno?”. Lo zio capì, fece rimanere il giovane in piedi al fianco della canna del telaio della bicicletta, gli fece tirar su i talloni, fece passare il tubo metallico sotto le natiche dell’ubriaco ed era pronto per iniziare la corsa verso la stazione. Gli disse di mettere il mento sulla sua spalla sinistra e, con lo sguardo orientato a destra – per evitare di intercettare il fetido respiro del ragazzo – , cominciò a pedalare verso la meta. Arrivato a pochi metri dal treno, diede il ragazzo in consegna al capostazione e, a fischi di gomme, ritornò a casa godendo per poter respirare nuovamente aria pulita.

Dopo qualche settimana, mentre stava seduto al bar a passare oras(4), lo zio vide tre uomini che, a passo veloce, si dirigevano verso di lui. Arrivati a pochi metri di distanza riconobbe il giovane della sbronza e il capostazione. Il terzo uomo non lo conosceva: era un signore alto, robusto, con un cappello a falde larghe in testa e due baffoni a manubrio sul labbro superiore. Il capostazione puntò il dito verso lo zio e disse “ecco, quella è la persona che cercate!”. Lo zio, pensando di essersi messo in qualche pasticcio, stava per darsela a gambe ma l’omaccione baffuto fu più svelto di lui e, con una mano che sembrava una morsa di acciaio, lo bloccò tenendolo per un braccio.

– Perché scappa? Sono qui per ringraziarla per aver consentito a mio figlio di arrivare al treno qualche giorno fa.

– Ma si figuri. Gli ho solo dato un passaggio in bicicletta.

– No, no. Non è solo un passaggio in bicicletta. So tutto. Vorrei che lei sapesse che le sarò per sempre grato e che, potendo, vorrei sdebitarmi con lei.

La discussione andò avanti e, considerato che il padre del ragazzo aveva da poco impiantato un grande centro di distribuzione di pezzi di ricambio per autoveicoli, che lo zio era disoccupato, che quella zona era scoperta di quel servizio, il “debito” venne compensato con l’apertura, in paese, di una rivendita di pezzi di ricambio che, nel volgere di poco tempo e grazie alla diffusione dell’automobile fra la gente, diventò una vera e propria miniera d’oro che fece, dello zio, una delle persone più benestanti del paese.

Iniziò, così, la carriera lavorativa di Gamminu che, per ben quarant’anni, si svolse tutta dentro quel negozio. Col tempo si impratichì ad un punto tale che lo zio e gli altri commessi non consultavano più i cataloghi dei prodotti: bastava chiedere a Gamminu che, senza tentennamento alcuno, sciorinava codice, anno di produzione, versione, dislocazione del pezzo in deposito e relativo prezzo corrente. Nel giro di pochi anni era diventato praticamente indispensabile per garantire all’esercizio commerciale quella prontezza nel servire il cliente che aveva fatto di quello un esempio per tutta la rete commerciale aziendale. Grazie a Gamminu, in sostanza, lo zio riceveva premi di produzione, inviti a serate di gala e viaggi omaggio in tutto il mondo e, dopo venti anni di attività, gli era pure giunta una comunicazione, contenuta in un’elegante busta, con la quale veniva informato del fatto che sarebbe stato insignito del titolo di cavaliere del lavoro.

La vita di Gamminu, pure segnata da questi indiscutibili successi lavorativi, continuò ineluttabilmente sul binario della monotonia: sveglia alle sei e trenta, colazione, apertura del negozio alle sette e trenta, pranzo alle tredici, riapertura alle quindici e trenta e chiusura alla venti. Dal lunedì al sabato era quella la tabella di marcia dell’uomo: mai una visita al bar o un passaggio al cinema. Casa e lavoro, lavoro e casa. La domenica, dopo la messa, acquistava il quotidiano locale e si sedeva su una panchina della piazza – sempre la stessa, quella posta sotto un grande ippocastano – dove stazionava, se non pioveva, per almeno due ore; il tempo di leggere integralmente il quotidiano e, se del caso, rileggere i pezzi dello stesso che trattavano argomenti di storia.

