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Il sole sorride a Ferragosto – seconda e ultima parte

Nomasvello Olbia 1085

Il sole sorride a Ferragosto – seconda e ultima parte

Gli anni fluivano mentre cresceva il conto in banca e si ingrossava il parco dei modellini che l’uomo seguitava a collezionare. Qualcuno, a tal proposito, gli aveva anche obiettato che sembrava esserci un insanabile conflitto fra il suo elogio del risparmio e quel numero così alto di modellini. “Qui ti volevo – aveva risposto-. Io, mio caro, per quei modellini non spendo il becco di un quattrino. Devi sapere che la ditta che fornisce il materiale al nostro negozio, fra i premi di produzione che mette a disposizione dei dipendenti meritevoli, inserisce regolarmente proprio i modellini delle automobili e io opto sempre per uno di quelli; e siccome sono sempre al primo posto nella classifica aziendale dei premiati, va da sé che di modellini io ne possieda tanti. In sostanza, tutti quelli della collezione, mi sono arrivati gratis dall’azienda”. Mentre diceva ciò, provava un senso profondo e compiuto di soddisfazione, non tanto per essere entrato in possesso di quelle vetture miniaturizzate, quanto perché aveva chiaro tutto il denaro risparmiato per non averle dovute pagare. Il suo godimento era proprio quello: l’idea di possedere un oggetto, un bene, senza aver scucito una lira per diventarne padrone. In quei momenti, come se scattasse un automatismo obbligato e inarrestabile, il suo pensiero correva a quel deposito bancario che era continuamente cresciuto col tempo e che, adesso, era di indubbia consistenza, atteso che sul libretto risultava un totale di circa duecentoquindici milioni di lire!

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Gamminu, da un po’ di tempo a questa parte, iniziava a porsi il problema di cosa fare di quei soldi

– Potrei acquistare titoli di stato. Ma non mi fido. Non mi sentirei sicuro se li mettessi nelle mani della banca per sottoscrivere bot o cct. Per quello, meglio il libretto sul quale si trovano: mi riconoscono un discreto e sicuro interesse, li ritiro quando voglio e, soprattutto, nessuno me li porta via. Potrei anche acquistare un appartamento e cederlo in locazione. E se non mi pagassero il canone? Con i tempi della giustizia in Italia perderei un sacco di soldi e starei anni in lite. Se poi ti capita un locatario con anziani o bambini in famiglia, non lo mandi più via e l’appartamento, a quel punto, l’avrei comprato per consegnarlo ad altri. No! Per il momento li lascio nel mio libretto in banca. Più avanti, se necessario, deciderò altrimenti.

A quel gruzzolo, ci pensava anche la sua vicina di casa, Ricchedda(9), quella che aveva la casa a tre metri di distanza e che, dalla sua veranda, non mancava di salutare l’uomo quando questi usciva sul suo terrazzino per prendere aria o per stendere la biancheria che aveva in precedenza lavato.

– Buongiorno Gamminu, come va oggi?

– Buongiorno Ricchedda, va come al solito. Fra poco esco per andare al lavoro, come tutti i giorni.

– Mi pare che lei faccia una vita proprio monotona. Un uomo come lei, ancora vitale, dovrebbe cercarsi anche qualche distrazione.

Lo capiva bene a quale distrazione alludesse Ricchedda. Gliel’aveva spiegata bene il sedici luglio dell’anno precedente quando, in occasione dell’onomastico dell’uomo, la donna “in onore della beata Vergine del Carmelo a cui sono particolarmente devota” gli aveva voluto offrire un caffè di primo mattino. Mentre la caffettiera era sul fuoco, si era avventurata in un discorso sul significato della vita coniugale e della condivisione di sentimenti e beni fra un uomo e una donna. Era addirittura scesa, pur parlando in termini generici, nel dettaglio “Non sarebbe, ad esempio, utile per entrambi mettere in comune le nostre abitazioni facendone da due una? Ci pensa? Un solo canone TV, una sola utenza elettrica, telefonica e idrica. Insomma un mare di risparmi – aveva insinuato la subdola – e la soddisfazione di poter parlare con qualcuno, condividere gioie e dolori e, visto che vogliamo vivere comodamente la vecchiaia, un sostegno nel periodo in cui inizieranno a mancare le forze”. Gamminu aveva abbozzato un sorriso ma aveva dribblato l’argomento facendole notare che il caffè sembrava pronto ed era necessario spegnere il fuoco del fornello per evitare che la bevanda traboccasse dalla caffettiera. Avevano bevuto il caffè in silenzio, con la donna avvilita ed arrabbiata con sé stessa per essersi spinta, senza alcun successo, in un’inutile profferta, sottintesa ma evidente, che di norma fa un uomo ad una donna e non viceversa.

