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Il Lido del Sole ai tempi del twist

Inaugurato nel 1958, il Lido del Sole fu l’idea vincente di una nota e potente famiglia romana di imprenditori: uno stabilimento balneare attrezzato in tutto e per tutto come non si era mai visto e che attirava folle richiamate da eventi di grande portata

Bromofoto di proprietà Mario Spanu Babay
iRiparo Olbia dieffe 1400 domenico castaldo

Olbia, 30 agosto 2020 –Ajò! Intreti, intreti, intreti!” Così “zio” Pietrino Rasenti, proprietario e conducente dell’autobus, esortava la folla di passeggeri accalcati presso il capolinea del Lido del Sole in attesa dell’ultima corsa per Olbia. I posti a sedere erano cinquanta, ma bastava pagare le 150 lire del biglietto e lui ne infilava dentro almeno il doppio. Era un problema matematico: nella piena stagione lui faceva affari d’oro correndo avanti e indietro anche dieci volte al giorno, e tutta quella gente riversata al Lido per uno degli innumerevoli eventi, spettacoli, balli ecc., voleva trattenersi là il più che poteva. Ma per forza di cose, a una certa ora, ossia verso le 22,30 – 23, le corse terminavano. Si possono immaginare le conseguenze. E anche in quali condizioni stavano i fortunati che riuscivano a montare su: pressati come sardine a dir poco. Ma che dico? Come una balla di sughero!”

Cerco di figurarmi la scena, e mi sovvengono certe foto di autobus indiani, straripanti di persone che si aggrappano in ogni dove. A raccontarci il divertente aneddoto è Mario Spanu, a tutti noto come “Babay”. Classe 1943, memoria di acciaio e autore di un ricco volume sulla storia di Golfo Aranci, Mario Babay da adolescente su quell’autobus troppe volte ci salì.

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Anche io vanto qualche minimo ricordo personale di quei brevi viaggi, sebbene risalente ad un’età anch’essa minima, in cui l’unica cosa grande era per me la difficoltà a salire gli enormi gradini dell’autobus in oggetto. Nondimeno l’entusiasmo e le mani che aiutavano nella scalata supplivano alle dimensioni minime delle mie gambe.

Alle nove del mattino, minuto più minuto meno, preceduto da uno strepitoso colpo di clacson bitonale, l’autobus di “zio” Pietrino faceva trionfale ingresso in Piazza Matteotti, allora utilizzata come semplice parcheggio auto. Di colore verde militare stinto dal troppo sole, aveva due fanali anteriori tondi tondi che ammiccavano attoniti e tra questi un enorme radiatore sorrideva simpatico a trentasei denti. Mi preoccupava tuttavia quella sua coda lunga, smisuratamente lunga, che un giorno o l’altro –secondo la stravagante teoria di un cugino troppo precocemente appassionatosi di ingegneria meccanica – a causa di un carico sbilanciato si sarebbe paurosamente abbassata facendo fulcro sulle ruote posteriori. L’estremità opposta si sarebbe allora impennata e zio Pietrino e tutti noi dei primi posti saremmo finiti sospesi in aria impotenti a guardare sotto, come quando sull’altalena basculante dell’asilo stava dall’altra parte uno che pesava il doppio di te. E la coda dell’autobus, stridendo e sfregando sul suolo, avrebbe prodotto un tale inferno di scintille da arrostire vivi, in pochi attimi e tra urla strazianti, i malcapitati là seduti. Come puntualizza Mario Spanu Babay, trattavasi di un glorioso autobus 682 RN, ottenuto dalla FIAT riadattando lo storico ed omonimo camion in un mezzo da trasporto per esseri umani (la “R” acronimica verrà aggiunta ad indicare “ribassato”). L’idea funzionò alla grande e la fabbrica torinese piazzò il 682 RN un po’ ovunque, anche all’estero, dove divenne particolarmente apprezzato in non pochi paesi del blocco sovietico.

