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In autoisolamento – racconto di Giuliano Deiana

iRiparo Olbia dieffe 1400 domenico castaldo

Olbia, 13 marzo 2020 – I personaggi dei quali qui racconto non hanno nulla a che vedere né con me, né con Magda. Da noi ho preso in prestito soltanto qualche battuta, e qualche atteggiamento. La storia, naturalmente, è solo frutto della mia fantasia e della noia dello stare chiuso in casa. 

 In autoisolamento

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Prese con furia la borsa e, tanto per lasciare una traccia visibile della sua rabbia, scombinò il copriletto su cui aveva posato la scarsa biancheria che intendeva portarsi dietro.

– Non ne posso più! – disse. Ma il tono e il volume della sua voce gli parvero inadeguati alla situazione che stava vivendo.

Era in procinto di andar via di casa e avrebbe voluto che la moglie avesse piena consapevolezza di questo fatto. Avrebbe voluto che lei si rendesse conto che la stava per abbandonare.

Si sarebbe aspettato da lei una reazione furibonda, o, forse, drammatica: urla, pianti e, magari, invocazioni a non farlo. E, invece, non si era mossa dal divano su cui stava stesa e aveva continuato a guardare la televisione con il poco interesse di sempre.

– Me ne vado. Non ti sopporto più! – disse con il tono più furente e più convincente che gli riuscì di tirar fuori e, per dare più forza alle sue parole, varcò la soglia e sbatté violentemente la porta dietro di sé.

– Buon viaggio! – si sentì rispondere prima che l’anta si chiudesse.

Fuori, la neve che era caduta aveva soltanto imbiancato i gradini della scala esterna che portava su nella strada. Si tranquillizzò per questo, pensando che la moglie non avrebbe dovuto faticare per spalare, lui assente, se avesse avuto bisogno di uscire.

Iniziò a salire, un gradino dopo l’altro, con molta lentezza. Il pensiero appena formulato gli sembrò strano e inappropriato: che poteva importargli della neve che avrebbe reso impraticabile la scala se fosse caduta abbondante come sempre accadeva? Non stava lasciando quella casa per sempre? E non aveva appena detto alla moglie che non la sopportava più?

Una fitta di dolore gli trafisse il petto ed un nodo gli serrò la gola.

Sì, le aveva detto così, ma non intendeva dirlo sul serio. Cioè: lei avrebbe dovuto credere che non stava affatto scherzando, se no che giustificazione avrebbe avuto per allontanarsi da casa per quelle due settimane che il virus impiega ad incubare? Sarebbe ritornato non appena avesse avuto la certezza di non infettare la moglie. Bastava ed avanzava quel che lei aveva già sofferto in passato a motivo della salute. Ma questo Caterina non doveva saperlo.

Sentì, improvviso e prepotente, il desiderio di tornare indietro, di rientrare a casa e di precipitarsi sul divano per dire alla sua donna: “non è vero! Non dicevo sul serio. Volevo andar via solo perché ho paura per te”. Ma fu soltanto un attimo, perché continuò a salire i gradini, con molta fatica.

Quando arrivò per strada, si fermò un istante e si guardò intorno, non perché lo muovesse la curiosità di vedere se qualcuno aveva infranto il divieto di uscir di casa, ma, invece, per concentrarsi meglio su quel che, ora, avrebbe dovuto o potuto fare. Gli alberghi erano stati chiusi d’imperio, le case o le stanze da prendere in affitto, lì o nei paesi vicini, non le aveva cercate e ora era impossibile farlo. Non aveva neppure l’auto, già che, l’unica che avevano, non voleva toglierla a sua moglie.

– Mi incamminerò a piedi – si disse. Poi gli venne in mente che non aveva preso con sé neppure l’autocertificazione che il decreto sulle misure per il contenimento del contagio gli imponeva di avere in tasca per poter uscire di casa senza incorrere nei rigori della legge.