Uscito da casa di Ricchedda, si avviò al lavoro. Le parole della donna lo avevano quasi divertito “Ma guarda tu. Mancava poco che mi chiedesse la mano. Le donne sono proprio strane: se le cerchi sono capaci di tenerti a distanza col pungolo di un bue; se le eviti, sono loro a pretendere, quasi, che te le debba sposare”. Ma una parte delle considerazioni della spasimante gli erano rimaste in testa tutta la giornata e, quando fu di nuovo a casa, ripeté a sé stesso che un problema rimaneva: quello della solitudine in vecchiaia.

Per distrarsi si recò nella stanza dei modellini e ne prese uno in mano. Era una FIAT 1100 tipo “giardinetta”, dal colore azzurro. Un suo anziano zio, fratello di suo nonno, ne possedeva una del tutto uguale a quella del modello. Con quella macchina, bambino, in un’estate di molti anni fa era andato al mare a Santu Tiadoru d’Oviddé. Ricordava perfettamente i particolari del viaggio, con lo zio al volante e due zie nell’abitacolo in costante e bonario battibecco fra loro. Sorrise malinconicamente al pensiero che tutti quei cari parenti non erano più in vita e guardò con riconoscenza quel modellino che gli consentiva di ricordare una delle giornate più gratificanti della sua fanciullezza.

– La sua schiena è in una condizione molto delicata – disse il medico al termine della visita -. Non posso neanche escludere un peggioramento delle sue condizioni. Potrebbe addirittura verificarsi la necessità di una carrozzina per gli spostamenti.

– Mi spieghi meglio, dottore – chiese molto allarmato Gamminu.

– E’ semplice. Intravedo i sintomi di una decisa degenerazione della sua colonna vertebrale che potrebbe causare l’incapacità a deambulare con le sue gambe. Allora, per muoversi, potrebbe essere necessaria una carrozzina.

Non aveva voluto, il sanitario, dirgli che aveva il sospetto che si stesse avviando verso una condizione di immobilità totale che, nel giro di non si sa quanti anni, l’avrebbe immobilizzato al letto, prima, e spedito all’altro mondo, dopo.

Ma il paziente non era stupido e, soprattutto, era dotato di una sensibilità fuori dal comune. Le parole del medico, la sua postura e la sua mimica facciale mentre le pronunciava, gli avevano fatto intuire che la situazione era molto più grave di come il sanitario l’avesse rappresentata. “So bene che, spesso, per un senso di umana pietà, anche un medico viene spinto a minimizzare la gravità di una patologia”. A lui, inoltre, non sfuggivano i segnali che il suo corpo gli inviava: i dolori più o meno forti alle articolazioni e quel costante formicolio che faceva la spola fra le natiche ed i piedi, non potevano essere segnali privi di peso. Tra l’altro, nonostante l’uso di antinfiammatori e miorilassanti, quei sintomi erano costanti e non sembravano volersi attenuare.

Amina vedeva l’uomo sempre più assente e avrebbe voluto parlargli, chiedergli il motivo di quella condizione, ma le mancava il coraggio di affrontare questioni che riguardavano la sfera intima dell’uomo. Aveva, però, rinforzato le sue premure verso di lui e questi, da subito, l’aveva percepito. Le chiese se, per caso, avesse parlato col medico, se costui le avesse confidato qualcosa che a lui non aveva voluto dire. La ragazza chiarì che, una volta lasciata la sua stanza, il medico era uscito di casa senza proferir parola. Lei, in silenzio, l’aveva solo accompagnato all’uscio. La ragazza, però, volle cogliere quell’occasione che l’uomo le offriva per entrare, finalmente, in questioni fino ad allora escluse dai loro dialoghi

– Ho l’impressione che non sia soddisfatto del suo medico.

– Perché dici ciò? Mi ha sempre curato bene ed è persona seria e corretta.

– Non lo metto in dubbio. Ma il mal di schiena non le passa!