Un FIAT 682 RN come quello di Pietrino Rasenti che ogni giorno faceva la spola tra Olbia e il Lido del Sole

Tra noi che salivamo e il guidatore si frapponeva l’ingombrante parallelepipedo contenente il poderoso sei cilindri, che nella sosta borbottava con voce baritonale, irradiando un forte calore tutt’altro che gradito al povero conducente. Tra lazzi e schiamazzi, sgambetti e spintoni dei “grandi” (semplici preadolescenti) che si disputavano gli ultimi sedili sbilanciando la temibile coda, l’ultimo colpo di clacson richiamava i soliti e trafelati ritardatari. Mentre tra me e me ragionavo seriamente intorno ai possibili tempi di combustione degli scalmanati che laggiù in fondo ridevano e cantavano a squarciagola, finalmente si partiva. E con la partenza aveva inizio il divertimento: dalle irriferibili imprecazioni del passante di via Regina Elena che si era beccato uno sfottò a bruciapelo dal finestrino, alle generali smorfie di disgusto per i miasmi ammorbanti dell’urbana Cloaca maxima a cielo aperto, appellata sulle carte col poetico nome di Rio S’Eligheddu. Dovevamo inalarli senza scampo durante il superamento del Ponte di Ferro, stretto al punto tale da far fermare le auto procedenti in senso opposto per cederci il transito. Usciti dall’abitato – ed era presto fatto nella Olbia primi anni Sessanta – si oltrepassava il dosso di Poltu Cuadu e i divertimenti lasciavano posto alle emozioni. All’orizzonte appariva il muso di Capo Ceraso abbracciato prospetticamente dalla divina Tavolara, annunciando ambedue le prossime gioie del mare nel radioso controluce. Giunti al curvone della prima cantoniera sull’Orientale sarda, io e Guido Baffigo scattavamo in piedi come molle. Sulla sinistra, verso la foce del fiume, all’interno di una fossa contornata da vegetazione e ricolma d’acqua melmosa e scura, quasi quotidianamente si rotolavano beati una decina di enormi maiali semi-selvaggi, le cui schiene rese nere dal fango rilucevano al sole come gli ippopotami dei documentari della Walt Disney. Riuscire a scorgerli era una festa.
Poi finalmente il bivio ed il tratto finale di strada, fiancheggiato inizialmente da ordinati ed estesi oliveti ed aranceti, presto seguiti da alti ed ombrosi eucalipti che dopo poche centinaia di metri cedevano campo al fiabesco fogliame azzurrognolo delle tamerici. Ma ecco che presto lo spazio si allargava come solo può aprirsi nello stupore il cuore di un fanciullo di quattro anni. Il sole diventava più sfolgorante e la carreggiata andava restringendosi in un esiguo nastro d’asfalto, rubando agli stagni del Padrongianos il minimo sufficiente per far incedere con flemma regale il pullman verde sbiadito. Zio Pietrino il nocchiero, che ora stava al timone, aveva pronunciato in segreto un abracadabra e lo aveva trasformato in un vascello da sogno, che beccheggiava lento, sospeso sulle placide acque del delta fluviale. Qua e là indicavamo a gara garzette paradisiache che pascolavano indisturbate fra la porpora delle carnose salicornie e i ciuffi dei giunchi in fiore. Un intenso aroma di salsedine assaliva con violenza le nostre narici attraverso i finestrini repentinamente abbassati, e l’olfatto portava al culmine la frenesia per l’imminente sbarco.
Riprovai simile, eccitata impazienza solo molti anni dopo, nell’occitana Camargue, mentre, diretto a Saintes Maries de la Mer, superavo l’incanto degli ultimi étang del grandioso delta del Rodano, prima che questo sfoci nel Mediterraneo.