– Glielo compilerò, seduta stante, di fronte a loro, se mi fermano – pensò e subito si domandò quale dovesse essere il motivo che avrebbe dovuto dichiarare. – “Comprovate esigenze lavorative”? No – si rispose – perché non sono più in età di lavoro, e loro lo vedono benissimo. Dirò allora: “situazione di necessità, perché ho litigato con mia moglie e mi sto separando da lei”? Sì, dirò così e loro dovranno ben prender atto di questa mia volontà – si disse tranquillizzandosi un poco mentre continuava a guardarsi intorno, in un silenzio surreale, in quello spazio vuoto in cui l’unica cosa viva pareva fossero le raffiche di vento gelato che, di tanto in tanto, scendevano dai monti.

Gli alberi erano tutti fioriti, non di gemme di una primavera che pure era arrivata, ma di cristalli di ghiaccio. Quel biancore diffuso che metteva in risalto il disegno nero e intricato dei rami, dava al paesaggio un aspetto fiabesco che mal si accordava con il suo stato d’animo.

– E quando mi chiederanno di confermare che non sono risultato positivo al virus, che cosa dirò? Dirò che no, che non sono risultato positivo, ma soltanto perché nessuno mi ha fatto alcun tampone? No, non gli dirò neppure che ieri mi sono svegliato con qualche lineetta di febbre e con un pochino di mal di gola. Non l’ho detto né al mio medico, né a mia moglie e lo dico a loro? Fossi matto! Non appena aprissi bocca per dirgli questo, farebbero un salto indietro per la paura d’esser contagiati e, immediatamente, con la forza, mi chiuderebbero in quarantena in un lazzaretto, così, se non mi fossi ancora impestato fuori, mi infetterei lì dentro.

Fece qualche passo sulla strada deserta e continuò a discorrere con sé stesso.

– Be’, però, se mi mettessero in isolamento, non sarebbe poi un gran danno. Caterina sarebbe al sicuro. Non è forse quello che sto cercando di fare ora?

– E no – si rispose a mezza voce – se ti avessero isolato, Caterina avrebbe capito il rischio che corri e si sarebbe preoccupata moltissimo. Così, invece, non sa nulla e pensa che tu te ne sia andato solo per un banale litigio e che ritornerai.

Si fermò, un po’ per meditare meglio, ma anche perché non sapeva dove andare.

– Ho fatto tutto troppo in fretta. Avrei dovuto organizzarla meglio la mia fuga.

– Sicuramente – si disse. – Oltre tutto non ti sei neppure premurato di accertare se quei sintomi che hai avvertito fossero reali o, invece, soltanto il frutto della tua paura. Per esempio: ora ti fa male la gola?… E poi, non mi sembra nemmeno che tu abbia la febbre.

Si fermò ancora una volta, tossicchiò con molta buona volontà per vedere se la gola doleva e si portò il dorso della mano alla fronte per vedere se era almeno un pochino tiepida.

– Non importa se adesso non mi duole e se febbre ora non ne ho. Ce l’avevo e la gola mi faceva male, solo un pochino, ma sempre male è, e sicuramente il dolore ritornerà. Non posso mica stare ad aspettare in casa che tutti i virus facciano il loro comodo e mi vengano fuori dal naso quando si sono decisi e che, insieme a Caterina, contagi mezzo mondo.

– Sì, va be’, ma ora dove vai? – gli domandò il suo alter ego. – Rimani qui per strada a rimuginare con te stesso?

– Ora chiamo Maurizio e gli chiedo se mi affitta una stanza.

– Lo sai bene che non puoi, non fare l’indiano! Loro son chiusi e, se aprissero solo per te, rischierebbero una multa salatissima e forse anche la galera. E poi, se gli telefonassi, come giustificheresti il tuo esser fuori casa? Caterina verrebbe a sapere immediatamente il motivo per cui te ne sei andato. Ti conviene inventarti una scusa e ritornare a casa.

– Fossi matto! Ma secondo te ho fatto tutta quella sceneggiata per nulla? – Si girò repentinamente e guardò l’edificio poco distante lì dove aveva il garage. Anche lì regnava un deserto assoluto.

– Andrò in garage. Caterina non penserà mai che mi sono nascosto lì. Lei non ci va mai in garage.

– E come pensi di sistemarti in quel magazzino freddo? Così se non muori per il coronavirus, muori per la polmonite che ti becchi lì dentro.