– Vorrà dire che non è possibile farlo passare!

– E se un altro medico lo facesse passare? – chiese con una certa impertinenza la giovane.

– Conosci qualche medico che può garantirmi la guarigione? – controbatté l’anziano in tono di sfida.

– Se mi da il permesso, tento di farla visitare da un altro medico. Deve solo autorizzarmi ad utilizzare il telefono di casa.

– Chi vuoi chiamare?

– Ho saputo che il fratello maggiore di una mia cara amica è medico e lavora nel reparto di neurochirurgia dell’ospedale. Posso chiamare la mia compagna e farmi dare il numero di telefono del fratello.

Amina ottenne l’autorizzazione e chiamò l’amica. Questa le diede il numero di telefono del fratello.

– Pronto? Sono Amina Poriana. Parlo col dottor Giovanni Sameli?

– Amì, tue ses? Ite piaghere a t’intendere poi ‘e tantos annos. Et inue che ses?(10)

– Juà, su piaghere mannu est su meu. Isto in sa ‘idda inue tribaglias tue. Coment’istas tue, como chi ses duttore? (11)

Due giorni dopo, il dottor Sameli era in casa di Gamminu per esaminare le sue condizioni di salute. Il medico era un bel giovane, garbato, educato e dal portamento distinto. Quando Amina gli aprì la porta, non poté fare a meno di notare quanto la ragazza si fosse fatta bella. Lui la ricordava bambina e ragazzina e, a quel tempo, la vedeva solo come una giovanissima compaesana che giocava con sua sorella. Il tempo l’aveva trasformata in una bellissima donna e percepì subito l’affinità con lei; quell’affinità che lega, per sempre, chi è nato in un determinato luogo del quale conserva, nel sangue e nell’anima più profonda, dei tratti peculiari che, evidenti solo a chi li sa riconoscere, sono una sorta di certificato di provenienza degli individui. Parlarono da subito solo in sardo, nel loro sardo, e la lingua fece riemergere nelle loro menti quei ricordi della vita che ognuno di noi ha fissati in una parte remota della propria memoria. Ricordi anche in apparenza banali ma capaci di costituire tappe rilevanti di un percorso di vita. Su sambene non est abba!(12)

– Signor Gamminu, la sua schiena non è nelle migliori condizioni ma se lei è disponibile posso provare a fare in modo che non peggiori e che, dopo un certo lasso di tempo, recuperi una buona funzionalità. In primo luogo dovrà comprare un busto elastico ed indossarlo, per una settimana, per non più di otto ore al giorno. Inoltre, in questa settimana, dovrà fare, ogni giorno, una passeggiata di un’ora. Sarà necessario che cammini a passo veloce e che percorra almeno quattro chilometri. Inizi subito. La settimana prossima tornerò per verificare le sue condizioni.

– La chiamo appena finisco questa prima settimana di attività?

– Mi faccia chiamare da Amina. Così anche io allenerò il mio sardo che, in ospedale, per i motivi più svariati, ho difficoltà a parlare.

Gamminu annuì e capì che, più che per il sardo, l’interesse era per ben altro.

Il giorno dopo, di buon’ora, Gamminu si recò presso il negozio di prodotti ortopedici e acquistò il prescritto busto. Comprò ovviamente quello più economico, ritenendo la spesa di trentacinquemila lire più che sufficiente per sostenere la schiena. Inoltre, il comportamento del commesso non lo invogliò nella scelta: si era trovato di fronte un giovane che lo aveva accolto con atteggiamento distaccato e che aveva compiuto il tipico errore dello zotico: nonostante la notevole differenza di età, gli aveva subito dato del tu, quasi avessero fatto le elementari insieme. Anche per questo era stato spinto a spendere il meno possibile ed a sentenziare che in quel posto non avrebbe messo più piede fin quando quell’irriverente ci avesse lavorato.

