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OLBIAchefu - brevi racconti

La tanca di Efisio – racconto di Giuliano Deiana

Phone Doctor 1400

Il mio paese, per quanto ne so io, è molto antico. Pare che sia stato fondato dai Fenici.

Lo dovettero occupare anche i Greci e i Cartaginesi, però. E poi i romani. Così almeno mi diceva sempre un vecchio zio che della storia del mio paese sapeva tutto. O quasi.

Morostesa 2019

              In realtà, zio Antonio godeva di una buona considerazione per le cose che riguardavano il passato. Così, non appena un pezzo di mattone o un coccio di terracotta veniva scoperto ad una profondità di almeno un palmo, subito lo chiamavano sul posto perché, attraverso le spesse lenti dei suoi occhiali, stabilisse data e storia particolareggiata di quel residuo.

– “Reperto; reperto antico!” mi avrebbe sicuramente corretto.

              E la storia di zio Antonio, così si dice, faceva sempre testo. Almeno nel mio paese.

Amava la polvere quando colorava d’antico. L’amava forse più di sua moglie: Anna, una buona donna con tanto senso pratico, che nella pazienza aveva la sua più grande virtù e nel giudicare – con benevola rudezza – come inutili e fantasiose le ricostruzioni storiche del marito, il suo più grande difetto.

              Questa era, almeno per zio Antonio, una colpa quasi imperdonabile, anche se riconosceva alla donna il merito d’aver ben allevato, con le poche risorse economiche che lui riusciva a mettere insieme, i sette figli, tutti maschi. “I sette re di Roma” diceva lui di loro, e li chiamava in questo modo con così orgogliosa fierezza e con tale acceso convincimento, da far pensare – se non fosse stato per il particolare che nessuno riusciva a credere seriamente che zio Antonio avesse potuto determinare anche il sesso dei suoi figli – che la quantità degli eredi avuti non fosse dipesa soltanto dal caso. Riconosceva alla moglie d’esser una buona e parsimoniosa madre di famiglia, questo sì, ma non poteva perdonarle né d’avergli impedito, a tutti i costi, di chiamare il primo figlio Romolo, il secondo Numa Pompilio, eccettera, né la distratta sufficienza con cui ascoltava le sue interminabili tiritere storiche.

E candho l’asa a megare!(1) gli diceva con un sospiro rassegnato che lo faceva imbufalire.

              Ma non era certo cattivo, zio Antonio. Qualche volta noioso, questo sì, e se si riusciva a sopportare, per almeno dieci minuti, il suo travolgente e sempre uguale racconto in cui Fenici, Greci, Cartaginesi e Romani erano di casa come le date avanti-cristo, poteva anche riuscire simpatico.

Forse è stato lui a regalarmi la sua passione. Anch’io amo la polvere che colora d’antico.

              Ma torniamo a noi.

              Quell’inverno del quale voglio parlarvi, nel mio paese era piovuto parecchio. Da cinquant’anni in qua, secondo i vecchi – da molto meno, per molti giovani – non era caduta così tanta acqua.

Il rio Siligheddu, che scendendo tra le ombre alte di eucalipti salmastri sfociava nel mare dove, lunghi, i chiattini dormivano sui loro riflessi attendendo la notte con le lampare spente, quel fiume, era enormemente gonfio, colmo d’acqua rugginosa infiorata di rami divelti.

Le sponde erano sommerse e l’acqua gorgogliava attorno ad ogni tronco lucente d’albero.

              Poco lontano dal ponte di ferro, sonoro come un tamburo, vi era il piccolo podere del Campidanese.

Era un pezzo di terra magro come le capre che inutilmente, ogni giorno, cercavano di strappare i pochi ciuffi d’erba rada che adornavano le pietre aride di granito.

Con la pioggia di quell’inverno il terreno del Campidanese era diventato un buco pieno di fango.

Poi, quando le piogge cessarono, il terreno accolse i raggi del sole e si chiuse in una dura corazza di fango secco.

              Lo spettacolo della campagna sotto il sole non era confortante quell’anno.

Grandi labbra spaccate e pochi ciuffi d’erba avvizziti e tristi come i pastori che, con lunghi bastoni di ferula, incoraggiavano le greggi di pecore stanche e demoralizzate.

Poi, macchie enormi di mirto e di lentischio, verdi e viola, allegramente sotto quel telone azzurro che era il nostro cielo.

Solo il mirto ed il lentischio erano verdi. Ed anche i visi dei pastori di Bitti e di Buddusò che svernavano nelle campagne del mio paese. Ma il loro era un verde più triste.

              E così fu che il Campidanese, preso alla gola come molti altri da quell’inverno misero, dovette arrivare alla determinazione di vendere quel buco pieno di fango secco, unica eredità di uno zio di sua moglie.

              Pensò di venderlo ad un tale, Anselmo si chiamava, – “un rinnegato”, “un ebreo”, dicevano i più informati – orbo più di una talpa, che pareva avesse diletto a speculare sui guai della povera gente. Pastori o pescatori che fossero.

– Volevo vendere la mia tanca(2) …e avevo pensato a voi – aveva detto, timidamente come un bambino, il Campidanese con il cappello buono della domenica in bilico fra le mani.

– Iiih! quale? quel buco? – aveva risposto Anselmo sfregando le mani grassocce e sudate sul proprio panciotto.

Poi aveva aguzzato gli occhi come spilli dietro le grosse lenti. Li aveva stretti fino a far schizzare fuori quel poco di vista che gli rimaneva e, riga per riga, aveva controllato, pesando e valutando, tutti gl’istrumenti, tutte le carte della proprietà.

– E quante pecore ci tieni?