– C’è una stufa. L’accenderò. E c’è anche un materasso matrimoniale gonfiabile con due sacchi a pelo che erano della roulotte. Ho pure le provviste: il freezer è pieno anche di pane e le bottiglie da bere non mancano. Ho anche da leggere. Non ho libri, ma ho tanti manuali d’uso di tutti gli aggeggi che ho comprato e che non ho ancora capito come funzionano. Leggerò quelli, e sarà la volta buona per imparare ad usarli. E ho anche quel che mi serve per scrivere, per fare fotografie e per montare i vecchi filmini. Me ne starò lì, tranquillo, ad aspettare che il Covid mi uccida oppure che tutto finisca senza alcuna malattia. Alfine si tratta di sole due settimane. Poi, se sopravvivo, ritornerò e dirò a Caterina che mi son pentito e che non potevo vivere senza di lei perché la amo.

Trasse un profondo sospiro riempiendosi i polmoni di un’aria troppo fredda e frizzante per essere primaverile e, contento d’aver preso quella decisione senza che l’altro sé stesso avesse obiettato niente, si voltò e si avviò a passi rapidi verso il garage.

Si avvicinò alla serranda con circospezione, guardandosi attorno come fosse un ladro.

Quando l’aprì, un’ondata di luce lo investì e la voce della moglie lo ridestò dai suoi pensieri.

– Ma te ne stai come un eremita, così solo e al buio! Dormivi? Pareva che ti agitassi e parlassi con qualcuno. Avevi un incubo? Il solito esame di Botanica?

– No, non dormivo. Pensavo. – Tacque per un istante poi aggiunse – mi son preso il virus, stanotte. Devo andare ad abitare in garage per non contagiarti. Mi metto in auto-isolamento.

Caterina sospirò come faceva sempre quando voleva dimostrargli di avere molta pazienza, ma anche che quella pazienza si stava esaurendo.

– Non sapevo che ci si contagiasse anche in sogno.

– Non dormivo e non sognavo. Smettila di prendermi in giro.

– Non lo faccio affatto. Ma tu smettila di scherzare. Troppe persone stanno morendo per questo maledetto virus perché tu possa scherzare su questo argomento, anche se oggi è il primo aprile.

– Non sto scherzando affatto, nemmeno un po’! Mi son preso il coronavirus. Devo essere positivo.

– Questa è l’unica cosa sensata che ti ho sentito dire da un po’ di tempo in qua. Sarebbe ora che tu diventassi una persona positiva, invece di quel rappresentante di negatività e di malumori che sei diventato.

– Volevo dire positivo al tampone.

– In Italia non abbiamo tamponi sufficienti per tutti; a lui, invece, glielo fanno anche in sogno – commentò la moglie scostando le tende perché un ultimo raggio di sole potesse penetrare dentro la stanza.

– Fammi sentire – gli disse toccandogli la fronte. – Sei fresco come una rosa.

– E ti pareva! Tu mi dirai che sto bene anche quando, invece, starò morendo. Non mi credi mai!

– Prometto che quando starai per morire, te lo dirò. Ma adesso falla finita e vieni via da lì che ci sono un mucchio di cose da fare.

– Io vado in garage e mi metto in auto-isolamento.

– Vai in buonora! – gli rispose Caterina che, ormai, aveva perso anche l’ultimo briciolo di pazienza. – Quando ritorni, portami dalla cantina un po’ di pelati.

– Forse non hai capito. Se sono in auto-isolamento, non ritorno a casa, devo stare isolato e basta.

– …in garage, dove c’è l’auto! se no che auto isolamento sarebbe? – confermò Caterina ridendo. – Tu non sei tutto sano, no!

– No, non sono sano; mi sono infettato.

– Volevo dire che non sei sano di testa, – gli rispose la moglie dall’altra stanza. – Adesso falla finita. Ogni gioco è bello quando dura poco. Com’è che t’è venuta in testa questa idea scema, stasera? – gli gridò perché la sentisse e poi, per essere sicura di esser stata udita, ritornò sui suoi passi e si affacciò un poco dallo stipite.

– Non mi è venuta stasera. Mi è venuta prima, e ora devo aspettare quattordici giorni.

– Perché quattordici giorni?  Che è successo due settimane fa?

– Non ho detto che mi sono infettato allora, ho detto che devo aspettare due settimane. Mi son preso il Covid 19 e ora devo stare in isolamento: due settimane! – Poi, già che dalla moglie non arrivava nessun commento, aggiunse – non lo hai sentito anche tu che ha due settimane di incubazione?