Col tempo, il suo fisico invecchiava anche se non conosceva significative trasformazioni. Tranne che per i capelli che, dopo la stagione del diradamento, erano scomparsi del tutto sulla calotta cranica. Un giorno, in virtù di ciò, venne preso di mira da Felice Mannena, un buontempone del paese sempre alla ricerca di bersagli da prendere in giro, che gli disse ” O Gàmminu, mi non ti ipilùstries cun totu cussu ‘entu!(5). Felice, forte di una folta e curata capigliatura nonostante i cinquant’anni suonati, fece la battuta mentre un gruppo di ragazzotti sostava a pochi passi da lui. I giovani, com’era prevedibile, udita la battuta, scoppiarono in una risata e atteero la risposta di Gamminu che, un po’ risentito per quella presa per i fondelli, guardò in direzione del Mannena e gli rispose “Felì, l’ischis chi-e est chi de seguru non ispilit? Sos àinos e sos cozònes!(6). La risata dei ragazzi, all’indirizzo del Mannena, fu ancora più sonora. Da allora, il povero Felice si teneva a debita distanza da Gamminu: aveva capito che essere riservati e timidi non significava essere stupidi o pronti  a farsi prendere in giro e che l’uomo, se necessario, sapeva essere pungente nelle reazioni.

Amina fece la sua comparsa nella casa, e nella vita, di Gamminu quando l’uomo, sulla soglia dei cinquantaotto anni, iniziò a pensare alla sua stagione da pensionato. Sapeva che a sessant’anni avrebbe potuto smettere di lavorare e godere il meritato riposo, ma era cosciente del fatto che, in vecchiaia, avrebbe avuto difficoltà a governarsi da solo. L’idea di poter contare su una persona dedicata a lui, almeno per le cose essenziali, lo allettava ma, allo stesso tempo, finiva inevitabilmente per impensierirlo a causa dei connessi impegni economici che ciò avrebbe determinato.

– Sono proprio spezzato in due – confidava a sé stesso – fra la necessità di avere un aiuto in casa e l’impegno economico che da questo deriverebbe. Quanto mi costerebbe avere una persona in casa per aiutarmi? E, poi, di quale aiuto potrei aver bisogno? Potrei avere necessità di una donna (e sì, deve essere una donna, mica mi metto uomini in casa!) per pulire la casa. Ma, una volta che pulisce la casa, potrei chiederle anche di stirarmi camice, pantaloni e biancheria intima. Ovviamente, prima di stirarla, tutta questa roba la dovrà lavare. Una volta che fa tutte queste cose, mi sembra anche logico chiederle che cucini. Ma se le dovessi chiedere di svolgere tutte queste attività, questa donna, quanto mi costerebbe? No, no: lasciamo perdere. Mi arrangerò da solo. Non posso svenarmi per pagare una donna: e cosa avrei lavorato a fare se, una volta andato in pensione, dovessi dare buona parte delle mie risorse a una domestica? Non se ne parla nemmeno.

Era questo, sistematicamente, il percorso mentale che l’uomo seguiva per giungere alla scontata conclusione: lui, soldi per la domestica non ne avrebbe sprecato. In qualche modo sarebbe andato avanti: in caminu s’acontzat barriu!(7)

 

 