– Eh…, le annate buone, anche dieci capre… ma quest’anno… Già lo sapete.

– Dieci capre? Ohi, ohi! Hi… e dove le tieni dieci capre in quel fosso pieno di fango?

Anselmo aprì, per quanto poteva, gli occhi, che attraverso gli occhiali parevano ancor più gonfi e vuoti, lasciò la presa dei documenti e li ripiegò lungo le vecchie ed un po’ consunte pieghe della carta. Li agitò brevemente nell’aria come a far cadere qualcosa di suo che vi fosse rimasto impigliato e li restituì al Campidanese.

– Ih… il mio cuore è debole – sospirò – e chissà se potrò campare molto. Gesùcristomio! cosa me ne faccio di quel buco? Nemmeno dieci pecore ci metto!

Si distese su una sedia nera come l’anima di un peccatore.

Sospirò con nostalgia e trasse dalla tasca del panciotto una scatolina di cartone piccola ed unta.

– Eh… cuore mio, non si può più nemmeno vivere. Pure il prezzo del tabacco hanno aumentato.

              Era vero, infatti.

              Quell’anno avevano aumentato di un ‘inari(3) l’etto il tabacco da masticare, di quasi uno e mezzo il trinciato di seconda qualità e, addirittura, di più di due ogni zigarro(4).

Così, se prima poteva esser quasi facile per un uomo togliere dal bilancio familiare – di nascosto dalle mogli: “quelle maledette; che il diavolo se le porti in un’ora cattiva” – qualche monetina per un toscano, ora che il prezzo era salito a duos soddhos(5), a dieci centesimi!, sembrava doloroso buttare tanti soldi in fumo. E ad ogni buon padre di famiglia pareva di voler male ai propri figli. Di rubar loro il pane dalla bocca. Ed anche il companatico per il quale già bisognava penare e che non sempre c’era.

Lo stato che aumentava il prezzo del tabacco ai poveri e che faceva a mezzo con i ricchi, quello stato non poteva esser degno di rispetto.

              Fu così che, quell’anno, qualcuno sfogò la sua rabbia sputando a un palmo dagli scarponi sempre lustri di don Luigi napoletano, il brigadiere dei carabinieri che, nel mio paese, era lo Stato.

              Anselmo pizzicò dalla scatolina tonda, di quelle che in farmacia dottor Demartis usava per mettere le palline di estratto di belladonna, e annusò il pollice e l’indice che aveva intinto nel tabacco.

Guardò con melanconica perplessità il Campidanese e, timidamente, allungò, ma piano piano, il braccio.

– Volete…? del tabacco…? Un pizzico!

              Il Campidanese fece rigirare il cappello fra le mani. Anselmo chiuse in fretta la scatolina ritirando rapidamente entrambe le braccia verso il suo petto e si accovacciò sulla sua sedia di legno nero e paglia.

– …allora? Io volevo vendervelo il mio terreno. Fate voi il prezzo. Io me ne sto a quello che dite voi.

– Ohi… ohi… l’anima mia! E come si fa? Ve l’ho detto che sono malato di cuore, io. E cosa me ne faccio? Il cuore mio. Ih… ih… Comprare ancora un terreno? io che sto per presentarmi davanti alla porta di Sanpietrobello! No… no! E a chi lo lascio poi?… E quanto è grande questo terreno?

              Il Campidanese, che si era andato sempre più rattristando, prese un po’ di coraggio.

Fuori, per strada, i bambini giocavano lietamente a pampana(6) davanti al marciapiede di Antonina Tamponi. Zia Dora gridava contro qualcuno. Lontano le colline sfumavano in un azzurro striato di viola.

– Eh… sono circa dieci starelli(7), sono.

– Dieci starelli?! – ripeté Anselmo con voce stranamente viva. – Ma volete dire dieci starelli di Capodisotto, come li usate voi nel cagliaritano?

– Eh… magari! Avrei avuto la tanca grande il doppio. No, no, starelli sassaresi.

– Tutto fango e mirto. E pietre. E pure starelli sassaresi! – disse Anselmo visibilmente deluso – Cosa me ne faccio? Nemmeno legna per il fuoco c’è! E vicino al fiume poi. E anche la ferrovia ci passa vicino, adesso! che un giorno o l’altro, con tutto il fumo che butta fuori quel treno, ne esce pure qualche chinchìddha(8) e brucia tutto. Ohi… Santantoniomio! Non posso buttare i miei soldi io. Che Dio Santissimo condanna lo spreco. Se fossi ricco come quelli di città… Ma qui!… Tutti mi vogliono vedere morto perché ho sudato per mettere da parte quattro soldi… No, no… e poi, io sono malato di cuore, ve l’ho detto.

              Il cappello del Campidanese si afflosciò nelle sue mani come la sua anima.

Vide le capre smunte e i suoi due figli piccoli – erano gemelli – che inutilmente succhiavano il seno di sua moglie ancor più avvizzito e cinereo di quello delle capre. Le parole che Vincenzo le aveva gridato in negozio, quella mattina, lo perseguitavano ancora piantandogli chiodi roventi nella testa:

– questa è l’ultima volta che vi faccio credito. Diglielo a quel coglione di tuo marito che se devo mantenerti io… Quando mantengo una donna, io me la scopo!

              Aveva trovato Bonaria a singhiozzare silenziosamente davanti ai fornelli spenti, coi pochi fagioli e il pezzo di lardo che Vincenzo le aveva venduto buttati dentro un tegame e col viso rigato di lacrime che prepotenti gocciolavano dai suoi occhi abituati a piangere a dispetto della sua volontà.