– Ma sì, l’ho sentito anche io. E chi non lo ha sentito? Giornali e tivù ci hanno fatto diventare tutti virologi. Tutti epidemiologi. Tutti esperti, siamo diventati.

– E allora perché me lo chiedi?

– Io ti ho solo chiesto che cos’è accaduto che ti ha fatto entrare in contatto col virus. E ti sto chiedendo che cos’è che ti è capitato, oggi.

Caterina rimarcò con particolare enfasi questa parola, rientrando nella stanza con i pugni puntati sui fianchi, come se volesse dire al marito: “ora, adesso, o mi dici tutto quel che non so, o ti piglio a pugni”.

Ma, poi, arrivò a più miti consigli e, con la voce più suadente che aveva, gli chiese:

– cos’è che, oggi, ti ha dato la certezza di esser stato contagiato? Questo ti sto chiedendo. – Tolse i pugni dai fianchi per mostrarsi meno combattiva e cercò di avvicinandosi al marito che, però, fece un balzo indietro.

– Allontanati! Non toccarmi, ‘ché ti contagio! Dobbiamo stare ad almeno un metro e mezzo di distanza.

Alla povera donna venne quasi da piangere per la disperazione. Si portò entrambe le mani al viso e lo strofinò energicamente per vedere se era sveglia o se stava vivendo in un incubo. Inspirò quanta più aria poté, per calmarsi e disse al marito, quasi sottovoce:

– tu, ultimamente, non sei mai uscito di casa…

– Sì, invece. Sono stato in garage a fare la libreria.

– È vero, ma mi hai detto che eri da solo, che non è venuto nessuno a trovarti! Chi te lo ha portato, allora, questo virus?

– Sarà stato già lì.

– …a svolazzare qua e là. Ma dai! Fatti serio! Hai anche studiato microbiologia, una volta. Ma come puoi dire una cosa simile?! Ti prego! Anzi, ti scongiuro: smettila con questo stupido gioco.

– Io non sto giocando nemmeno un poco. Mi sono infettato, perciò stammi lontana.

– Ma se non hai neppure il sintomo più lieve! Neppure a cercarlo col lanternino ce l’hai. Non hai febbre, non hai mal di gola, respiri benissimo…

– Perché? Non lo sai che ci sono anche gli asintomatici? Non l’hai sentito alla televisione? Io sono uno di quelli. O solo alla tivù possono esserci gli asintomatici?

– Ascolta, io non so più cosa dirti.

– Brava, non dire nulla. Se non vuoi che me ne vada in garage, mi chiuderò nella cameretta, ma tu non devi entrare. Non potrei mai perdonarmi se infettassi anche te. Mi lascerai il cibo davanti alla porta ed io lo prenderò quando ti sarai allontanata. Quando dovrò andare in bagno, t’avvertirò, così che tu possa andartene un attimo in camera da letto. Io, naturalmente, utilizzerò l’altro bagno, e tu, lì, non dovrai neppure metterci il naso. Mi raccomando! Se stiamo attenti, vedrai che ce la possiamo fare.

Caterina si sbiancò un poco in viso. Forse, ora, cominciava a credere che il marito non scherzasse. O, forse, la faceva star male immaginarsi di vederlo con la mascherina chirurgica sul viso, come accadeva quando, chiusa in una camera sterile, lo guardava dal piccolo vetro della porta, arrivare bardato di copricapo, camice, calzari e, naturalmente, di una mascherina che gli nascondeva quasi del tutto la faccia.

– Se è questo che vuoi, facciamo così. Ora però, mettiti sul divano. O ti preparo il letto nella cameretta?

– No, non preoccuparti. Me la caverò da solo. Vedrai che tutto andrà bene.

– Però mi devi promettere che farai il tampone.

– Sì, farò il tampone! Ma se non ne hanno nemmeno per i medici più a rischio…

– Tu non preoccuparti. Telefonerò a Piero, vedrai che lui ci riuscirà. Prometti.

– Prometto.

Guardò Caterina e vide i suoi occhi inumidirsi di lacrime. Una fitta dolorosa gli bucò l’anima. Sospirò per scacciare un brutto presentimento e chiuse con cura la porta della cameretta in cui aveva deciso di trascorrere il suo periodo di auto-isolamento e si stese sul divano.

