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La Sardegna rischia di mancare l'appuntamento con la ripresa economica

Apprensione per l'economia dell'Isola che mostra segnali sempre più preoccupanti

La Sardegna rischia di mancare l'appuntamento con la ripresa economica
La Sardegna rischia di mancare l'appuntamento con la ripresa economica
Olbia.it

Pubblicato il 14 gennaio 2021 alle 10:15

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L'emergenza pandemica in corso ha impattato duramente sull'economia della nostra Isola. Le presenze turistiche, i trasporti, le imprese locali e tutto il sistema occupazionale hanno registrato dati preoccupanti.

La Sardegna rischia di mancare l'appuntamento con la ripresa del 2021 e di far registrare, nel biennio 2020-2021, uno dei risultati peggiori tra le regioni italiane. Archiviato un 2020 disastroso, l’economia sarda si prepara infatti ad affrontare una fase di ripartenza estremamente complessa e incerta in cui incideranno sicuramente le vulnerabilità strutturali della nostra regione (le forti difficoltà delle piccole e medie imprese, che rappresentano ancora una quota cospicua dell’economia isolana, un’economia poco diversificata, il peso del settore turistico-ricettivo, l'elevata quota di lavoratori precari e stagionali, la maggiore esposizione al rischio liquidità per le imprese, l'alto livello delle importazioni e la concentrazione dell'export nel settore petrolifero). Nel 2021 la ripresa economica potrebbe faticare ad arrivare al +1%, a fronte di una previsione nazionale pari al +3,2%. Guardando al biennio 2020-2021, l'economia sarda potrebbe far registrare uno dei risultati peggiori nel panorama regionale italiano: -8,9% il PIL previsto per il 2021 rispetto al livello del 2019.

 È quanto si evince da uno studio della Cna Sardegna che misura l'impatto economico della crisi sulle diverse componenti del Pil regionale. Sebbene l’epidemia abbia colpito più duramente le regioni del Nord Italia, le conseguenze dei diversi lock-down (quello nazionale di aprile, quello su base regionale di novembre e quello intermittente del periodo natalizio) e della compressione della domanda interna lasceranno infatti una profonda cicatrice sull’economia regionale. Nonostante un trimestre estivo migliore delle aspettative - in parte grazie alla tenuta della domanda turistica nazionale (tra gennaio e settembre, il calo degli arrivi di connazionali nelle strutture ricettive è stato solo del -2%, contro il -63% degli stranieri) - consenta di migliorare leggermente le previsioni sulla caduta del Pil per il 2020.

"Nonostante un trimestre estivo in grado di dare un po' di respiro a molte attività economiche regionali messe in ginocchio dal lockdown di marzo-aprile”, commentano Pierpaolo Piras e Francesco Porcu, presidente e segretario regionale della Cna Sardegna -. Anche escludendo nuovi lock-down generalizzati e il verificarsi di una nuova ondata epidemica, la nostra regione corre seriamente il rischio di mancare clamorosamente l'appuntamento con la ripresa economica. Guardando alle stime previsionali per il biennio pandemico 2020-2021, l'Isola risulta una delle economie regionali più colpite, alle spalle soltanto di Valle d'Aosta, Trentino Alto-Adige e Toscana. La Regione – continuano Piras e Porcu - apra il confronto con le forze sociali: l’eccezionale e irripetibile occasione fornita dalla contestuale contemporaneità dell'avvio della nuova programmazione Comunitaria (settennio 2021/2027) e la gestione del Recovery Plan devono segnare l'avvio di un serio processo riformatore a cui affidare la mitigazione dei deficit strutturali di cui soffre l’economia isolana”.

Al fine di definire uno scenario previsionale per l’economia della Sardegna nell’ipotesi che nel 2021 non si verifichino una nuova recrudescenza epidemica e nuovi lock-down generalizzati, la Cna sarda stima la congiuntura regionale partendo da una misura dell'impatto economico sulle diverse componenti del Pil: spesa finale di famiglie, residenti e non residenti (e quindi turisti), spesa della PA (tra cui sanità, scuole e protezione sociale), investimenti (macchinari e costruzioni), import ed export.

Lo studio evidenzia che il 2020 potrebbe essersi chiuso in Sardegna con un risultato leggermente meno negativo rispetto alla media nazionale. Considerando le previsioni di dicembre dei principali previsori istituzionali, il calo del PIL nazionale dovrebbe attestarsi al intorno al -10% rispetto al 2019, mentre l'economia regionale, in base alle stime CNA, dovrebbe aver chiuso l'anno mettendo a bilancio un - 8,6%. Si tratta di un dato che, sebbene migliore della media nazionale, risulta significativamente peggiore di quanto atteso per le altre regioni del Sud (-6,6% la media territoriale). È però nel 2021 che l’economia sarda potrebbe pagare il dazio maggiore, in termini di una ripresa economica che si attende anemica e che potrebbe faticare ad arrivare al +1%, a fronte di una previsione nazionale pari al +3,2%. Se si guarda all'intero biennio, quindi, l’economia sarda potrebbe far registrare uno dei risultati peggiori nel panorama regionale italiano (-8,9% il PIL previsto per il 2021 rispetto al livello del 2019), precedendo soltanto di Valle d’Aosta, Trentino Alto-Adige e Toscana.