Manifesto che pubblicizza il Lido del Sole del 1960. Foto originale in bianco e nero rielaborata da Gian Stefano Ricci

Il Lido del Sole era rivoluzionario perché introduceva un modello perfettamente organizzato e collaudato di industria balneare mai visto prima dalle nostre parti, e ciò spiega l’entusiasmo con cui fu accolto. Non esito a definirlo un fatto storico per il nostro territorio. Una spiaggia fino ad allora poco frequentata, e nemmeno particolarmente bella secondo gli standard della Sardegna, divenne elegante e funzionale punto di riferimento non solo per chi voleva salutisticamente prendere il sole e fare i bagni in mare, ma anche per l’intensa vita sociale che vi si svolgeva, legata ai tantissimi eventi culturali e musicali proposti a cadenza pressoché giornaliera. Si mangiava in un ottimo ristorante sul mare, si consumava stando seduti al bar, si ballava, si ascoltava musica, si conoscevano ragazze, e se le avevi conosciute altrove era d’obbligo portarle al Lido del Sole”.
Così esordisce il Dott. Gian Giacomo Lupacciolu, classe 1940, che proprio al Lido del Sole ha comprato casa e risiede a poche decine di metri dalla spiaggia.

Il Lido del Sole in una cartolina viaggiata all’agosto del 1968 (proprietà dell’autore)

Affidiamoci per comodità alla descrizione oggettiva che di questo “fatto storico” faceva nel 1962 il maestro e giornalista Franco Porcu nel noto libro “Gallura” curato da A. Murineddu ed edito dalla gloriosa editrice Fossataro: “In località Padrongianus, nei due archi laterali della penisoletta di Caprile, ad appena 6 km da Olbia, nel 1960 (sic) è sorto il Lido del Sole, grandiosa opera turistico-balneare realizzata a tempo di record dalla famiglia Marzano di Roma per iniziativa dell’amministratore Paolo Sensini. Il Lido del Sole dispone di 130 cabine fisse, di un bar, di un ristorante, uffici direzionali, servizi igienici, docce di acqua dolce, una grande piscina per bambini, campi da gioco, tiro al piattello, grandiosa pista da ballo in riva al mare e un autoparco. In soli due anni di vita il Lido del Sole di Olbia è salito alla ribalta della notorietà mondiale per le manifestazioni d’alto livello, culturali e mondane che vi si sono svolte, quali l’annuale Rassegna internazionale del film d’amatore, l’elezione di “Miss Sardegna 1961” ed una mostra estemporanea nazionale di pittura, organizzate, rispettivamente, dal Cine Club locale in collaborazione diretta con la direzione della rivista “L’Altro Cinema” di Milano, dalla direzione del Lido del Sole e, l’ultima, dall’Associazione turistica sotto il patronato dei Comuni di Olbia e dell’Assessorato regionale alla Rinascita (direzione e sovrintendenza tecnica ed artistica dei pittori Giovanni Sircana, Alberto Sanna  dell’amatore collezionista Francesco Piredda di Firenze)”.

Cartolina con veduta aerea della zona costiera di Cabrile, poi ribattezzata Lido del Sole, nel momento di massimo lustro (fotografia pubblicata da Antonello Abeltino nel gruppo Facebook “Olbia, ieri, oggi e…domani“. Sulla destra l’Hotel Caprile con la piscina

L’impianto venne inaugurato nel 1958” puntualizza tuttavia dott. Giulio Careddu, già sindaco di Olbia negli anni 1994-1995 “e la sala quel giorno era gremitissima oltre ogni immaginazione. Per promuovere lo stabilimento balneare, poco tempo prima era stato pubblicamente illustrato il plastico del progetto urbanistico alla popolazione olbiese, presso il negozio di Tullio Da Tome di Corso Umberto, suscitando il generale entusiasmo. La novità attirava molta gente anche dagli altri territori. Pure da Sassari correvano a frotte per partecipare alle serate del Lido del Sole e pernottavano in zona. D’altronde vi si esibivano gli artisti più in voga del momento, quali Edoardo Vianello, cantante in gran voga in quegli anni per canzoni quali “Abbronzatissima(arrangiata nientemeno che da un certo Ennio Morricone n. d. r.) e “I Watussi”. Che dire? Per noi di quella generazione, abituati alle più modeste serate dello Chalet (che stava nei “Giardinetti” pubblici, davanti all’Isola Peddona dove poi venne costruito il Museo Archeologico n. d. r.) gli eventi organizzati al Lido fecero epoca”.
 