Di là dai vetri della porta-finestra, il sole al tramonto infiammava le vette ricoperte di neve.

Gli pareva che fosse trascorso solo un attimo, e, invece, erano passati giorni. Ora la febbre era arrivata, aveva anche raggiunto un livello molto alto e, ostinatamente, non accennava a diminuire. Il respiro s’era fatto affannoso. Gli pareva, a momenti, di delirare:

– maledetto virus! Non l’avrai vinta con me. Ma io non voglio farmi intubare per colpa tua. Ti combatto io, brutto bastardo.

A momenti, quando respirava a fatica, gli prendeva il panico. Come quella volta, da bambino, che nonno Pietro gli aveva fatto provare l’ebrezza di indossare lo scafandro per scendere sott’acqua nel porto vecchio. L’acqua era torbida e fangosa, ma costellata di miliardi di puntini che vorticavano catturando, ciascuno, un pezzetto della luce del sole che riusciva a filtrare. Il fondale non si vedeva. Giulio, il palombaro di fiducia del nonno che, accanto a lui, gli faceva compagnia in quella discesa, cercava di tranquillizzarlo, a gesti e con espressioni buffe degli occhi e di quel pezzo di viso che si vedeva dagli oblò. A tratti, la paura non lo faceva respirare, anche se, in quel vortice di stelline che gli brulicavano attorno, lui cercava di sguazzarci dentro agitando mani e braccia come fossero le zampe di un anatroccolo impaurito.

– Ti farò vedere io di che cosa sono capace – si diceva rivolgendosi al virus, e riandava, coi ricordi, ai suoi lontani studi. – Tu, alla fin fine, sei una polpetta di proteine impanata con del grasso. Infinitamente piccola fin che vuoi, ma pur sempre come una brutta polpetta. E io quel grasso di merda e quelle proteine di cui sei fatto, te li distruggo.

– E come? – gli disse l’altro sé stesso che nei momenti più critici non stava mai zitto.

– Non sottovalutarmi anche tu. Lo vedrai. Lo distruggerò con l’alcol.

– Lo so benissimo che l’alcol modifica e altera le proteine della capside dei virus uccidendoli, ma come pensi di fare? Li innaffierai?

– È esattamente quel che farò.

– Va bene che si sono annidati nella gola, ma nella trachea, nei bronchi e nei polmoni, non nell’esofago. Come farai ad innaffiarli?

– Me lo farò andare di traverso.

– L’alcol?! Ti farai andare di traverso l’alcol?

– Sì, esattamente.

– Ma tu non sai neppure che cosa significhi questo.

– Lo so benissimo. Una sera, m’è venuto un colpo di tosse mentre bevevo e mi è andato di traverso il whisky. Non te lo ricordi più? Non è stato piacevole, ma è passato.

– Se lo dici tu!…

Il suo secondo io si mise a ridere ma lui, che aveva la febbre, non ne aveva tanta voglia, comunque sorrise un poco, giusto per compiacersi con sé stesso.

La cura da lui ideata non funzionò, vuoi perché la moglie non voleva dargli l’alcol, vuoi perché, quando riuscì a convincerla, glielo diede alle solite piccole razioni con cui avrebbe voluto che lo bevesse quando, dopo cena, si concedeva un whisky o un cognac: porzioni tanto piccole, da renderlo del tutto inefficace per gli scopi terapeutici  che si era prefissato.

E arrivò, purtroppo, anche il momento in cui Caterina, dovette chiamare il 1500 per dire che il marito stava male per l’infezione da coronavirus.

Vennero a prenderlo mascherati da astronauti e lo chiusero in una barella che sembrava una bara di vetro senza neanche farglielo salutare. Le imposero di stare in isolamento e partirono a sirene spiegate verso l’ospedale.

Lui, poveruomo, avrebbe voluto dirle almeno:

– lo vedi Cateri’ che avevo ragione? Lo vedi che mi ero infettato? E se avessi fatto come dicevo io chiudendomi in garage, adesso non saresti stata in pericolo come invece sei, amore mio. Ti voglio bene e se riesco a cavarmela, giuro su Dio che non ti farò arrabbiare più. Giuro che ti porterò in tutti i ristoranti che vuoi, anche da Cannavacciuolo. Anche un Folletto nuovo ti compro, se lo vuoi. Ma tu riguardati.