Se lui fosse stato un uomo di quelli che valgono, Vincenzo non sarebbe sopravvissuto alle sue parole: gli avrebbe fatto ingoiare le palle.

              E, invece, era lì a rigirarsi il cappello davanti ad Anselmo che, ora, pareva interessarsi più alle sue unghie orlate di scuro che ai guai suoi e della sua famiglia.

              Ma tant’è, la fame è brutta. Più brutta dell’orgoglio ferito. Ed anche di quello che chiamano l’onore offeso. Soprattutto quando, alla fame tua, ci sommi quella dei tuoi figli e della tua donna. E quando chi ha attentato al tuo onore è lo stesso che ancora può farti mangiare accontentandosi, in cambio della spesa, d’esser pagato o con promesse – scrupolosamente annotate con la matita copiativa su un quadernetto nero – o con la voglia del culo della tua femmina, tu non puoi essere esageratamente permaloso.

              Del resto, a pensarci bene, gli pareva che Vincenzo avesse espresso a Bonaria più la rabbia del creditore insoddisfatto che il desiderio dell’uomo voglioso.

E che voglie poteva suscitare ancora la sua donna così intristita e smagrita dalla fame, coi due gemelli famelici permanentemente attaccati al petto a succhiar sangue da quel seno che, insieme al turgore ed al candore, aveva perso anche il più lontano ricordo del latte?

Ricordava bene il profumo di quel seno, lui! Il lieve stordimento che provava quando, ancora sposini, vi affondava timidamente il viso saggiando, nel medesimo tempo, la recalcitrante ma vigorosa e calda resistenza che le cosce di lei offrivano alla sua mano sempre smaniosa di nuovi territori da esplorare. 

              Non che Bonaria non avesse conservato, nel suo aspetto presente così sofferto, i segni di un più florido passato.  Una bellezza non ancora sfiorita si indovinava nelle pieghe della sua gonna nera e traspariva dalle sottili e agili caviglie, dagli occhi, di un verde per lui inusuale (occhi profondi, dolci e grandi, anzi più grandi di ieri, oggi, in quel viso tenero e triste smagrito dalla fame), dalle movenze del suo corpo, aggraziate ed armoniose – nonostante il fardello pesante dei due marmocchi – ma anche fiere e selvagge come quelle di un felino.

Lui sapeva. Non aveva bisogno di indovinare le forme della sua femmina sotto le pieghe della sottana nera, lui. Era un corpo che conosceva bene, come la sua tanca. In ogni angolo.

              Fermo, col suo cappello in mano, il Campidanese sentì un lieve bruciore agli occhi mentre un ronzio crescente di mille mosconi dentro la testa rendeva sempre più lontano il vociare dei bambini sulla strada.

Zia Dora già non faceva più udire i suoi strilli, forse presa in chissà quali pettegolezzi sussurrati e Zia Maurizia, perduta in interminabili discorsi con Bainza(9) Cannone, dimenticava del tutto la padella di terracotta sul fornello, spandendo, per tutta la strada, l’abituale odore del suo sugo bruciato.

L’apo intesu dai Taulara su fiagu de brujàdu – le diceva il marito Mario – e apo nadu: bah, Maurizia est fattendhe sa bagna.(10)

              Deglutì, il Campidanese, pensando a Vincenzo ed al corpo di Bonaria caldo come una volta. Ripensò a tutte le volte che gli era piaciuto spiare sotto la sua gonna quando lei si chinava, per lavare i loro quattro stracci, sulla tinozza di legno posta sul pavimento di terra battuta della loro casa. A volte gli piaceva prenderla così, sua moglie, ed amarla un po’ rudemente.     

              Accettasse almeno qualcuna delle capre, Vincenzo, invece di metter gli occhi sulla sua donna. O questo porco spilorcio comprasse il terreno. Sarebbe stata la soluzione dei problemi. Saziare la fame. Oggi! Ma domani? Quanto aveva penato e sudato, lui servo, per diventare padrone di quel podere!

              Avesse avuto almeno ragione zio Antonio quando affermava, convinto, che non capre avrebbe dovuto tenere nel podere, ma maiali, perché, grufolando nel terreno alla ricerca di radici, gli indicassero dove scavare per trovare tombe romane. O quelle puniche e, con un po’ di fortuna, anche quelle fenice.

              Di quella gente antica, lui, aveva un concetto piuttosto confuso e vago: gli pareva quasi impossibile che qualcuno avesse campato così tanti anni prima dei suoi bis-bisavoli. E nutriva anche un’oscura paura di quelle anime di morti sepolti nella sua terra. Romani, punici o fenici che fossero.

              Quando pensava ai morti, a quei morti nella sua campagna, il terrore gli mordeva lo stomaco più della fame. E molte volte, in passato, specialmente la sera, aveva dovuto vincere la forza delle sue gambe che volevano scappare anche senza il resto del corpo che le comandava.

              Sua nonna, quand’era bambino, gli raccontava delle janas(11), dei siddádos(12), di morti, di spiriti e di tesori. Molti in paese raccontavano di spiriti e di cani neri, latranti e feroci, che si materializzavano dal nulla dietro i lentischi. E di anime di donne morte di parto che pagavano il loro debito lavando per l’eternità lugubri panni lungo i fiumi, fra gli asfodeli.

              Un brivido di freddo più forte del fuoco che nel camino gli ardeva davanti al viso, gli ghiacciava l’anima, allora, come se il vento avesse spento quel fuoco e il ghiaccio avesse congelato i pensieri.

              Gli anni erano passati. Era diventato un uomo – senza palle, diceva Vincenzo – ma la paura era rimasta la stessa. Identica a sé stessa.