L’importante opera di urbanizzazione interessava i terreni della nota famiglia romana, che già al Padrongianos possedeva un’enorme azienda agricola, tenuta come un giardino, dove vivevano fisse tre famiglie” prosegue ancora Giangiacomo Lupacciolu. “Grande merito nell’organizzazione e gestione era dell’ avv. Paolo Sensini, amministratore della società immobiliare facente capo ai Marzano. Nella stessa tenuta era stato costruito anche lo stabilimento della S.I.A.S. (acronimo di Società per l’industria dell’arredamento in Sardegna, che produceva ogni tipo di arredamento in legno e metallo, ed era diretta sempre da Sensini, coadiuvato dal factotum Elio Fallani. La fabbrica nacque con grandi ambizioni. n. d. r.)”.

Il Lido del Sole in una splendida foto degli Anni Sessanta (proprietà Mario Spanu Babay)


L’avv. Paolo Sensini –lo ricordiamo ai più giovani – era stato il primo sindaco di Olbia del dopoguerra nel biennio 1944-46, non per elezione, ma nominato dal prefetto. E questo la dice lunga su chi comandava a Olbia in quei difficili anni di transizione e di rinate speranze dopo il tremendo conflitto mondiale.

Fu lui a creare da sindaco il lungomare di Piazza Crispi, dove in tempi remoti c’era una palude, e vi fece piantare i pini marittimi” ci informa l’arch. Sergio Buscarini, che ricorda benissimo quegli anni spensierati e le corse sul pullman di Pietrino Rasenti. “Anche qui al Lido del Sole aveva fatto piantare filari di pini romani oltre agli eucalipti” aggiunge Giangiacomo Lupacciolusul modello di Fregene. Alberi che però abbiamo deciso di sostituire con gli oleandri, perché i pini sporcavano troppo“.
Chiediamo sempre a Giangiacomo Lupacciolu se ha dei ricordi diretti dell’avv. Sensini. “Certamente. Era un uomo tarchiato, che portava grandi occhiali ed indossava perennemente abiti scuri anche d’estate. Molto schivo, nient’affatto amante della vita sociale, era un grande lavoratore. Mio padre, che era suo amico, andava a trovarlo di frequente nella tenuta del Padrongianos, portandomi dietro con sé. Io ero ancora piccolo, ma ricordo come ieri la sua Ford americana di color nero”.
Qualcosa di chiaro però lo indossava a giudicare dalle foto reperite: un candido panama che non toglieva neppure alle premiazioni serali nel “suo” Lido del Sole. Così almeno risulta dalla foto seguente, scattata nella serata di premiazione della 1a Mostra estemporanea di pittura, in cui appaiono i giovani Antonetto Lupacciolu (fratello dell’intervistato) e Francesco Asara, futuri sindaci di Olbia rispettivamente nei periodi 1964-1966 e 1966-1968.

Lido del Sole, anno 1961. Serata di premiazione della 1a Mostra estemporanea di pittura, vinta dal pittore nuorese Antonio Ruiu. Si riconoscono da sinistra: l’avv. Paolo Sensini, con il panama bianco e l’abito scuro; il famosissimo pittore Pietro Annigoni, membro della giuria; Francesco Asara; il sindaco di Olbia Saverio De Michele. Dietro in piedi, con abito scuro ed occhiali, il giovanissimo Antonetto Lupacciolu. La foto è stata tratta dal volume “Da Terranova ad Olbia. Storia, memoria e mutazione di un ambiente urbano tra ‘800 e ‘900, (Marco Navone e Marisa Porcu Gaias curr.), Nuoro 1990 (edizioni Ilisso), n. 48.