Ma quali sono i fattori che, in questa crisi, fanno della Sardegna una delle economie regionali più vulnerabili?

Sicuramente uno degli aspetti più critici riguarda la debolezza del sistema delle imprese, nel complesso poco attrezzate per affrontare una crisi complessa e inedita come quella attuale. Indicazioni al riguardo arrivano da una recente indagine campionaria Istat sulle imprese con più di tre addetti: quasi un'impresa sarda su cinque (il 19,1%) ha più che dimezzato o non ha conseguito alcun fatturato nel periodo tra giugno e ottobre del 2020 (contro una media nazionale pari al 15,5%); inoltre, il 21% delle imprese sarde non prevede di conseguire un risultato migliore nella prima parte del 2021 (18% è la media nazionale); ben il 40,1% degli imprenditori si aspetta gravi problemi di liquidità durante l'anno in corso, percentuali significativamente superiori alla media nazionale (33,5%); come conseguenza, tra giugno e novembre dell’anno passato il 29% delle imprese è intervenuto riducendo il personale dipendente con contratti a termine o ha rinviato le assunzioni previste, secondo peggior risultato dopo il Trentino Alto Adige (19,9% la media nazionale), mentre il 14,1% ha indicato di prevedere riduzioni significative del personale nel primo semestre del 2021, in questo caso, il dato in assoluto peggiore tra le regioni italiane (10% la media nazionale).

Altro fattore di forte vulnerabilità è dell’economia sarda la struttura del mercato del lavoro regionale, che si caratterizza per una quota elevata di lavoratori precari (il 24% nella media 2019, terzo valore tra le regioni italiane) e da alti livelli di disoccupazione giovanile (15% nelle classi di età 24-34 anni). A questo va aggiunto che la Sardegna è, tra le regioni italiane, la quarta per incidenza del turismo sull'occupazione e la terza per incidenza del turismo sul valore aggiunto, con il settore turistico (ricettività, trasporti, ristorazione, intrattenimento) che è destinato a pagare le conseguenze maggiori della crisi attuale anche nel 2021, soprattutto in termini di minore domanda da parte di viaggiatori internazionali. Questi elementi rappresentano fattori di forte vulnerabilità che si traducono, nel medio-breve termine, in un impatto negativo sulla spesa finale delle famiglie residenti e non residenti (i turisti).

La difficoltà delle imprese si riflettono sul livello degli investimenti in macchinari e impianti. In questo caso è soprattutto la capacità di autofinanziamento delle aziende a destare preoccupazione, ovvero la crisi di liquidità indotta dal blocco dell'attività economica e dal calo del giro d’affari. Centrale, a questo proposito, sarà il ruolo svolto dal sistema bancario regionale, che però entrava nel 2020 con la percentuale di crediti deteriorati più alta nel panorama nazionale. Questo elemento, in particolare, espone il sistema al rischio di una più intensa restrizione del mercato del credito nella fase più critica.

Anche l’export nel 2020 non ha aiutato. È vero che nel primo semestre dell’anno il calo delle vendite estere di prodotti sardi nel comparto agroalimentare è stato tutto sommato contenuto, specialmente per quanto riguarda formaggi e prodotti lattiero caseari, tuttavia oltre l’80% del valore delle esportazioni regionali è rappresentato da prodotti petroliferi raffinati e se si guarda al complesso dell’export sardo il calo registrato nella prima parte del 2020 non ha avuto eguali nel contesto regionale italiano. Se nel 2021 la stabilizzazione dei prezzi dei prodotti energetici, alimentato dalla ripresa della domanda internazionale, dovrebbe sostenere la ripresa delle esportazioni, d’altro lato ci si attende una dinamica meno brillante per quanto riguarda la domanda agroalimentare, troppo concentrata territorialmente (Stati Uniti e Germania assorbono il 70% dell'export di prodotti lattiero caseari sardi) e poco diversificata in termini di prodotto (oltre il 60% del valore dell’export agroalimentare fa riferimento a latte e formaggi).

Ulteriore elemento di debolezza riguarda l'alto livello delle importazioni che determina il contributo estero netto alla formazione del reddito regionale, con la Sardegna che mostra un deficit strutturale delle partite correnti tra i più elevati in Italia. Le regioni che mostrano un livello di importazioni nette più elevato, specialmente quando l'importo non è caratterizzato dall’acquisto di prodotti intermedi o semilavorati per le produzioni destinate all’export, potrebbero infatti risultare più vulnerabili durante la fase di ripresa nel 2021.

 

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