              E se le sue janas, quelle che proteggevano le sue tombe antiche con dentro i morti antichi e i tesori, fossero state delle janas buone e comprensive, disponibili, come qualche volta si raccontava che fosse successo? Se fossero state così generose da lasciargli prendere quel tanto che bastava a toglier la fame dalla sua casa, senza dividere il corpo caldo e magro di Bonaria con Vincenzo?

              Che qualcosa ci fosse sotto la crosta di fango del suo piccolo podere, non aveva dubbio neppure lui. E poi, lo diceva zio Antonio! Come poteva dubitare di zio Antonio e della sua cultura lui che aveva imparato a metter a mala pena la firma quando aveva fatto il servizio militare in Continente?

              Cercò conforto materiale alle sue preoccupazioni pensando fortemente, dolorosamente quasi, alla fame, a Vincenzo, a Bonaria, ai figli ed alle buone janas.

Strinse sotto un braccio il cappello che ancor prima rigirava fra le due mani, quasi ad invocare la pietà di Anselmo ed infilò la mano destra nella tasca della giacca alla ricerca del suo talismano.

              Ne estrasse una vecchia moneta di bronzo, consumata ed irregolare come mai ne aveva viste. Su una faccia di quella moneta c’era un uomo in piedi che alle caviglie pareva avesse le ali. Questa era la sua impressione, ma non ne era del tutto sicuro perché non aveva fatto vedere quella cosa a zio Antonio. Per timore.

Con una mano, quell’uomo con le ali ai piedi, sembrava che porgesse a qualcun altro un fagotto, con l’altra mano reggeva, appoggiato ad una spalla, un bastone con due serpenti intrecciati come quelli che si vedono nei vasi delle farmacie.

Sull’altro lato della moneta, invece, c’era la faccia, ma di profilo, di uno con la barba che aveva una specie di corona in testa, ma non come quella dei re. Questa era fatta con un rametto pieno di foglie, come se quel tizio giocasse a fare il sovrano. Rassomigliava, un poco, a quella corona che aveva in testa Dante Alighieri in quel librone che, un giorno, aveva visto in casa di prete Baignu(13).

              Però Dante non aveva la barba. E, secondo lui, doveva essere anche molto più antico di quest’altro personaggio della moneta. Rammentava, infatti, che anche suo nonno, come tutti i vecchi più vecchi del paese, aveva già, fra i suoi ricordi di fanciullezza, memorie molto nitide dei racconti, che si tramandavano di padre in figlio e da nonno a nipote, di Paolo e di Francesca, del Conteugolino e di Carondimoniodagliocchidibragia.

Tutta gente, gli aveva detto prete Baignu, che si trovava dentro la Divina Commedia.

              Di questo con la frasca in testa, invece, non ne sapeva nemmeno il nome.

              Strinse la moneta tra il pollice e l’indice e, lentamente, con un gesto insieme supplichevole e scaramantico, tese il braccio verso Anselmo, come già Anselmo aveva fatto con lui con la sua scatolina di tabacco. Con uguale lentezza e riluttanza, ma con diverso animo.

              Anselmo, che aveva la dote naturale di esser attratto da tutto ciò che luccicava o aveva luccicato in passato e la capacità innata di saper riconoscere, anche da lontano, i soldi, di qualunque taglio e forma, correnti o fuori corso, nuovi, vecchi o antichi che fossero, fu come percorso da un brivido di giovinezza, si rizzò sulla sedia e, repentino come un falco, artigliò la moneta di bronzo del Campidanese.

              Dimenticando per un attimo il mal di cuore che lo affliggeva fino ad un attimo prima, impiegò tutta la sua attenzione per concentrarsi sulla moneta.

– Da chi l’avete avuta? Dove l’avete trovata? Voi non dovreste avere questa moneta! Non che valga qualcosa! ma non dovreste avere questa moneta qui, voi. E poi, che ve ne fate? non si può neanche spendere!

              Sorpreso dalla inaspettata reazione di Anselmo non meno che dall’urlo di Zia Dora che, sulla strada dove le ombre della sera si allungavano,  malediva i peccati dei genitori che avevano messo al mondo quei ragazzacci rei di averle rotto le piante di fiori  nei vasi alle sue finestre, e tratto così rudemente alla realtà, il Campidanese scacciò dalla sua testa le janas desiderate e sfarfallanti, i lancinanti assilli della fame e le cupe preoccupazioni che il pensiero dei temuti desideri sessuali di Vincenzo gli davano e riprese a tormentare infruttuosamente il suo cappello.

              Non aveva colpe ma si sentiva come sorpreso in peccato mortale. Come quando, nelle campagne del suo paese vicino a Cagliari, era stato scoperto da prete Baignu a commettere “atti impuri contro natura”, così aveva detto il prevosto, con una delle poche pecore che il sacerdote gli aveva affidato – a lui bambino e orfanello, senza genitori e senza parenti, ma con una curiosità sessuale prepotente e precoce – perché ogni giorno le facesse pascolare in cambio della minestra quotidiana e di un giaciglio fra botti e damigiane della cantina parrocchiale.

Aveva ricevuto la giusta penitenza fatta di una buona razione di colpi di bastone, di non ricordo più quanti pateravegloria e poi don Baignu gli aveva impartito l’assoluzione con tre dita della mano destra levata in gesto benedicente (quanti schiaffi aveva preso da quella mano!) e lo aveva cacciato via nudo e affamato come lo aveva preso.