Io ed altri giovani, quali mio fratello e appunto Francesco Asara, svolgevamo il ruolo di collaboratori volontari nell’organizzazione ed assistenza della Mostra estemporanea di pittura, la cui prima edizione si tenne nel 1961. (Vi parteciparono ben 130 pittori, molti di altissimo livello, e fra i membri della giuria c’era gente come Pietro Annigoni, Stanis Dessy e il critico d’arte Michele Campana n. d. r.). Che spettacolo vedere questi grandi artisti che si sedevano ovunque con il loro cavalletto, nelle strade della città, sulle spiagge, nei luoghi più impensati, alla ricerca dei soggetti più disparati da ritrarre. Fra i nostri compiti c’era anche quello di far loro da accompagnatori un po’ ovunque. Per due settimane Olbia stava al centro delle cronache, considerato che la mostra venne giudicata dagli addetti ai lavori la più importante d’Italia. E le serate si concludevano in bellezza sempre al solito Lido del Sole”.

Lido del Sole, agosto 1961. Un folto ed elegante pubblico assiste all’elezione di Miss Sardegna 1961. In primo piano, seduti al tavolino i fratelli Giacomo Deiana e Marisa Deiana in Baffigo con a fianco Anna Carciofi, moglie del primo. Nell’occasione venne eletta vincitrice la bellissima Tonina Fanti (fotografia di proprietà Eredi Baffigo)
Foto di gruppo al Lido del Sole nei primi anni Sessanta (foto di proprietà Eredi Baffigo)

La fortuna del Lido crebbe all’improvviso tra la fine degli anni Cinquanta ed i primi anni Sessanta, diventando un riferimento regionale che ospitava “tutte le manifestazioni canore, vari concorsi di bellezza e le serate di ballo meglio riuscite in quegli anni. Nell’estate del 1959, al Lido del Sole, una domenica pomeriggio organizzarono, per i bambini, il gioco del “Musichiere”, una fortunata trasmissione condotta dall’impareggiabile Mario Riva. Era un giuoco musicale a quiz: i concorrenti, seduti su una sedia, dovevano ascoltare l’attacco di un brano musicale e, una volta riconosciuto, precipitaarsi a suonare una campanella a dieci metri di distanza per avere diritto a dare la propria risposta. Partecipai a quell’edizione e vinsi il primo premio”. Chi scrive è Fabio Fiorentino, ex batterista del famoso gruppo dei Colours, in cui figurarono anche Marino De Rosas, Gianni Villa, Tony Derosas, Tony Marino, Franco Secchi, e che nel suo libro “Olbia Live. Musica on the road”, edito nel 2014 da Taphros, descrive il fermento di quegli anni, le “colonne sonore” che accompagnavano la vita olbiese degli anni della Rinascita e del boom economico, e le numerose band qui nate spontaneamente, che riproducevano i brani dei Beatles e dei Beach Boys, solo per citarne due. Al Lido del Sole, leggiamo ancora“…si esibivano tutti i giovani cantanti sardi, ma anche divi famosi di allora come Claudio Villa, Gimmy Fontana, Wilma Goych, Nico Fidenco ed altri”. E poi: “Ricordo che appena si finiva il bagno ci radunavamo davanti al juke box e, con cento lire, ascoltavamo tre brani. Al suono di quella musica imparavamo i passi dei balli allora in voga, soprattutto il twist: furoreggiavano tra gli altri brani, “A Saint Tropez” di Peppino di Capri e “Speedy Gonzales” nella versione di Pat Boone”.

