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Le mandorle di Tavolara

Le mandorle di Tavolara
Le mandorle di Tavolara
Marco Agostino Amucano

Pubblicato il 15 ottobre 2017 alle 14:29

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Olbia. Si sa che frugando e curiosando su Ebay si può reperire di tutto, come il contrario di tutto: dalle presunte reliquie del martire Simplicio al caffè liofilizzato, dal balsamo dopobarba che “o quello o niente”, al copertone per mountain bike. Non essendo io collezionista di cartoline, nondimeno confesso che ogni tanto mi cimento per passatempo a sfogliarne i vastissimi cataloghi delle edizionivintage italiane e straniere, alla ricerca di qualche suggestivo “reperto” che abbia particolare interesse artistico ed estetico, quanto documentario. È così che mi è saltato agli occhi, per puro caso, l’annuncio di vendita di questa singolare cartolina dell’isola di Tavolara, datata al 1946. Non ho resistito molto alla tentazione e per dieci euro ho chiuso repentinamente l’asta online facendola mia.

Cartolina orti di Tavolara_rielaboratajpg

La cartolina, non viaggiata e dal formato alquanto insolito (19,8 x 13,3), ci mostra una veduta aerea “a volo d’uccello” della parte antropizzata dello Spalmatore di Terra. Non è granché come immagine, lo ammetto. Anzi, direi che essa appare alquanto banale, a fronte delle innumerevoli e spettacolari pose che “madonna Tavolara” ha sempre saputo offrire ai suoi estasiati ammiratori di ogni epoca. Il perché di questa insolita inquadratura fotografica, scattata probabilmente da uno degli idrovolanti ricognitori di base presso l’idroscalo Anfossi di Olbia, cancellato dalla tempesta di bombe alleate nella primavera del 1943, è presto spiegabile. La cartolina venne infatti stampata dalla tipografia Fulgur di Roma per conto delle Edizioni Marzano, nota famiglia di imprenditori legatissima a Tavolara in quanto proprietaria della villa -precedentemente cedutale dalla famiglia Tamponi- che vediamo al centro dell’immagine, sormobtaradall'invidiabile terrazza panoramica contornata da un’elegante balaustra con colonnine. La foto –ripeto- potrebbe sembrare a qualcuno insignificante, ma non lo era certo per l’editore della cartolina il quale, con un pizzico di vanità più che giustificabile, volle fare un generoso omaggio a una delle tante perle delle proprietà di famiglia. Pertanto, trattandosi di una foto originariamente in bianco e nero e successivamente colorata a mano in tipografia, siamo garantiti dal fatto che il pittore avrà ricevuto precise e sicure indicazioni sulle tonalità cromatiche da applicare col pennello, e sul dove distribuirle.

Sono un’altra Tavolara e un altro Spalmatore di Terra quelli che vediamo in questa immagine aerea di settant’anni fa, ora prezioso documento che tuttavia, abbiamo scoperto, non siamo i primi a pubblicare. Infatti una tavolarese di nascita e di eccellenza, la nota prof. Alfredina Papurello, già docente di Geografia della Sardegna presso l’Università degli Studi di Sassari, discendente per linea materna da Giuseppe Bertoleoni, il primo “re” di Tavolara, nel suo prezioso volume di scienza e ricordi “Tavolara

copertina volume papurello001

Signora del mare”, edito nel 2012, da buona geografa usa la stessa immagine per mostrare come nello Spalmatore di Terra, nel punto dove la penisola si stacca dalla montagna, mancasse completamente o quasi la vegetazione arborea e la flora si fosse ridotta a “poche specie, basse, bruciate dal vento e dalla salsedine” (1). Le cause di questo grave depauperamento della flora, persistito fino agli Anni Cinquanta, furono diverse. Anzitutto la presenza di numerose fornaci per la produzione della calce, responsabili dell’asportazione di gran parte della vegetazione lungo il pendio settentrionale della montagna, che ci appare in foto scuro e brullo. Si osserva poi, molto bene, come la vegetazione manchi totalmente nella parte della foto in basso a destra, dal colore marrone ramato, e dove campeggia anche un forno di calce, oggi abbandonato come tutti gli altri dell’area dello Spalmatore. Un secondo motivo di questo deserto di vegetazione dovette essere la presenza delle capre allevate dalla famiglia Bertoleoni che, come loro caratteristica, avranno sfruttato in sommo grado quei pochi, residui fili d’erba ed i germogli freschi spuntati durante la primavera. Da ultimo mettiamoci la necessità di ricavare la legna per scaldarsi, cucinare e cuocere pane e dolcetti da parte principalmente della famiglia Bertoleoni, come in vari passaggi Alfredina Papurello ci fa sapere raccontando dello stile vita arcaicamente sereno degli avi di Tavolara.