Afflitto, prima, per l’esborso del denaro e, poi, per la mancanza di rispetto subita, rientrò a casa e indossò la protesi. Non strinse troppo le chiusure, come suggerivano le istruzioni presenti nella confezione, e si chiese se avrebbe resistito per otto ore con quello strumento di tortura addosso. Entrò in cucina per comunicare le novità ad Amina e la trovò che lavava i piatti e le stoviglie utilizzate per la cena del giorno precedente. La ragazza, al suo ingresso nella stanza, si girò verso di lui e gli sorrise. L’uomo notò qualche cosa di strano o, meglio, di diverso in quel sorriso: negli oltre cinque anni di presenza in della ragazza in casa, era la prima volta che la vedeva sorridere trasmettendo soddisfazione e felicità interiore attraverso quel volto segnato da molta sofferenza, non ultima quella “de su disterru(13). Stava quasi per chiederle se fosse intervenuta una qualche significativa novità nella sua vita ma, per fortuna, la sua sensibilità gli fece capire in tempo e prima di proferire parola che quella novità, lui, avrebbe dovuto percepirla prima.

Il busto faceva effetto. Non l’avrebbe mai detto che una fascia elastica, piazzata all’altezza dell’addome ad avvolgere interamente il tronco, sarebbe riuscita ad attenuare i suoi fastidi e dolori alle gambe che, negli ultimi tempi, l’avevano accompagnato “a die intrea(14). Ma era così. Era una settimana che l’indossava e che faceva la passeggiata di almeno un’ora. Il primo giorno era riuscito a percorrere tre chilometri e mezzo; al settimo era arrivato a più di cinque. Iniziava a pensare che, tutto sommato, il suo corpo poteva ancora resistere agli attacchi dell’età. Era pronto per la visita del medico.

Il giorno dopo, quando il campanello squillò all’ora convenuta, Amina fece un balzo dalla sedia e, prima che il padrone di casa potesse aprire bocca, disse perentoria “vado io”. Si diresse al portoncino, l’aprì e poté accogliere in casa Giovanni. Questi, entrando, mise delicatamente la mano sinistra sulla spalla destra della ragazza e la baciò su entrambe le guance. Amina rimase immobile a incamerare interamente l’affettuoso saluto e tutte, nessuna esclusa, le conseguenti sensazioni. Apprezzò anche il profumo del dopobarba di Giovanni cercando di capire le essenze che lo caratterizzavano: pensò di riconoscerci il mirto e il ginepro.

– Signor Gamminu, sicuramente lei oggi sta meglio della settimana scorsa – disse il medico al paziente che annuiva a titolo di conferma – ma non deve abbassare la guardia. Da domani userà il busto solo quando sentirà l’insorgenza di dolore alla schiena. Deve, invece, continuare con le passeggiate a passo svelto. Camminare è la salvezza dell’uomo. Se lo ricordi. Grazie al movimento, la sua pressione è già ridotta rispetto alla visita precedente. Tornerò fra qualche giorno per un altro controllo e decideremo, in quell’occasione, se sarà il caso di fare esami di laboratorio o radiologici.

– Amina, offri una bibita o un caffè al dottore.

Dopodiché si rivolse al medico

– Mi deve dire quanto devo pagare per le prestazioni da lei sin qui svolte.

Il medico, allungando un braccio in direzione di Gamminu, quasi a fermarlo, gli disse

– Sono qui perché mi ha chiamato Amina. Lei non mi deve nulla perché quello che sto facendo qui è solo il frutto dei rapporti di grande amicizia tra mia sorella e Amina.

– Come posso sdebitarmi, allora?

– Guardi che lei non ha nessun debito con me. Le dico di più: forse sono io in debito con lei!

Da alcuni mesi, Gamminu aveva l’impressione che la sua schiena fosse stata quasi rimessa a nuovo e che, insieme al benessere fisico, crescesse anche quello mentale. Si era quasi meravigliato con sé stesso per aver deciso l’acquisto di un nuovo paio di scarpe da atletica, di quelle ultraleggere con il fondo adatto a prevenire la tallonite. Erano molto costose, ma quando le indossava gli sembrava che le sue gambe avessero più muscoli.

Aveva iniziato a frequentare, per la quotidiana camminata, una stradina che dal paese portava alla chiesetta campestre di Santa Genoveffa: quattro chilometri di pista molto frequentata da compaesani di tutte le età e di entrambi i sessi. Ormai, la percorreva tutta d’un fiato in poco più di un’ora fra l’andata ed il ritorno.