 A fargli cambiare idea, alcuni anni dopo, ci pensò la schiena. La sua schiena. Era appena rientrato a casa dal lavoro in una sera di aprile: lungo il tragitto verso casa aveva avuto la sensazione che qualcosa, nel suo corpo, si stesse muovendo poco più sopra dell’osso sacro. Non aveva dato peso ai segnali della schiena e, così, appena arrivato a casa, si sedette nella solita poltrona della sua camera da letto per eseguire la solita operazione: togliere le scarpe coi lacci e indossare un paio di comode pantofole in pelle. Slacciò le scarpe, tolse con facilità la prima ma, quando andò a ripetere l’operazione con la seconda, si rese conto che l’elasticità della colonna vertebrale, in quel momento, era pari a zero. Rimase con le mani attaccate alla scarpa, senza riuscire a togliere questa dal piede ma, fatto ben più grave, senza poter riacquistare la posizione eretta. In pratica, era come se l’avessero ingabbiato con delle barre di ferro in quella postura senza che lui avesse a disposizione strumento alcuno per potersi liberare da quel mostruoso, ancorché immateriale, congegno. Restò bloccato per uno o due minuti che, a lui, sembrarono giorni! Provava a raddrizzare la schiena, ma il dolore era troppo forte e le vertebre sembravano essere state cementate una sull’altra. Non c’era modo di uscire da quella tragica condizione. Si rese anche conto di essere solo in casa e ciò gli generò un’agitazione interiore fortissima: il respiro cambiava e il cuore batteva sempre più veloce! Fu al culmine di questa situazione disperata che promise a sé stesso, quasi sfidando l’intimo della sua coscienza, che, appena uscito da quella ridicola e dolorosa condizione, senza perdere tempo, avrebbe cercato una donna da incaricare per la gestione della casa. Fece un giuramento solenne, in modo da sentirsi vincolato ad esso anche quando sarebbe guarito e la schiena avrebbe ripreso a piegarsi. Si conosceva bene, Gamminu: sapeva che in assenza di un impegno formale e morale, una volta rimessosi a posto avrebbe tentato, per evitare spese, di ingannare anche sé stesso.

Il giorno seguente, appena svegliato, si portò, pur con difficoltà, al telefono e chiamò un collega di lavoro per avvisarlo che quel giorno si sarebbe assentato dal lavoro per ragioni di salute. Dopodiché chiamò il medico di famiglia e gli chiese cortesemente di andarlo a visitare dato che non poteva uscire di casa per il dolore. Il medico lo visitò verso mezzogiorno e gli disse che la sua schiena, a forza di stare in piedi dietro il bancone del negozio, stava subendo delle pericolose e inevitabili trasformazioni che, col tempo e se non debitamente combattute, ne avrebbero compromesso la funzionalità con conseguenze gravissime, non ultima quella di dover finire in carrozzina per gli spostamenti. Gamminu chiese se potesse servire fare qualche visita specialistica ma il medico, in virtù della sua lunga esperienza e in omaggio alla sua onestà intellettuale, gli rispose “se vuole, posso anche prescriverle degli esami radiologici. Ma non le direbbero di più di ciò che le ho detto io. Prima di andarmene, le aggiungo solo due prescrizioni: la prima è che deve fare un po’ di ginnastica e le dirò io quale; la seconda è legata al fatto che a cinquantotto anni e con quella schiena, non può permettersi di vivere da solo: si cerchi un aiuto in casa!” Sentita quest’ultima prescrizione, Gamminu assunse un’aria quasi soddisfatta: la sua decisione di assumere una donna in casa non solo era frutto delle sue considerazioni ma, adesso, diventava d’obbligo: gliel’aveva ordinato il medico!

Qualche giorno dopo, zoppicando ancora per l’indolenzimento, per avviare la ricerca della futura governante si era recato dal parroco. Era un giovane arrivato due anni prima da una parrocchia di Cagliari, dove faceva il viceparroco, ed era originario di un paese della Gallura: don Sebastiano. In primis, don Sebastiano si era messo a disposizione ma gli aveva anche comunicato che, almeno per il momento, non aveva persone da segnalargli, atteso che non gli erano noti casi di ragazze che cercavano quel tipo di lavoro.

Passarono alcune settimane e una sera, dopo cena, il telefono di Gamminu squillò. Era don Sebastiano “appena può, venga a farmi visita!”. Gamminu capì e il giorno dopo, finito di lavorare, suonò al campanello della casa parrocchiale.