Tutte queste cose avrebbe voluto dirle, ma non ci riuscì. E continuò a pensarle ossessivamente, anche quando gli pareva d’annegare nonostante gli avessero chiuso la testa dentro una specie di elmo da palombaro, ma trasparente, perché di ossigeno, ai polmoni, non gliene arrivava più abbastanza. Spasimava e si agitava forte cercando di rubare un’ultima boccata d’aria mentre un peso gli gravava sulla testa e la mano energica di un infermiere cercava di aiutarlo.

Gli tolsero il cuscino che, come un disperato, si stringeva sulla faccia che aveva già cominciato a diventar cianotica.

– Ma lascialo questo cuscino! – gli urlò Piero strappandoglielo violentemente.

Ansimò come un disperato che sia stato strappato da un fondale fangoso che lo teneva avvinto per i piedi prima dell’incoscienza della fase apnoica dell’annegamento e quando riuscì a proferir verbo, disse al suo amico medico che gli sembrava di riconoscere al posto dell’infermiere:

– e tu che ci fai qui? Mi stavi intubando?

– Pochi altri minuti e ti saresti ucciso da solo.

– Io? Ma è il coronavirus che mi sta ammazzando. Non vedi che dispnea che mi ha provocato?

– Ha ragione Caterina, a te t’ha dato di volta il cervello.

– Io ho cercato di proteggerla.

– Tu hai cercato di renderla vedova. Mettiti un po’ seduto e tira su la maglia – gli disse mentre, dalla sua valigetta, tirava fuori stetoscopio, saturimetro e sfigmometro.

Gli pinzò la punta del dito indice destro e aspettò un attimo.

– A quant’è? Bassissima, vero?

– Sta zitto!

Gli mise il manicotto al braccio, ci infilò la campana dello stetoscopio per auscultare l’arteria brachiale e insufflò l’aria fino a che non sentì più il battito del polso. Poi fece uscire un po’ d’aria e si fermò per osservare i valori raggiunti dalla colonnina di mercurio. Aveva sul viso un’espressione imperturbabile.

Azionò ancora la valvolina per rilasciare un altro po’ d’aria e annotò mentalmente anche il nuovo valore.

– Com’è la pressione? Com’è?

– T’ho detto di star zitto!

Gli porto la campana dello stetoscopio all’altezza del torace, prima a destra, poi a sinistra. Lo fece inspirare, trattenere il respiro e poi espirare. Una volta, due volte, tre volte. Poi passò alla schiena e ripeté l’auscultazione e, alla fine, trasse un lungo sospiro.

– Insomma, mi vuoi dire che cosa ho?

– Tu sei soltanto un imbecille che ha fatto spaventare tutti.

– Ah!

– Proprio così, un malato immaginario che, oltre a soffocare sé stesso, a impaurire quella povera donna della moglie, ha tolto da impegni più importanti e urgenti quel cretino del suo amico medico che ha avuto il torto di credergli e di rispondere alla richiesta di aiuto di Caterina. Tu sei un ipocondriaco di merda, ecco cosa sei?

– Ma io non l’ho fatto apposta. Io sono felice più di te se non mi sono contagiato. Avevo un po’ di mal di gola e avevo paura per Caterina.

– Potevi chiamarmi invece di fare una fesseria dietro l’altra.

– Avevo paura di disturbarti.

– Così mi ha disturbato molto di più. Sei sano come un pesce, porca miseria! – lo disse quasi con dispiacere – saturazione 100%, pressione 120 su 80, frequenza 70 bpm e i polmoni liberi come quando sei nato.  Anzi: non sei sano, sei malato, ma solo di ipocondria, te l’ho già detto e sei scemo nel cervello. Ma su questo, io non posso farci nulla. Per questo, ci penserà tua moglie.

– Sì, va bene – disse sorridendo per la prima volta dopo tanta angoscia – ma dov’è Caterina? La voglio abbracciare.

– E di là che sta cercando una scopa robusta perché te la vuol rompere sulla schiena – gli rispose Piero e se ne andò senza neppure salutarlo.

 

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