Per quanto ci riguarda, ciò che più ci ha incuriosito nella foto sono le diverse aree verdi recintate che vi appaiono: quattro per l’esattezza, più una quinta che mostra solo un angolo nel lato destro della cartolina. In particolare si notano, perimetrate da muri e siepi, due grandi aree rettangolari pertinenti alla casa dei Bertoleoni, che è quella costruita quasi a lambire il mare. Si tratta di orti, i grandi orti dello Spalmatore di Terra. Lo stile di vita basato sull’autoconsumo faceva sì che ogni famiglia ne avesse uno, delimitato da muri a secco e ciascuno “con un pozzo che non prosciugava mai perché scavato in terreno a livello del mare ed a poca distanza dalla riva” (2).

Stralcio carta nautica papà Particolare dello Spalmatore di Terra in una carta nautica del 1939 (proprietà dello scrivente)

La professoressa Papurello, dopo averci confermato che gli orti erano proprio cinque, prosegue nel racconto ricordando che l’acqua di questi pozzi era “leggermente salmastra, ma buona anche per l’uso domestico, tanto che, quando nel primo ‘900 i Tamponi costruirono una bella villa con ampio tratto destinato a vigna, frutteto, orto e giardino, all’esterno del muro di recinzione scavarono un pozzo, vi fecero sopra una particolare costruzione, ed intubarono l’acqua per rifornire l’abitazione ed irrigare le colture. Vi era un orto anche in prossimità della polla di scirocco ed è stato abbandonato per primo.”(3)

Presto queste coltivazioni che producevano tutto l’anno patate, pomodori, cipolle, aglio, meloni, melanzane ecc., ed erano circondate all’intorno da mandorli, fichi, fichi d’India e carrubi, vennero abbandonate, preferendo i residenti rifornirsi dai mercati della terraferma. In breve tempo il pietrame delle recinzioni venne riutilizzato come materiale da costruzione e –da quel che precisa l’autrice del volume- è possibile identificare ormai un solo pozzo presso l’area delle dune, “ancora pieno d’acqua, grazie al quale, tutto attorno la vegetazione è sempre verde”.

A ricordarsi degli orti dello Spalmatore di Terra non è solo Alfredina Papurello, ma anche qualcuno che degli orti non fu proprietario e che sull’isola fu costretto a rifugiarsi con tutta la famiglia durante il periodo dell’ultimo conflitto mondiale. Gennaro Fasolino, anziano pescatore golfarancino che abbiamo già avuto occasione di intervistare, racconta che quei fichi, raccolti non sempre col permesso del proprietario, così come anche qualche sfortunata gallina mancata all’appello la mattina successiva, contribuirono a combattere la terribile fame di quel periodo.

foto gruppo bertoleoni da papurello001 Vecchia foto di gruppo degli inizi del XX secolo, davanti alla casa di Carlo Bertoleoni a Tavolara (da A. PAPURELLO, cit.)

Anche io, se i miei tre lettori lo permettono, avrei un piccolo ricordo di famiglia da aggiungere, per concludere il piccolo elenco di curiosità oggetto dell’articolo. Risale a molti anni fa, quando mio nonno, medico condotto, si recò da Terranova Pausania fino a Tavolara con quello che tra calesse ed imbarco a Porto San Paolo può oggi sembrarci un viaggio alquanto avventuroso. Ad attenderlo ansiosamente al piccolo molo dei Bertoleoni dello Spalmatore (si vede bene anche nella cartolina) trovò una famiglia in ansia. Era d’estate e mio nonno decise di portarsi dietro il figlio più piccolo dell'età didieci anni, che poi sarà mio padre, per avere compagnia e per iniziarlo, diciamo così, alle meraviglie della misteriosa Tavolara. La visita al paziente allettato si prolungava alquanto, ed al bambino che attendeva intimidito e silenzioso nella cucina non furono offerte né caramelle, né dolcetti, ma solo una manciata di mandorle appena colte dall’albero. Lui avrebbe ricordato per sempre non tanto il sapore squisito di quei semi, quantosoprattutto la caratteristica di un guscio tenero, ma tanto tenero da potersi schiacciare così, semplicemente fra l'indice e il pollice di un bimbo.

 

 

NOTE:

1) A. PAPURELLO, Tavolara regina del mare, Sassari 2012, Carlo Delfino editore, p. 91. La cartolina è riprodotta alla p. 95 del volume, con indicazione della data di pubblicazione.

2) PAPURELLO, cit., p. 181.

3) Ibidem.