– Forse ho trovato ciò che fa per lei. Si tratta di una ragazza che, da qualche settimana, con tutta la sua famiglia, è venuta a vivere qui da noi. Vengono da un centro dell’interno e pare che abbiano dovuto lasciarlo a causa di conflitti fra famiglie. Mi ha chiamato il parroco del loro paese per rappresentarmi la loro vicenda e i loro problemi e mi ha garantito che si tratta di gente perbene. La ragazza vorrebbe lavorare, ha appena venti anni, e sarebbe disposta anche a trasferirsi a casa sua perché nell’appartamento che hanno preso in affitto hanno difficoltà a starci tutti: padre madre, tre fratelli oltre la ragazza. Sulla serietà della ragazza e della famiglia garantisce il mio collega e, quindi, mi sento di raccomandargliela caldamente. Ho parlato con i genitori e a loro, ovviamente, ho assicurato che lei è persona seria e timorata di Dio e che la ragazza sarebbe trattata in casa come una figlia. Ho la sua parola d’onore che, qualora venisse assunta, la ragazza godrebbe di quella considerazione?

– Don Sebastiano, in primo luogo la voglio ringraziare. Forse è la prima volta che nella mia vita da adulto mi sono rivolto ad una persona per avere un aiuto e lei me l’ha dato subito. Non lo dimenticherò. Per quanto attiene alla ragazza può tranquillamente garantire ai genitori che sarà da me trattata con tutti i riguardi del caso. Non ho un bel carattere, lo so bene, ma non sono un uomo cattivo. C’è chi mi biasima perché ritiene che non mi goda la vita secondo i canoni attuali, ma io non sono stato formato per godere di certe cose e di certi divertimenti: non riesco a forzare la mia natura di uomo riservato e timido. E non sono avaro, come pensa certa gente a cui mi piacerebbe, fattane una folla da comizio, dire che l’idea che si viva bene spendendo tutto ciò che si ha fa la fortuna di chi vuole che gli uomini diventino sempre più schiavi del denaro per finire con l’essere schiavi in tutti i sensi. E vedrà che se la congrega dei padroni del mondo non riuscirà a schiavizzare noi occidentali, gli schiavi li importerà da altri continenti.

– Posso quindi andare avanti con la trattativa? Mi autorizza.

– Per me può chiudere la trattativa anche domani. Mi faccia sapere!

Fu così che, alcuni giorni dopo e una volta fissati i termini del rapporto di lavoro, Amina si trasferì a casa di Gamminu. Ci arrivò accompagnata dai genitori, due giovani con scolpiti nel viso i segni di una stagione passata in mezzo a sofferenze e grandi dolori, e da due valige contenenti abiti ed effetti personali. Gamminu fece visitare la casa, parlò a lungo con i genitori, garantì loro che avrebbe trattato la figlia con tutte le attenzioni del caso e che, in ogni momento, avrebbero avuto la porta aperta della casa per venire a trovarla. Non voleva, in nessun modo, che quel trasferimento di abitazione dovessero sentirlo come un distacco; anche perché, in fin dei conti, la distanza fra le due case era di un centinaio di metri. Nell’occasione, il padre di Amina regalò al padrone di casa un caglio di capretto che gli avevano portato, il giorno prima, dal paese. Gamminu, ovviamente, non poté contraccambiare il dono perché in casa non aveva nulla da offrire.

I primi giorni servirono alla ragazza per capire in cosa si sarebbe sostanziato il suo lavoro e, fatto più rilevante, quali erano le esigenze più sentite dell’uomo. Si rese conto da subito che il signor Gamminu non era quello che poteva definirsi uno sprecone. Mai un’esagerazione alimentare o di altro genere. Quando la ragazza doveva fare la spesa veniva rifornita di denaro dal padrone di casa e se avanzava denaro, questo veniva messo subito sul comodino dell’uomo che la sera, al rientro dal lavoro, avrebbe verificato le uscite alla luce della ricevuta.

Gamminu ebbe quasi una sensazione dolorosa allorché dovette somministrare il primo salario alla giovane. Si erano accordati per la liquidazione settimanale del compenso, che venne percepito da Amina di sabato e quel sabato, per il padrone di casa, fu una giornata da dimenticare. Contava e ricontava le banconote, le poggiava su un tavolino e le guardava come se fossero irrinunciabili protesi del suo corpo che stavano per abbandonarlo. Ma i patti erano chiari e, pertanto, i soldi finirono nella tasca della ragazza che il giorno seguente li portò a casa della madre per l’utilizzo in famiglia.