Momenti indicabili per chi vi partecipava. Io ero troppo piccolo per non vergognarmi a ballare il twist sulla pista rotonda del Lido del Sole; ma canzoni immortali come “Diana” di Paul Anka, “Guarda come dondolodel già citato Edoardo Vianello, e “Stessa spiaggia, stesso mare” di Piero Focaccia sono indelebilmente legate a quel bar con la rotonda, dove mi portavano a prendere un gelato Moretti negli “anni del sorpasso”.

Giovani americani intorno a un juke box negli anni Sessanta. Importata dagli USA, la moda del juke box e del twist esplose in Italia tra la fine degli Anni Cinquanta e gli Anni Sessanta
La copertina del 45 giri di “Abbronzatissima” cantata da Edoardo Vianello, che spopolò nell’estate 1963. L’arrangiamento era di Ennio Morricone.

Per noi il juke box fu una scoperta epocale” ricorda Mario Spanu Babay. “Con gli amici andavamo al bar del Lido a comprarci il ghiacciolo dopo il bagno, ed inevitabilmente litigavamo per scegliere i 45 giri che più ci piacevano. Eravamo adolescenti, e ridevamo come matti a vedere i continentali in bermuda o pantaloncini corti. Per noi era assurdo che un adulto non portasse i calzoni lunghi, anche d’estate. Non sempre però c’erano i soldi per pagare l’ingresso alla stazione balneare. Allora, una volta scesi dal pullman, ci avviavamo all’altra spiaggia del Cabrile, di fronte al faro dell’isola Bocca, subito ribattezzata come “Spiaggia dei Poveri“. Posizione incantevole, ma con un brutto fondale limaccioso dovuto alla retrostante foce del fiume Padrongianos. Così anche questa spiaggia dove non si pagava l’ingresso finì per affollarsi, e pertanto Sensini e Marzano pensarono bene di costruirvi in fretta e furia un chiosco in muratura. Ricordo che le bibite da vendere venivano tenute dentro bagnarole metalliche piene di ghiaccio”.

La spiaggia di Crabile, ribattezzata “Spiaggia dei poveri” negli anni Sessanta. A sinistra l’Hotel Caprile e sulla destra il chiosco per le bibite fatto costruire dai Marzano in quegli anni (foto dell’autore dell’articolo)


All’estremità sud di questa spiaggia, poco prima della metà degli anni Sessanta, nacque il bellissimo Hotel Caprile (nome che riprendeva, italianizzandolo, il toponimo storico dell’area, Crabile), previsto nel progetto di urbanizzazione. Aperto in tutte le stagioni, subito divenne punto di riferimento per agenti di commercio, squadre di calcio ospiti nonché, vista l’ubicazione così appartata, anche per coppie di amanti clandestini. Ora del prestigioso hotel restano poco più che dei tristi ruderi degradati, con l’enorme piscina che va riempendosi di tutto meno che di acqua (per curiosità si consulti il ricco album di foto del sito web Sardegna abbandonata, che documenta le deplorevoli condizioni in cui giace oggi ciò che fu il prestigioso albergo).

Diversa prospettiva della spiaggia del Lido del Sole negli anni Sessanta. Cartolina pubblicata da Antonio Deiana sul gruppo Facebook “Olbia, ieri, oggi e…domani“.

Ci sono tornato per caso dopo trent’anni” ci confessa Paolo Priarone, classe 1953, noto ottico di Piazza Regina Margherita “e rivedendo il posto così ridotto mi scappava da piangere. Là i miei genitori prenotavano la cabina di legno per i tre mesi estivi. Andavamo a fare i tuffi al molo dove stazionava lo yacht dei Marzano, e anche la rotonda sul mare, la piscina dei più piccoli là vicino e tutto il resto li ricordo in ogni dettaglio. In fondo sulla destra c’era il campeggio YMCA, che era un mondo a parte, recintato, con giovani di entrambi i sessi che stavano dentro tende chiare. Immaginavamo chissà cosa e la curiosità era tanta. Per vedere più da vicino chi ci stava dentro fingevamo di fare pesca subacquea negli scogli là davanti, e cercavamo di spiare qualcosa…”.