Inoltre, muovendosi su quel percorso, aveva modo di intessere qualche rapporto e sentirsi parte organica, per la prima volta nella sua vita, di una comunità in mezzo alla quale viveva ma rispetto alla quale si era sempre sentito un corpo estraneo. Era per lui una sensazione nuova e sorprendente, atteso che mai prima di allora, si era reso conto che tutte quelle persone che vivevano nel suo paese, che adesso gli passavano ad un metro di distanza, erano tutte come a disposizione per parlare e per condividere una parte del loro tempo anche con lui; proprio con lui che aveva sempre immaginato, nel profondo della sua anima, che, a tutta quella gente, di lui non importasse nulla. Adesso, invece, comprendeva che era esattamente il contrario e che se solo lui lo avesse voluto, avrebbe potuto parlare, giocare, ridere e scherzare con i suoi compaesani. E il merito gli sembrava proprio della sua nuova condizione fisica, che gli consentiva di tenere la schiena più dritta e, di conseguenza, la testa bella alta, con lo sguardo che mirava proprio negli occhi di tutti quegli uomini e quelle donne della cui compagnia si era stupidamente privato in passato. Gli pareva di poter guardare il mondo da una postazione più idonea a farglielo conoscere meglio e, addirittura, a farglielo apprezzare e godere. Avesse potuto riportare le lancette del tempo indietro!

Il movimento e l’attività fisica lo stavano sorprendendo: iniziava a sentirsi meno pesante e, cosa ‘e non crèere(15), come ringiovanito. Tra l’altro, era già da un mese che non si fermava a contemplare la sua raccolta di modelli di autovetture. Si sentiva quasi in colpa per questo, ma il dato di fatto era che una volta in casa veniva preso da altri interessi e quando pure si avvicinava a quelle automobiline in scala si fermava prima di averle a portata di mano e decideva che le avrebbe maneggiate in una successiva occasione. L’ultima settimana, inoltre, aveva passato un quarto d’ora a scambiare due chiacchiere con Ricchedda, la vicina di casa che, dopo quello scambio di parole, aveva pensato bene di farsi aggiustare la chioma da una parrucchiera locale che esercitava nel domicilio delle clienti.

Dopo qualche tentennamento, Giovanni aveva chiesto ad Amina di poterla ospitare in pizzeria, quella posta vicino alla casa parrocchiale e rinomata perché il pizzaiolo, persona serissima, quando finiva la pasta lievitata dal giorno prima, spegneva il forno e faceva lavorare solo il bar dell’esercizio. Amina aveva accettato senza esitazione e, tornata a casa, aveva comunicato a Gamminu che, quella sera, avrebbe cenato fuori. La reazione interiore dell’uomo fu controversa. Da un lato prese atto in maniera quasi burocratica di quanto detto dalla ragazza. Dall’altro, con spirito paterno, si chiese con chi dovesse uscire quella ragazza e se si trattasse di “zente comente si tocat(16).

La pizza fece da mero contorno alla serata. Amina, fin da bambina, aveva visto Giovanni come un dio in terra. Non era solo il fratello della sua amica, che le difendeva dai ragazzini che le importunavano o che impartiva loro ripetizioni di letteratura o di aritmetica; era anche il modello di ragazzo che lei, se avesse potuto, avrebbe costruito per sé con le sue mani. Da quando lo conosceva, provava per Giovanni una sensazione forte di affetto, rinforzata da una certezza: che con lui avrebbe affrontato e vinto ogni difficoltà che gli si fosse parata davanti.

A quel tempo, Giovanni aveva di Amina una percezione quasi ovvia. Lui, ragazzotto abile e sicuro di sé, la vedeva come una bambina e, naturalmente, non poteva provare quelle pulsioni che spingono all’attrazione i due sessi. Le cose, però, adesso erano cambiate. E, si badi bene, il cambiamento non era partito dalla prima visita a casa di Gamminu. No! Esso era stato generato dalla voce della ragazza alla prima telefonata. Si, proprio la voce. Giovanni era rimasto affascinato, anzi, sedotto, da quella voce sicura, di donna fatta, dalle tonalità a lui note, esibita con una musicalità di linguaggio che costituiva, per lui, una sorta di ancestrale calamita che lo risucchiava idealmente dentro la cornetta per trasportarlo alla fonte di quel canto di sirena ammaliatrice al quale lui capiva di non poter resistere. Adesso lì, davanti a quelle pizze, lui era di fronte a quella sorgente e così, oltre i suoni, poteva apprezzare, beandosene, i contorni e i lineamenti di quell’opera d’arte in carne e ossa.