Col tempo, la tendenza al risparmio di Gamminu si era rinforzata per assumere una caratterizzazione sempre più marcata che lo portava a provare per i suoi beni un patologico senso di possesso. E si sa che, se è pure accettabile, se non comprensibile, che un forte attaccamento ai beni ci possa riguardare tutti allorché gli stessi siano di notevole valore affettivo o commerciale, risulta difficile ammettere e giustificare una affezione esagerata quando i beni sono di infima se non nulla importanza.

Il problema si pose in tutta la sua gravità un giorno in cui l’uomo andò a cercare un’edizione di un quotidiano che aveva acquistato la domenica precedente. In quell’edizione domenicale era stata riportata un’intervista ad uno storico che lui ammirava particolarmente, nella quale costui sosteneva che, in fondo, sarebbe stato meglio, per gli italiani, che Napoleone, una volta invasa la penisola, ci fosse rimasto e avesse, così, impedito la costituzione dello stato italiano. Si era innamorato di quell’ipotesi, non tanto perché si sarebbe evitata la nascita del regno d’Itali – cosa che lo interessava poco o nulla-, quanto perché, in quelle condizioni, la Sardegna sarebbe rimasta fuori da quei disegni politici risultando stato indipendente. Queste tesi, tra l’altro, facevano preoccupare, per ragioni che qui non staremo a spiegare, don Sebastiano, il quale gli ricordava che quando il generale francese, con metaforiche pedate sul fondo schiena, aveva fatto sloggiare i Savoia da Torino, costoro erano venuti ad accasarsi proprio a Cagliari. “Si rende conto – gli diceva- che ci saremmo trovati ad essere governati da gente come i Savoia? Lo sa, lei, che quello che oggi sarebbe l’erede al trono è “un mezzu maccu chi no vvali mancu l’ea chi si bì(8)? Gamminu, allora, con il riguardo che si deve al proprio parroco, aveva risposto “i piemontesi li abbiamo già mandati via dalla Sardegna un’altra volta: ci organizziamo e li rispediamo fuori dall’Isola, con le buone o con le cattive”.

Torniamo, però, alla svanita edizione domenicale del nostro quotidiano. La cercò disperatamente, manco fosse un libretto di risparmio al portatore. Esplorò i tavoli della casa, i mobili della cucina. Già non trovandola lì il suo umore era peggiorato e montava in lui una sensazione forte di sconforto. Ma se solo una settimana fa l’aveva vista e anche toccata – quasi a sincerarsi che fosse tutta intera – come mai non era più a portata di mano? La cercò in bagno e nello sgabuzzino, senza successo! Ripassò in cucina ed entrò in camera da letto. Nulla. Entrò allora nella camera della domestica ma le poche cose che vide sul comò e sul comodino erano di Amina. Sparito. Il quotidiano era sparito.

Attese il rientro in casa della ragazza per avere lumi da lei. E finalmente li ebbe.

– Si ricorda che l’altro giorno le ho detto di avere necessità di un po’ di legna fina per accendere il fuoco del camino?

– Certo che lo ricordo. E allora?

– E allora, siccome lei mi ha detto che non poteva comprami quella legnetta e che mi sarei dovuta arrangiare, io mi sono arrangiata. Ho visto quel giornale e, in questi ultimi giorni, il fuoco l’ho acceso con le pagine di quello.

L’uomo ebbe quasi un mancamento. Si lasciò andare su una sedia e, come se gli fosse crollata addosso la casa, sussurrò

– Il mio giornale! Come farò adesso che non potrò più rileggere quell’intervista. Inoltre non posso neanche riacquistarlo. E anche se potessi ricomprarlo dovrei spendere ulteriore denaro per disporre di una cosa che era già mia!

Così dicendo, sprofondò in un avvilimento infinito, incrementato dalla paura di perdere anche la fiducia che riponeva nella ragazza. Costei, vedendo la sua sproporzionata reazione, esclamò

– Manco le fosse morto qualche familiare! Che modo di fare è questo?