              Non riusciva a capire del tutto se il peso che lo gravava di quei sensi di colpa gli derivasse dal possesso della moneta che, come aveva detto Anselmo, non avrebbe dovuto avere, dall’aver proposto la vendita del piccolo podere della moglie, dall’aver cacciato via dalla sua testa le janas che pure corteggiava con ardente e mai riposta speranza o se, invece, quell’angoscia che provava dipendesse tutta da quel balenare rapido e infido di un pensiero (nonostante lo cacciasse via, quel tarlo gli ritornava con ostinata ferocia a mordergli la testa e le budella come un cane rabbioso) che al nome di Vincenzo gli faceva associare quello della moglie.

In quell’incubo vedeva Bonaria come la prima e più fruibile delle sue janas.  Quella che, certo, non li avrebbe fatti diventar benestanti ma che, almeno, avrebbe risolto il problema dei morsi della fame.

              “Tanto non si consuma…” aveva detto di lui Bonaria alle altre donne quando, un giorno di sei anni prima, lo avevano sorpreso ad amoreggiare con Mintonia nel sottoscala della casa di Ciccu Solinas dove si festeggiavano le nozze della figlia.

– Tanto non si consuma – borbottò il Campidanese guardando con occhio supplichevole il suo cappello.

              Dalla via, voci e richiami entravano in ampi fiotti dalla finestra della casa di Anselmo insieme alle ultime ombre orlate di viola prima del buio della notte.

Lo stridio delle ruote del carro di Pietrosordo avvertiva, col suo passaggio, della sordità del proprietario che, troppo spesso, dimenticava di ungere i mozzi delle ruote.

Zia Dora e Antonina Tamponi convenivano animatamente sulla necessità di “rompere le costole a quegli scavezzacolli-figli-di-nessuno, senza Dio e senza regole che, in strada, ne combinano sempre una più del demonio”.

– So bene che non si consuma. Mi credete forse scemo a pensare che una moneta si possa consumare così, solo a toccarla?

              Il Campidanese si risvegliò, guardò Anselmo che concludeva di parlare mostrando la moneta che ancora stringeva fra il pollice e l’indice.

– Dove l’avete trovata?

– Nel mio podere l’ho trovata. Nel mio podere.

– Sapete che vi possono anche arrestare? Non si possono fare scavi senza il permesso delle AUTORITÀ.

Disse proprio così: AUTORITÀ, con tutti i caratteri maiuscoli.

– Ma io non ho scavato nulla! E chi scava in quel terreno che sembra di pietra? È la pioggia, sapete, che l’ha trovata.

              Era vero, infatti. Molto spesso, in quel tempo, nel mio paese, le monete antiche si trovavano dappertutto. I bambini erano soliti andare in via Genova, lì dove c’erano i capannoni militari e, quando spioveva, bastava seguire i rigagnoli che l’acqua piovana formava in quel largo spiazzo di terra battuta che fronteggiava il porto vecchio e raccogliere ogni genere di monete antiche. Taluni ne riempivano delle scatole da scarpe.

              Anselmo gli tese la moneta per restituirgliela, ma con un gesto timido e svogliato. Però, prima che il Campidanese potesse toccarla, ritrasse furtivo il braccio e domandò:

– ne avete ancora delle altre uguali a questa?

– Sì, ne ho tante altre, ma non so se sono proprio uguali. Cioè, a me sembrano tutte precise. Qualcuna è anche lucida, dello stesso colore della fede di mia moglie.

– A chi l’avete detto che avete queste cianfrusaglie?

– E a chi dovevo dirlo? Se fossero state monete buone, sarei andato da Vincenzo a pagarmi i debiti. Ma di tutta quella ruggine non me ne sono vantato con nessuno.

– Neanche ad Antonio lo avete detto?

– A zio Antonio, volete dire?

– Sì, a lui.

– No, non glielo ho detto. Ma lui lo sa che nella tanca io trovo di questa roba. Tante volte mi ha detto che vuol venire a vedere, a cercare, a scavare. M’ha detto che ci sono tombe antiche lì.

– Guai a voi! Guai! Se vi è cara la vostra pelle non dovete farne parola con nessuno. Con nessuno! Capite? Nemmeno con vostra moglie.

– Ma Bonaria lo sa. Ci gioca anche con quegli anellini. E dice che se fossero stati buoni se li sarebbe infilati, uno per dito, per far crepare d’invidia le comari.

              Anselmo fece letteralmente un balzo indietro, ricadendo pesantemente su una sedia, come se una molla nascosta sotto le piastrelle del pavimento lo avesse fatto schizzar via.

              Tanto rapida e inaspettata fu la cosa, che il Campidanese si spaventò molto e gli cadde perfino il cappello di mano.

– O Gesùmio! Cosa vi è successo? – disse tutto preoccupato ad Anselmo.

Quest’ultimo, con gli occhiali appannati e di traverso, le braccia allungate sui fianchi quasi a sfiorare il pavimento, il respiro ansimante come se fosse venuto di corsa dall’Isola Bianca, lo guardava stralunato e continuava a ripetere:

– povero me, povero il mio cuore. Adesso mi ruberanno tutto! Il mio tesoro in mani estranee!

– Calmatevi, mèri(14). Calmatevi per amore di Dio.

– Tu non puoi! Non devi!

– Ma, per le Sante Piaghe di Gesù, che cos’è che non devo?

              Anselmo ebbe uno scatto repentino, balzò dalla sedia dove trenta secondi prima s’era accasciato e prendendo per le braccia il Campidanese, gli urlò in faccia:

– portami tutto quello che hai. Portami tutta quella chincaglieria. Ma non deve mancare nemmeno una cosa eh! Il terreno è mio. Te lo compro io – e poi, bisbigliando, aggiunse – se ci mettiamo d’accordo sul prezzo. Ti pagherò poco alla volta.