Se Amina non faceva nulla per nascondere l’attrazione che provava per Giovanni, questi era già intento a sognare con lei una lunga e felice unione coniugale sotto lo stesso tetto. Già quella sera, quasi a voler recuperare il tempo perduto e senza eccessivi giri di parole, i due avviavano la loro storia d’amore.

Juà, non b’at àpidu die chi non t’apa pensàdu. T’ammentaìo a càddu a un’ebba in cussu littigheddu chi b’at a cara de sas dòmos nostras. Tòccami su bratzu pro cumprèndere chi non mi lu siet sonniènde.(17)

Amì, cando ap’intèsu sa ‘oghe tua in su telèfono, m’est paffidu de ch’esser pigàdu a chelu. Non mi paret bèru de t’aer incontràda in custa ‘idda.(18)

I due giovani, lasciate le pizze nei piatti e saldato il conto, uscirono dal locale e passeggiarono a lungo, mano nella mano, per il silenzioso viale che collega la casa parrocchiale al municipio.

Passò un altro anno. Gamminu aveva da poco compiuto sessantaquattro anni. La sua schiena si era rinforzata grazie alla podistica ed a certi esercizi fisici che gli aveva prescritto Giovanni. Quest’ultimo era, ormai, fidanzato con Amina e frequentava regolarmente la casa dell’uomo: curava la schiena del padrone di casa e si dissetava alla fonte della ragazza.

In occasione dell’ultimo compleanno, Gamminu aveva invitato a casa Ricchedda per offrirle una bibita e un pasticcino. La donna, al momento dell’invito, era rimasta quasi incredula: “Cosa gli è successo per aprirsi in questo modo ed invitarmi a casa sua?”. Passarono un’ora insieme, nel salotto dell’abitazione, mentre Amina stava in cucina a svolgere le faccende di casa.

In quell’occasione, Ricchedda, con piacevole sorpresa, si sentì rivolgere una proposta dall’uomo:

– Come mi ha fatto notare lei, tempo fa, potrebbe esserci convenienza per entrambi a mettere alcune cose in comune. Ad esempio, fra le nostre due abitazioni c’è una distanza di tre metri, ripartiti in quote uguali dal muro divisorio. Se lei fosse d’accordo, potremmo demolire il muro per aprire un varco dove far passare le auto perché possano accedere ai cortili interni.

– Ma noi non abbiamo automobili – disse d’istinto la donna.

– Oggi non ne abbiamo. Io, però, ho intenzione di comprarne una.

– Ma io non ho in programma l’acquisto di un’automobile. Che vantaggio avrei nell’accettare la sua proposta?

– Molto semplice – rispose l’uomo ammiccante -. Quando fosse necessario, potrei accompagnarla, dove le aggrada, con la mia macchina!

La donna, intravide nell’offerta i tratti di quel progetto che lei covava da anni. Ma non volle essere precipitosa, visti anche i precedenti, e, così, pur non dicendosi contraria, si prese tempo per decidere in merito.

Ricchedda si chiese come fosse potuto accadere che, dopo una vita di risparmi e privazioni, passata solo a conservare denaro, quell’uomo avesse deciso di sostenere spese imponenti per acquistare un’automobile e per demolire quel muro in granito. Chissà cosa gli era successo di così stravolgente da fargli assumere, almeno in quel frangente, un atteggiamento del tutto inconferente al suo stile di vita, che lo avrebbe portato a spendere tanto denaro proprio all’avvio della sua stagione ultima. Forse l’uomo stava cambiando. “Poteva iniziarlo prima, questo cambiamento”, pensò nel suo intimo la donna.

In effetti, Gamminu aveva subito un cambiamento interiore imponente. Si era ormai convinto che le sue certezze, in merito alle restrizioni sistematiche che si era imposto, erano state sconfessate da tutto ciò che gli era accaduto dopo l’ingresso di Giovanni nella vita di Amina. Soprattutto, non sentiva più come doverose e giuste quelle regole maniacali che lo avevano portato a accumulare denaro e beni trascurando la vita. Ormai, con certezza sempre maggiore, diceva a sé stesso che doveva pur esistere, fra gli estremi della dissipazione folle e del risparmio patologico, una via mediana che consentisse, in parallelo, di godere la vita e di mantenere una provvista di beni e denaro idonea a garantire un’esistenza affrancata dalle difficoltà economiche.