Il bar del Lido del Sole ai tempi d’oro e l’adiacente piscina dei bambini. Fotografia pubblicata da Antonello Abeltino sul gruppo Facebook “Olbia, ieri, oggi e…domani“.
La piscina dei bambini com’è oggi, trasformata in una cisterna finita anch’essa abbandonata (foto dell’autore dell’articolo)

Al campeggio internazionale  YMCA abbiamo già dedicato questo articolo di Olbiachefu, e dunque non si tornerà sull’argomento.

Prima che nascesse il Lido del Sole prendevamo i pullman della SCIA per la spiaggia delle Saline, di poco più lontana” racconta Lucia Lupacciolu, che per anni tenne la mai dimenticata libreria Sapigraphika, “poi il Lido del Sole non ebbe rivali. Anche io prendevo a nolo la cabina in legno. Ricordo che le tavole delle pareti non combaciavano perfettamente, e dalle fessure dei ragazzini cercavano di sbirciare noi ragazze che ci cambiavamo il costume. Fummo costrette a ricorrere a Lella Balzano, quella delle edizioni, la quale ci regalò dei vecchi manifesti avanzati. Ce n’erano tantissimi in avanzo, con tutti gli eventi che venivano organizzati. Grazie a quelli tappezzammo le pareti interne della cabina, togliendo ai furbi monelli lo spettacolo proibito”.
Ce ne sarebbero tantissimi altri, di aneddoti da raccontare, e di ogni genere, ma questo è un articolo, non un libro, e ci scusiamo se, per motivi di spazio, diverse persone da noi interpellate non sono state qui menzionate.

Marisa Deiana in Baffigo al Lido del Sole nei primi anni Sessanta (foto Eredi Baffigo)
Lido del Sole. Il presentatore Oreste Chiesa premia la “Studentessa ideale” del 1969. Di lì a pochi anni lo stabilimento finirà abbandonato. Foto tratta dal libro: FABIO FIORENTINO, Olbia Live. Musica on the road, Olbia 2014, Editrice Taphros, p. 57