              Come se questo gli fosse costata tutta la forza che aveva in corpo, Anselmo mollò la presa e si lasciò cadere nuovamente sulla sedia.

– Vai e portami tutto! Portami anche tua moglie.

              Al Campidanese si rizzarono i capelli e, per lo spavento, gli cadde di nuovo anche il cappello.

              Intuendone il pensiero e il timore, Anselmo aggiunse:

– non ti voglio rubare la moglie. Ormai son vecchio e le donne non mi interessano più se non per farmi la minestra e per pulirmi casa.

Tu mi darai tutte le tue cose che hai trovato nella tanca. Mi darai anche la tanca. Faremo uno scritto regolare. Io, in cambio, piglio tua moglie e pure te al mio servizio. Vai a casa e diglielo a tua moglie, prima che mi giri la ciribìccula(15) e cambi idea. Vai!

              Il Campidanese lasciò la casa di Anselmo più mogio di quando vi era entrato. L’idea di tornare a fare il servo insieme alla moglie e per di più nella casa di un azziccàdu(16) quale notoriamente era considerato Anselmo, non lo allettava neanche un poco.

              Fuori, il timido sole invernale che aveva brillato come poteva per tutto il giorno, non riuscendo nemmeno ad asciugare l’acciottolato delle strade dalla pioggia dei giorni precedenti, era tramontato, nascosto dietro un Limbara che la foschia celava allo sguardo. La campana di san Paolo avvertiva, coi suoi rintocchi dell’Ave Maria, che la notte era ormai calata e che la giornata volgeva al termine.

              Il Campidanese affrettò il passo lungo la stradina che da su Barchile(17) conduceva in direzione del porto e verso la sua casetta dalla facciata in granito.

              Davanti alla porta, due bùgni(18) di sughero contenevano ciò che l’inverno aveva risparmiato di due piante d’ortensie. Dietro la porta socchiusa, la luce tremolante di una lampada a petrolio e il fitto chiacchiericcio di due persone animavano l’unica stanza che, insieme a un upittu(19) posto sul fondo, componevano l’umile dimora.

              Il Campidanese si fermò un momento sulla soglia ad ascoltare. Gli parve di udire la voce di zio Antonio che discuteva con sua moglie Bonaria. Parlavano di lui.

Il timore d’esser indiscreto, quasi che non dovesse entrare a casa sua, come se lì dentro non ci fossero sua moglie e i suoi figli, lo immobilizzò sulla porta.

– Hai fatto bene a chiamarmi. Tuo marito è proprio un innozentòne.(20)

– Non dite così zio Antonio, Efisio è un brav’uomo, già lo sapete. Un uomo onesto; povero ma onesto, che vuol bene alla sua famiglia. Un grande lavoratore. Sfortunato e povero come san Lazzaro.

– Povero e innozentòne! – corresse zio Antonio. Glielo avrò detto un mucchio di volte che quella tanchìtta(21) nasconde qualcosa di importante. Ma lui niente: sordo e testardo come un mulo.

– Per questo vi ho chiamato zio Anto’. Davvero credete che ci sia qualche cosa lì sotto?

– Sì, davvero. Te l’ho detto. E se mi fai vedere che cosa ha trovato tuo marito fino ad oggi, te lo confermo pure.

              Efisio, il Campidanese, come lo chiamavano nel mio paese, inspirò profondamente l’aria umida della stradina, si fece coraggio ed entrò in casa sua.

– Maestro Anto’, quella roba che ho trovato è solo chincaglieria rugginosa e sporca di terra. Non date retta a Bonaria. Santa donna è, ma se le dite che gli asini volano lei ci crede.

– Non è vero! – rispose piccata Bonaria. E aggiunse – c’è anche roba d’oro. Faglieli vedere. Provaci! Che cosa ti costa?

– Nulla mi costa. Se quella roba indorata fosse stata d’oro, secondo te, l’avrebbero messa sottoterra e abbandonata? Ajò!(22) Antichi sì, ma non matti in testa!

– Matto in testa sei tu. E pure cocciuto – sbottò zio Antonio che fino a quel momento era stato ad ascoltare.

– Eh! Dio ne scampi! Daghi leat sa lega es peus de s’ainu.(23)

              Efisio sbuffò sonoramente, si levò il cappello che fino a quel momento aveva tenuto in testa e lo sbatté rabbiosamente sul pavimento di terra battuta.

– Uno mi vuole come servo insieme a mia moglie, lei mi dice che sono peus de s’ainu e voi, Maestro Anto’ mi credete matto in testa. So bonu solu po fundi a Santu Ingiu.(24)

 – Chi vuole te e Bonaria come servi?

Mèri Anselmo.

– Sei andato da lui?

– Sì.

– Che cosa volevi da Anselmo?

– Che mi comprasse la tanca.

– E lui che cosa ti ha detto? Che è povero e che ha il mal di cuore?

– Sì. Non lo vuole quel fosso. Però, quando ha visto questa – Efisio mostrò a zio Antonio l’antica moneta di bronzo che aveva mandato in sovreccitazione Anselmo – ha detto che vuole tutte le cianfrusaglie che ho raccolto, senza che ne manchi nessuna, che vuole anche la tanca, che non la devo dare a nessun altro e che lui mi ripagherà prendendo a servizio me e Bonaria in casa sua.

– Non c’è male! È un bell’affare che t’ha proposto quel vecchio ladrone. Si prende la tanca, si prende il tesoro e, per un pezzo di pane e un piatto di minestra che dovrete lavorarvi, ha pure due servi. No, non c’è male!