Gamminu, sentendo queste parole ed avvertendo il tono deciso di quest’ultima nel pronunciarle, come inebetito ribatté

– Come fai a rispondermi così? Lo comprendi o no il danno che ho subito? Anche tu sei come la massa: butti via tutto ciò che sembra superfluo, per dover acquistare sempre cose nuove. Vi sentite protagonisti solo quando spendete. Come quelli che vanno al grande emporio ad acquistare tutto ciò che attira la loro attenzione. Ma non son questi i veri protagonisti della società. Sono solo le vittime di questa nuova filosofia di vita indotta da un sistema che spinge a sperperare tutte le risorse disponibili. Così, tra spese necessarie ed inutili, tasse, imposte, balzelli, canoni e compensi vari, nessuno riesce più a conservare il becco di un quattrino. Quando, poi, c’è da investire, non avendo disponibilità di denaro proprio, la gente va in banca: lì si chiude il cerchio. Poveri ed indebitati. Ecco cosa sono i cittadini oggi! E tu, cara Amina, non farai eccezione se non cambierai mentalità.

La domestica, più dal tono che dal senso del discorso dell’uomo, si chiese se, per caso, l’uomo non stesse perdendo il lume della ragione e, alquanto preoccupata e con voce dolce, gli disse

– Si calmi, la prego. Vedrà che in qualche modo troveremo una copia del giornale. Parlerò con la verduraia: ha il fidanzato che fa il cameriere al bar della piazzetta: può darsi che costui riesca a recuperarne una copia sul posto di lavoro. Magari lo hanno conservato e riusciamo ad entrarne in possesso.

Gamminu, grazie anche al tono rincuorante delle parole di Amina, si quietò e, dopo una decina di minuti, le fece preparare la cena, specificando che lui, per l’occasione, avrebbe bevuto soltanto una scodella di latte, freddo e privo di zucchero. Avrebbe così economizzato sul gas e sul dolcificante.

La notte, però, il fantasma del giornale oramai perduto si ripresentò. Aveva preso sonno presto, con la convinzione di fare una lunga dormita per svegliarsi ben riposato alle sei del mattino successivo. Alle due, però, come se una mano posata su una spalla l’avesse strattonato, si svegliò e nella sua mente ricomparve la prima pagina del quotidiano. Proprio quella, con i suoi titoli principali e le fotografie. Si ricordava persino gli annunci pubblicitari. Il cuore accelerò il battito e il cervello si mise in azione

– Guarda tu se questa sventata di Amina doveva bruciare il giornale. E’ pur vero che le ho detto che non intendevo acquistare altra legna, ma quella che serve in casa è quella fina, per far partire il fuoco. Quella non è necessario comprarla, la trovi gratis da altre parti. Che so, dalla sua amica verduraia. Poteva chiedere a lei di darle una di quelle cassette di legno fino in cui arriva la frutta al negozio. Una volta vuota, gliel’avrebbe potuta regalare e lei avrebbe potuto smontarla, ricavare tanti piccoli frammenti di legno e utilizzare quelli per appiccare il fuoco in casa. E’ anche così che si risparmia. D’altronde io, se oggi ho un bel gruzzolo in banca, il merito lo devo riconoscere alla mia indubbia parsimonia che mi ha sempre difeso dalle spese inutili e dagli sprechi. E’ troppo facile prendere i soldi dal borsellino e comprare dove ti capita: così sono buoni tutti a fare le cose. Il merito va riconosciuto a chi le cose riesce a farle senza spendere o al minor prezzo possibile. Come diceva quel saggio di tiu Tilippu, si diventa ricchi anche risparmiando molto. E se lo dico io, che per quarant’anni ho fatto il commerciante, bisogna crederci.

Nella sua mente, allora, si sviluppava un carosello di immagini, sensazioni, piccoli fatti: si vedeva, contemporaneamente, in banca mentre effettuava il sistematico versamento della pensione; in chiesa dove, ogni domenica, nel corso della messa faceva una piccola offerta in denaro; in cucina, il sabato pomeriggio, allorché liquidava il compenso dovuto ad Amina. Insomma, l’elemento sempre presente nella sua mente era il denaro e quello sempre assente era il genere femminile.