Gli splendori del Lido del Sole non durarono troppi anni. Se l’idea imprenditoriale fu centratissima per gli anni in cui nacque, come ogni cosa non era destinata a durare per sempre, e per di più in una società e in una Gallura che stavano cambiando velocemente e radicalmente, anche a causa della nascita quasi coeva della Costa Smeralda. Già nei primi anni Settanta il luogo era pressoché abbandonato. Le cabine guardavano malinconiche il mare con le porte in legno definitivamente chiuse e dalla piscina non si levavano più le grida gioiose dei piccoli. Varie le cause. Una di queste, forse la principale, fu l’apertura della nuova strada per Pittulongu, fatta intorno alla metà degli anni Sessanta. A fronte dei fondali luminosi e limpidissimi e della sabbia fine ed immacolata delle spiagge di Pittulongu, accessibili peraltro senza dovere pagare l’ingresso, l’acqua un po’ torbida “alla Viareggio” e il fondale che troppo presto precipitava giù del Lido del Sole non ressero alla concorrenza. E per di più a parità di chilometri di distanza dalla città, che dava i primi segnali di incontrollata esplosione economica e demografica. Sorsero sulla spiaggia ribattezzata Lo Squalo lo scheletro della nave in cemento armato costruita abusivamente, che avrebbe dovuto fungere da ristorante che mai fu (al riguardo leggi qui il nostro articolo per Olbiachefu), il bar omonimo ed una sfilza di cabine per bagnanti senza troppe pretese. Non c’era più la visione e l’organizzazione imprenditoriale, la professionalità nella gestione, dello stabilimento dei Marzano. Mancava ogni razionale urbanizzazione, per usare un eufemismo, tutto intorno si scatenò un abusivismo selvaggio fatto di case o villoni a due metri dal mare impunemente costruiti alla chetichella e alla “a chi arriva prima”, in una sorta di febbre da “legge delle chiudende” dove finiranno recintati anche gli scogli sbattuti dalle onde. Tuttavia – ripeto -vinsero l’accesso libero, la bellezza indiscussa delle spiagge e non ci fu storia. Anzi, fu una storia popolare. E poi, dimenticavo, le famiglie cominciavano un po’ tutte ad avere le prime utilitarie a basso costo, come le 500 e 600 FIAT o la Bianchina, e si muovevano liberamente raggiungendo le meraviglie di Porto Istana e Cala Sassari, sebbene senza servizi igienici e regolare pulizia, purtroppo. In aggiunta anche per le spiagge Pittulongu presto vennero predisposti i collegamenti estivi con mezzi pubblici. Così Pittulongu divenne lei la “spiaggia degli olbiesi”, sostituendosi in breve al Lido del Sole nel cuore e nella definizione. Figlio del boom economico, della Rinascita sarda, e della vincente idea imprenditoriale di una potente famiglia romana, il Lido fu così, paradossalmente, anche vittima sacrificale dei cambiamenti economico-sociali allora avviati – inesorabilmente accelerati come il twist – e che il Lido del Sole brillantemente aveva cavalcato negli anni dei primi 45 giri solcati dai ritmi e dai balli importati dagli USA. Non rimase però abbandonato del tutto, almeno per la spiaggia è stato ed è ancora così. Se le cabine sono state da molti anni ruspate e la piscina per bambini ridotta a cisterna, se la rotonda non c’è più e non riesci più a capire dove stava il palco dove suonavano i gruppi musicali, se tutto ciò che resta dello stabilimento pare piuttosto appartenere ad una città fantasma, diverse attività sono state aperte da privati negli anni successivi. Ora la spiaggia è ben attrezzata per un turismo sportivo, o per coloro che non amano il caos e prediligono leggere un libro sotto l’ombrellone, senza sopportarsi i decibel dei dialoghi-smartphone del vicino di ombrellone (nemmeno le distanze di sicurezza del Covid possono renderci immuni dalla pandemia “cafonal”). Oppure anche mangiare uno spaghetto alle cozze la sera in riva al mare. Il Lido del Sole ed il suo incomparabile contesto naturale restano comunque un luogo di bellezza struggente, degno di essere ancor più valorizzato e rilanciato dalle istituzioni per tanti eventi sportivi, escursioni naturalistiche e – perché no? – anche per attività culturali, se anche una sola di quelle strutture fatiscenti, che tanti eventi, esibizioni e balli hanno visto passare nei formidabili anni Sessanta, venisse recuperata. Ricordiamoci del Lido del Sole non solo quando ci ritroviamo a canticchiare “Tintarella di luna” di  Mina o “Sapore di saledi Gino Paoli, o a riguardare vecchie stampe in bianco e nero, ormai ingiallite, dei nostri genitori e nonni. Alcune di queste, assolutamente inedite, le abbiamo volute offrire ai nostri affezionati lettori, soprattutto a quelli più giovani che non hanno conosciuto quei tempi in cui l’Italia era un paese (quasi) felice.

Lido del Sole, agosto 1964. Da sinistra: Giovannella Baffigo, Guido Baffigo, Giuseppe Valdarchi e lo scrivente (foto gentilmente concessaci da Guido Baffigo)

Un ringraziamento particolare va a Mario Spano Babay, non solo per la meravigliosa foto di copertina che ci ha concesso di pubblicare, ma anche per le sue testimonianze, per la paziente disponibilità a sciogliere nostri dubbi, sempre prodigo com’è di informazioni, precisi ricordi, ricchezza di altre fonti orali messe a disposizione. Grazie anche a Guido e Giovannella Baffigo, fraterni amici d’infanzia, per avere condiviso quegli anni spensierati e per le stupende foto messemi a disposizione.



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