              Efisio raccolse il cappello da terra e guardando il vecchio con aria supplichevole disse:

– Maestro Anto’, ma davvero credete che nella tanchitta sia nascosta qualche cosa?

Zio Antonio sospirò con pazienza, si aggiustò le spesse lenti sul naso e comandò:

– portami tutto quello che hai raccolto.

              Efisio si guardò intorno con circospezione. Bonaria comprese e chiuse col gancio di ferro la porta di strada che era rimasta socchiusa.

              Da dentro una cassapanca accanto alla culla dove dormivano sereni i due gemelli, il campidanese cominciò a togliere il povero corredo della famiglia, qualche indumento e poi due piccole scatole di cartone. Le sollevò con una certa fatica e le depose sulla tavola sotto gli occhi di zio Antonio che si aggiustò gli occhiali e cominciò ad esaminarne il contenuto vuotandole un pezzo alla volta.

              Guardava e riguardava ogni cosa con grande attenzione alla luce del lume a petrolio e poi, seguendo un suo ordine, deponeva i pezzi in mucchietti distinti: qui alcune monete di bronzo piccole e piuttosto consumate, accanto, altre un po’ più grandi; discosti da quelle, altri pezzi che sembravano d’argento ed altri ancora che avevano tutto l’aspetto dell’oro. Qui qualche anello, lì altri piccoli monili.

              Seguendo nella sua metodica analisi, senza distogliere lo sguardo, zio Antonio cercava di attingere notizie chiedendo ad Efisio:

– hai trovato queste cose tutte in solo punto preciso?

– No, un po’ qua e un po’ là. In punti diversi, insomma.

– E come le hai trovate? Zappando o facendo qualche lavoro?

– No, no. Lo sapete: di lavori nella tanca ne faccio pochi o niente. Ci tengo le capre.

– E allora, come le hai trovate?

– Sempre dopo la pioggia. Una volta, dentro un rigagnolo, ho visto una cosa luccicare e l’ho raccolta. Da allora, quando non so cosa fare, ci guardo con più attenzione.

– Ma quando piove, da te, sì, nel tuo terreno voglio dire, dove si ferma l’acqua? Come scorre?

– Be’, Maestro Anto’, voi me lo insegnate, l’acqua scorre sempre verso il basso.

– E, dunque, parte da quella specie di monticello che c’è quasi in centro, vero? Lì dove ci sono, se non mi ricordo male, questi massi di granito. Così è?

– Avete buona memoria, Maestro Anto’. È proprio così.

              Zio Antonio trasse dalla tasca della giacca un grosso fazzoletto, si terse il sudore dalla fronte anche se nella stanza c’era un gelo invernale, appannò le lenti facendo finta di pulirle, si nettò gli angoli della bocca e poi, presa dalla tavola una delle monete d’oro, la pulì energicamente col fazzoletto.

Sollevò il pezzo come in un’ostensione sacra e disse con tono ispirato:

– vedete questo? è un aureo ed è d’oro. – Portò la moneta quasi vicino al naso e aggiustò gli occhiali per osservarla meglio. – È un aureo di Caius Iulius Caesar Octavianus. Lo sapete chi era Ottaviano?

              Efisio e Bonaria arricciarono contemporaneamente le labbra e sollevarono lievemente il capo come per dire “Boh!”, ma non dissero nulla.

Zio Antonio continuò:

– era un imperatore romano. Il primo imperatore di Roma. Quello che imperava quando è nato Gesù Cristo. Ma in quel tempo si chiamava già Augusto. Quando hanno coniato questo aureo, invece, era solo un triunviro e si chiamava Ottaviano. Diciamo, tanto per capirci, che era il padrone della Sardegna.

              A Efisio girava un po’ la testa e guardava ora la moglie, ora zio Antonio con aria un po’ perplessa. Come poteva uno cambiare di nome? Prima Ottaviano e poi Augusto? Lui era Efisio dal battesimo ed Efisio sarebbe stato fino alla morte, anche se qui, nel mio paese, lo conoscevano come il Campidanese.

E poi, come poteva un solo uomo, con due braccia, due gambe e una testa, fatto di carne e di ossa come tutti gli altri, essere il padrone di tutta la Sardegna? A lui, che non aveva mai posseduto nulla, quando Bonaria l’aveva ereditata, gli pareva di essere già un possidente per avere la sua piccola tanca. Che cosa lampu(25) se ne faceva, quel romano, di tutti quei terreni?

– Ma anche questi soldi erano i suoi? – domandò timidamente a zio Antonio.

– Sì, dovevano esser suoi.

– Io non voglio i soldi di un morto. Siamo gente povera, ma non siamo ladri. Avrà lasciato dei figli, avrà…

– Tu non sei solo povero, sei anche scemo, Efisio mio.

              Il campidanese guardò la moglie e fece spallucce, come per dire a zio Antonio che non gliene importava nulla d’esser considerato scemo da lui se Bonaria, invece, lo teneva in buona considerazione. Attese un cenno di dissenso dalla moglie, ma Bonaria guardò zio Antonio e tacque restando immobile.

              Il vecchio, con atteggiamento quasi reverenziale, come se maneggiasse ostie consacrate, riprese tutte le monete e i piccoli monili e, uno ad uno, li ripose nelle scatole. Poi aggiunse:

– Ora io andrò da Pietrosordo e gli dirò di prestarti per domani il suo giogo di buoi e il suo aratro e tu, domani, con me, arerai la tanca lì dove hai trovato i reperti. Sono sicuro che troveremo qualcosa a poca profondità.

Is scraxoxiu!(26) – esclamò con stupore e timore Efisio.

Su siddhádu!(12) – gli fece eco la moglie segnandosi la fronte, il petto e le spalle col segno della croce.