Non si era sposato e non era mai stato neanche fidanzato. Sin da giovane, aveva tenuto un atteggiamento di distacco verso le donne e ogniqualvolta aveva avviato la frequentazione di una ragazza si era, quasi involontariamente, impegnato a trovarle qualche inaccettabile difetto. Come con Rosolina, conosciuta una domenica alla messa che avevano seguito fianco a fianco nello stesso sedile. Al momento di scambiarsi “un gesto di pace” la ragazza gli aveva porto la mano e lui, preso dall’imbarazzo, l’aveva stretta nella sua dicendo “molto lieto: Carmelo”. La ragazza aveva sorriso e, finita la funzione, per attaccar bottone, gli aveva chiesto il perché di quella presentazione. Lui, mentendo, le aveva risposto “Conoscere il nome di una così bella ragazza” e, da lì, avevano preso ad incontrarsi alla messa domenicale. Stessa ora, stesso banco. Dopo alcune messe, si erano trattenuti di fronte alla canonica a chiacchierare e lì li aveva trovati il parroco del tempo, don Turoldo, il quale, sempre interessato a favorire la nascita di nuove famiglie fra i suoi parrocchiani, li aveva fatti entrare in casa sua per offrir loro una bibita e scambiare quattro chiacchiere. Gamminu e Rosolina, quasi per non sconfessare l’intuito del prelato, avevano dato ad intendere che la loro era un’amicizia che, a Dio piacendo, si sarebbe potuta evolvere in qualcosa di più importante. Ciò diede speranza al religioso, il quale li rese edotti dei percorsi formativi che avrebbero dovuto seguire in parrocchia qualora la grazia divina avesse fatto loro comprendere di essere adatti uno all’altra.

Come a formalizzare la nuova coppia, don Turoldo tirò fuori dal frigo una bottiglia di spuma e ne offrì un bicchiere ai ragazzi che, a loro insaputa, brindarono al loro amore. Usciti dalla casa parrocchiale, i due si guardarono negli occhi quasi a confermare il loro legame e Rosolina, molto timidamente, prese la mano di Gamminu e lo tirò a sé baciandolo sulla guancia. Il giovane, rigido come il bastone di una scopa, sentì il calore delle labbra della ragazza sulla sua guancia e dovette riconoscere a sé stesso come la sensazione che provava non gli dispiacesse affatto. Si frequentarono per circa sei mesi, durante i quali entrambi ebbero modo di intuire, prima, e di capire, dopo, di non essere fatti l’uno per l’altra. Lei era sempre attratta dalla lettura di romanzi a sfondo sentimentale ed amava la musica in tutte le sue espressioni. Lui era calamitato dall’automodellismo e dalle costruzioni: non appena vedeva nascere un cantiere edile, si precipitava a visitarlo prima di andare al lavoro e spesso interrogava le maestranze sul perché di una certa lavorazione o di uno specifico particolare costruttivo. Ormai, quando lo vedevano comparire nei cantieri, veniva apostrofato come “l’assistente contrario”!

Con queste premesse, il dialogo fra i due procedeva con enormi difficoltà e quando Rosolina provava a svolgere qualche considerazione su un brano di un romanzo letto di recente, Gamminu, con tempismo degno di miglior causa, la soffocava illustrandole nei minimi particolari, ad esempio, il modellino di una Lancia Flavia esploso su una rivista di automodellismo che riceveva sul posto di lavoro e che si portava appresso. A ciò doveva aggiungersi l’assoluta indisponibilità del giovane a concedersi il benché minimo sfizio nelle uscite serali con la ragazza. Quest’ultima, non spesso ma almeno ogni tanto, avrebbe voluto emulare le coetanee consumando un gelato a passeggio o una bibita al bar. L’anelito veniva regolarmente e decisamente represso con motivazioni riconducibili tutte al tema centrale della vita del ragazzo: il risparmio. Rosolina, con molto senso pratico, iniziava a chiedersi che tipo di vita avrebbe condotto con un marito simile. Non era certo una spendacciona, lei: stava attenta ai prezzi e non comprava nulla che non fosse necessario; ma l’idea di doversi privare di tutto solo per rimpinguare il conto in banca la faceva precipitare nella disperazione.