Dirimente fu la chiacchierata che fece con don Sebastiano, il parroco, il quale gli chiarì i contorni del suo problema esistenziale e gli indicò, in maniera precisa e convincente, il percorso di vita più adatto a lui. Anzitutto gli spiegò la differenza fra avarizia ed avidità, vocaboli che Gamminu riteneva sinonimi, chiarendogli, in maniera molto efficace, che l’avido ha come obbiettivo inderogabile quello di incrementare la sua ricchezza mentre l’avaro punta alla difesa ed alla conservazione patologica di ciò che già possiede. “Vedi, Gamminu caro, tu indossi l’abito dell’avido quando punti, con uno slancio degno di miglior causa, a rimpinguare costantemente il tuo libretto bancario. Cambi abito per indossare quello dell’avaro quando, una volta fissata la somma di quel libretto, la vedi come un totem intoccabile, quasi una divinità che non debba essere scalfita per nessuna ragione”. Gli ricordò che mentre l’avarizia è uno dei sette peccati capitali, l’avidità è fuori dal novero di quelli anche se, come poc’anzi dimostratogli, c’è sempre un’interconnessione stretta fra i due peccati.

Con suo sconforto, Gamminu apprese anche che l’avaro non è vizioso in quanto mostra interesse per il denaro e i beni in genere, ma perché a tutto ciò egli assegna un esagerato valore simbolico. E anche sul concetto di spreco, il religioso volle chiarire che non tutto ciò che si spende è da considerarsi spreco, anche quando sembra che la misura della spesa sia esagerata. Ricordò, a tal proposito, il passo di Matteo in cui una donna ruppe un vasetto di alabastro per accedere all’olio con cui ungere Nostro Signore. Fu proprio Gesù Cristo a difenderla dall’accusa di aver sprecato l’olio. “Senza entrare in ragionamenti troppo complicati – enunciò il prelato – anche ciò che sembra sprecato, a volte e, quindi, non sempre, può costituire un atto di benevolenza. In buona sostanza, dobbiamo sempre sforzarci di trovare la giusta misura in tutte le cose, anche in omaggio al principio che, per noi credenti, è proprio Dio la misura di tutte le cose”.

Quella chiacchierata, fatta nel silenzio della canonica, fu per l’anima di Gamminu come una scossa di terremoto. Non l’aveva abbattuta, l’aveva riconformata, rimessa a nuovo secondo una forma diversa rispetto alla precedente e lui capiva che ad una nuova forma dell’anima sarebbe conseguito un nuovo modo di funzionare di essa. Era come se la sua anima avesse concluso una prima stagione di vita per accedere ad una nuova. Capì che avrebbe cambiato vita.

Per Ferragosto, aveva invitato al ristorante Amina e Giovanni e, con molto calore, aveva esteso l’invito anche a Ricchedda con la quale, da un po’ di tempo aveva abbandonato il “lei” per passare al “tu”.

La donna, diverso tempo prima, aveva dato il suo benestare per la demolizione del muro divisorio e per l’apertura del passo carraio. Su quest’ultimo, da alcune settimane, aveva iniziato a transitare la FIAT Tipo che Gamminu aveva acquistato. Motore a benzina di 1.440 c.c., quattro porte e sedili in similpelle. Era stato un vero affare: grazie alle conoscenze di cui godeva ancora nel settore, era riuscito a comprare una vettura aziendale con meno di mille chilometri ad un prezzo enormemente più basso di quello di listino.

Inoltre, visto che avevano dovuto chiamare un ruspista per la demolizione del muro, avevano fatto eseguire un perfetto livellamento dei cortili delle due case cosicché, adesso, entrambe le abitazioni godevano di un’immensa ed unica corte dove, i due, avevano in animo di mettere a dimora numerose piante da frutto e impiantare un piccolo orto per garantirsi la provvista di ortaggi.

Per il pranzo dell’Assunta, aveva prenotato un tavolo presso un bel ristorante posto in una caletta, chiamata “Spinosa”, di un comune sardo che guarda la Corsica, dove, grazie alla lungimiranza ed al coraggio di due fratelli amanti della Gallura e della Sardegna, una sorta di immondezzaio era stato trasformato in un’oasi di bellezza e di serenità a disposizione dei turisti e degli abitanti della zona.