– Ma quale siddhádu e scraxoxiu! – disse zio Antonio. Qui i morti e le janas non c’entrano nulla. Proprio nulla. Io credo che nella tua tanca si trovi un ripostiglio monetale, una specie di bona castrensia, un deposito di monete emesse dai comandanti militari che servivano a pagare lo stipendium ai soldati. Mi hai capito? Ora mangiatevi il pane e il formaggio che ho portato a tua moglie e, poi, fattevi una bella dormita che domani ne riparliamo. Ti aspetto da Pietrosordo.

              Detto questo, zio Antonio, lasciò la povera abitazione di Efisio e di Bonaria e, percorrendo la stretta stradina già deserta, si incamminò verso Biddhanoa.(27)

 

              Il giorno seguente, dopo alcuni passaggi dell’aratro attorno al monticello della tanca, il vomere urtò contro una grossa anfora affusolata, interrata a non grande profondità, che si ruppe mostrando il suo contenuto fatto di centinaia di monete d’oro, d’argento e di bronzo. A non grande distanza, fu ritrovato anche un secondo vaso, un po’ più piccolo, ricolmo di anelli e di vari altri monili.

              Si racconta che zio Antonio espresse la sua contentezza lanciando il cappello in aria e che il Campidanese si inginocchiò per pregare le anime dei defunti, custodi di quel tesoro, perché lo perdonassero per l’oltraggio che aveva loro arrecato.

              Si racconta anche che egli fu irremovibile nella sua decisione, condivisa dalla moglie, di non tenere nulla per sé e di donare tutto alla regina per il tramite dei reali carabinieri e che Anselmo, avuta notizia del ritrovamento, per poco non morì per un colpo apoplettico.

              Dicono, infine, che la gratitudine reale non si fece attendere troppo e che si manifestò tangibilmente: ad Efisio furono donati un terreno più ricco e più grande della piccola tanchitta e una buona somma in denaro per ripagare i debiti e guardare al futuro della sua famiglia con maggiore tranquillità. A Bonaria, invece, la regina fece dono di uno di quegli anelli che il marito e zio Antonio avevano ritrovato arando.

              E fu così che, per tutta Terranova, Efisio si fece la fama di uomo probo e rispettoso delle leggi e, per taluno, anche un po’ scemo, zio Antonio consolidò la sua nomea di uomo saggio, colto ed esperto di storia e di cose antiche e la regina d’Italia, quella di sovrana generosa e attenta ai bisogni dei suoi sudditi.

 

              Il ricordo di questa storia è riemerso ora dalle brume del mio passato. Tante volte, da bambino, ho sentito narrare queste vicende da mia nonna.

Io ho riportato i fatti il più fedelmente possibile, ma avverto che mi sono preso la licenza di cambiare i nomi e anche il luogo di nascita di Efisio che, non campidanese era, ma, anche lui, terranovese.

              Qualche volta, in passato, ho creduto che questo racconto fosse soltanto una di quelle favole che le vecchie dicono ai nipoti, ma mi sono dovuto sempre ricredere quando nonna mi mostrava, al dito della figlia, un anello visibilmente antico: a suo dire, quello che Bonaria aveva ricevuto in dono dalla regina.

              Era – ed è ancora – quell’anello, una corniola rettangolare recante incisa una testa coronata con fascia in oro e senza castone.

Note

  1. ma quando la smetterai!
  2. chiuso, terreno agricolo recintato;
  3. denari; due denari era la moneta più piccola della monetazione del tempo. Un denaro era da computare come un due cento quarantesimo del valore di una lira sabauda;
  4. sigaro;
  5. due soldi. Il soldo era la ventesima parte della lira sabauda, valeva, quindi 5 centesimi ed era formato da dodici denari;
  6. gioco della campana, paradiso;
  7. antica misura di superficie sarda corrispondente, per la provincia di Sassari, a 1993,3750 m2. Lo starello di Cagliari, invece, valeva il doppio;
  8. scintilla;
  9. Gavina;
  10. l’ho sentito da Tavolara l’odore del bruciato, e ho detto “bah, Maurizia sta cucinando il sugo”;
  11. esseri fantastici delle leggende sarde. Descritte generalmente come piccole donne magiche abitanti nelle tombe pre-nuragiche scavate nelle rocce (dette appunto domus de janas). Un po’ fate, un po’ streghe;
  12. su siddhádu in sardo logudorese è “un tesoro, un deposito di monete antiche” custodito da spiriti, folletti, janas;
  13. Gavino;
  14. in sardo campidanese: padrone;
  15. secondo il vocabolario sardo logudorese-italiano di P. Casu: cosettina. Con fare allusivo può significare altro;
  16. tirchio;
  17. letteralmente: abbeveratoio. Era, un tempo, il nome  con cui si indicava la principale piazza di Olbia, oggi intitolata alla Regina Margherita;
  18. vaso di sughero di forma cilindrica ottenuto dalla corteccia intera di un tronco di quercia da sughero;
  19. piccolissimo spazio aperto posto posteriormente alla casa, come un cortiletto. Lì era anche il gabinetto;
  20. semplicione, mezzo sciocco;
  21. piccola tanca; vd. 2;
  22. interiezione col significato di: eh, eh via, via;
  23. quando s’intestardisce è peggio del somaro;
  24. sono buono solo per essere portato alla fonderia di San Gavino (cittadina del Medio Campidano). Si dice di persona scarsa e inetta;
  25. accidenti;
  26. vd. 12, in sardo campidanese;
  27. l’attuale “quartiere” di via La Marmora.

© Giuliano Deiana 2019

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