Inoltre, il ragazzo aveva notato, sin dai primi giorni della loro frequentazione, che lei aveva l’abitudine di pettinare i corti capelli, castani e mossi, ripartendo la chioma in due porzioni divise da una scriminatura laterale che, a Gamminu, sembrava generasse una sorta di sbilanciamento della capigliatura. Lui, a tal proposito, si chiedeva, con sempre maggiore insistenza, come mai la scriminatura non venisse tracciata al centro della calotta cranica, sì da realizzare un ripartizione simmetrica della chioma della ragazza. Più ci pensava e più quel particolare lo infastidiva. Sapeva che era di poca importanza: ma a lui dava fastidio. Enorme fastidio.

Arrivò così Natale e lei, con quei pochi soldi di cui disponeva, aveva comprato una cravatta alla moda per il suo ragazzo. Il giorno della festa, dopo la messa, aveva messo il grazioso pacchetto, chiuso con eleganti nastri arricciati alla chiusura, nelle mani del ragazzo e aspettava che questi le contraccambiasse il regalo. Gamminu, invece, prese il pacchetto, la ringraziò, lo infilò senza neppure scartarlo nella tasca del suo cappotto e rimase fermo davanti alla giovane che attendeva di essere ricambiata. La ragazza, intuendo la realtà dei fatti, come impietrita, rimase qualche secondo con i piedi incollati al terreno e quando realizzò compiutamente che per quel Natale non avrebbe ricevuto regalo alcuno dal giovane, girò di tacchi e scappò da quel legno fatto uomo giurando che non lo avrebbe più incontrato manco se fosse stato l’unico individuo su questa terra.

Gamminu non prese iniziativa alcuna: non cercò di fermarla e non la inseguì. Rimase impalato dentro il suo cappotto e quando la vide scomparire dietro lo spigolo di una casa, girò di spalle e fece rientro alla sua abitazione. Durante il tragitto confessò a sé stesso che lui non era fatto per la vita di coppia e che, se si fosse sposato, avrebbe rovinato l’esistenza sua e della sua sposa. Inoltre, come avrebbe fatto a sopportare ulteriormente quella asimmetrica pettinatura? Forse era meglio se, una volta per tutte, avesse dismesso l’idea di cercare moglie per progettare una vita da scapolo.

Note

  1. Che bisogno c’è di mettere tutto quell’olio nell’insalata?
  2. Zio Carmelo, se non ne metto almeno un po’, quest’erba non ha alcun sapore!
  3. Piatto sardo a base di pane biscottato (carasadu o carasau), sugo di pomodoro, formaggio pecorino e uovo di gallina.
  4. Passare il tempo
  5. Oh Carmelo, stai attento a non spettinarti con tutto quel vento!
  6. Felice, lo sai chi è che di sicuro non perde i peli? Gli asini e i testicoli!
  7. Nel corso del viaggio, si aggiusterà il carico!
  8. Un mezzo scemo che non vale manco l’acqua che si beve.

N.B: Le note da 1) a 7) costituiscono la traduzione dal sardo logudorese, mentre la nota 8) traduce dal sardo gallurese.

©Antonio Appeddu 2018

Fine prima parte. La seconda e ultima parte del racconto per OLBIAchefu ll sole sorride a Ferragosto verrà pubblicata il prossimo 9 settembre.

Si ringrazia Maurizio Casula per la foto

 

–==oo0oo==–

 

 

 

 

 

Studio dentistico Dottoresse Satta Olbia 1540
Solarsi bollette fotovoltaico olbia acconto zero
Idea Service Noleggiare auto olbia cagliari noleggio lungo termine mezzi commerciali aeroporto
Commenti


Virali

Studio Dentistico Satta articolo
In Alto