Si recarono a cala Spinosa a metà mattinata. Vennero accolti da Gianni, uno dei titolari, che gli indicò la sistemazione per il pranzo e li invitò a consumare un aperitivo al bar. Giovanni ed Amina declinarono l’invito e preferirono fare subito il bagno in quel mare cristallino mentre Ricchedda e Gamminu accettarono l’invito.

– Complimenti signor Gianni – disse Gamminu – Lei qui ha realizzato una cosa meravigliosa.

– La ringrazio. Ho di sicuro fatto tanto ma, mi creda, questa mia creatura è fonte di tante soddisfazioni e di altrettanti dispiaceri. Quando ho avviato i lavori, qui non veniva nessuno. Era una specie di discarica a cielo aperto dove in tanti, da terra e da mare, si sentivano in diritto di insozzare la nostra natura. Ho pulito tutto, ho costruito quello che vede e tengo tutto pulito. Do servizi di qualità e, se me lo consente, forse regalo anche un poco di felicità a chi viene qui. Ma, come a volte accade in questa nostra sfortunata terra, c’è chi non è contento dei miei successi.

Gamminu percepì la grande amarezza dell’uomo e non tardò a legare questa a quella sorta di veleno che in Sardegna ammorba l’aria e spegne gli entusiasmi dei migliori: l’invidia, pianta dannosa e velenosa, che infesta gli animi degli uomini di minor pregio, di quella minoranza che sul corpo sociale della patria dei sardi ha lo stesso effetto di quel pugno di frutticini di alloro che una mano malevola mischia ad una tonnellata di buone olive per renderne l’olio inutilizzabile!

Gamminu e Ricchedda presero posto al tavolo loro assegnato. Il sole di quel Ferragosto brillava nel cielo azzurro e sgombro di nuvole. Il vento, in quella zona sempre allegro, era come d’incanto scomparso.

– Ricché, ho pensato e ripensato a quello che un giorno mi dicesti a casa tua in occasione della ricorrenza della beata Vergine del Carmelo. Oggi mi sento di doverti dare pienamente ragione. Se tu fossi ancora d’accordo, le due case le potremmo anche unire.

– Ma io – balbettò incredula la donna – volevo solo fare un esempio…

– Bene. Prendiamolo pure come esempio. Io, però, su quell’esempio ho ragionato a lungo e mi sono convinto della tua tesi. Ho riflettuto molto anche su di me, sulla mia vita passata e su quella che mi resta da vivere, su ciò che ho fatto e su quanto ho lasciato che mi passasse vicino senza coglierlo o, almeno, conoscerlo. Ad esempio, se mi guardo indietro, riesco solo a vedere lavoro, un libretto bancario e una distesa di modellini d’auto. Può essere questa la sintesi di una vita spesa bene? Mentre se leggo l’ultimo periodo della mia vita, noto che la speranza nella vita continua. Vedo Giovanni e  Amina che si amano e giocano spensierati nell’acqua come stanno facendo adesso. Scorgo quel caffè che mi hai voluto offrire a casa tua: anche se non era come piace a me, col tempo sento il suo sapore sempre più forte e capisco la lezione di vita che mi hai dato nel farmi capire, pure in ritardo, che non c’è stagione della vita che non meriti di essere vissuta compiutamente.

– Non è che il sole di Ferragosto ti sta facendo dire cose che non pensi?

Gamminu non rispose e guardò la donna con intensità e con uno sguardo che lasciava intendere tutta la sua sicurezza. Ribatté con una domanda

– Vorresti diventare mia moglie?

La donna, udendo quelle parole, sentì gli occhi velarsi di lacrime e con voce quasi soffocata dal pianto che montava, rispose

– Siii. Era da anni che lo volevo!

e le lacrime e il pianto si esibirono in tutta la loro imponenza sul viso di Ricchedda.

I due si alzarono in piedi e, incuranti degli altri ospiti, si abbracciarono e si baciarono mentre il sole di Ferragosto sorrideva contento.

©Antonio Appeddu 2018

Note

  1. Diminutivo di Salvatorica.
  2. Amina, sei tu? Che piacere sentirti dopo tanti anni. Dove ti trovi?
  3. Giovanni, il piacere grande è il mio. Vivo nel paese dove stai lavorando. Come stai, adesso che sei diventato medico?
  4. Il sangue non è acqua.
  5. Dell’emigrazione dal proprio paese.
  6. Durante tutta la giornata.
  7. Cosa da non credere.
  8. Gente come si deve (nel senso di gente perbene).

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