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Hamburger e patatine – racconto breve di Angelo Dettori

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Olbia, 9 febbraio 2020 – È un breve racconto, ma da assaporare lentamente quello che vi proponiamo. Hamburger e patatine è un racconto nel quale si celano alcune verità e che racconta un momento di amore incondizionato, ma noi non vogliamo raccontarvi troppo oltre.

L’autore è Angelo Dettori.  Lui è olbiese d.o.c. e se volete conoscerlo meglio vi rimandiamo al ritratto a lui dedicato, sempre per la rubrica OLBIAchefu, firmato da Marco Agostino Amucano . 

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Buona lettura.

Hamburger e patatine – racconto breve di Angelo Dettori

Sono più di vent’anni che veniamo in questo posto. Quando eravamo più giovani lo frequentavamo più spesso, ma da quando lei si è trasferita lontano, in quella magnifica città della penisola, ci vado comunque da solo e almeno una volta al mese, anche se, devo ammetterlo, non è la stessa cosa.

Sì, abbiamo molte cose in comune io e lei, compresa la passione per il cibo spazzatura, così lo definiscono i vegani invidiosi, e i più fanatici ortodossi della dieta mediterranea. A noi non interessano le chiacchiere degli altri quando ci incontriamo, piuttosto, siamo consapevoli che non sarà certo un hamburger a condizionare la qualità della nostra vita.

Ma oggi è festa per me, lei sarà a Olbia per qualche giorno e ha deciso di farmi felice, dedicandomi, per pranzo, mezz’ora del suo tempo.

Entriamo insieme nel locale che è l’ora di punta. Fa caldo, c’è molta gente e confusione, l’aria pesa d’olio fritto. Due bambini, con un giochino in mano, si rincorrono velocemente tra i tavolini. Butta male.

Al tabellone elettronico – display touch screen, direbbe lei – sceglie e ordina per entrambi pagando con la mia carta, come sempre del resto.

Un Big Mac Menu per me, Chicken Mc Nuggets per lei. Mi compiaccio che non abbia scordato il pin della carta tantomeno i miei gusti.

Prendiamo posto. Il tavolino è per due, essenziale al centimetro.

Alla confusione generale si aggiunge un diverbio tra mamme. Uno dei due bambini ha interrotto la sua corsa ruzzolando sul Crispy McBacon di un altro. Il contenuto di una bibita si è riversato sui leggings cremisi della sua bionda mamma mentre le patatine fritte sono finite sparse sul pavimento.

La “Marilyn” vorrebbe giustizia, l’altra difende il podista. Finalmente interviene un terzo, autoritario con la sua ramazza d’ordinanza. In un attimo tutto è in ripristino, eccezion fatta per i leggings ora dipinti a marezzo. Infine la contesa si placa. I clienti, ammutoliti, riprendono il loro vociare e i due ragazzini la loro corsa sventolando, stavolta, un pugno di patatine ciascuno.

Fisso gli inservienti, c’è tensione  nell’aria mista al fritto delle patatine. Sono tutti ragazzi o poco più, hanno divise impeccabili, cappellini con visiera e camicie inamidate. Lavorano come soldatini, freneticamente e non sembrano felici. Del resto, chi fa la guerra al tempo non lo è mai.

Finalmente una graziosa morettina ci porta cibo, bevande, vassoio e con un “Buon appetito!” accompagnato da un sorriso a 32 denti  fruscia via in punta di Sneakers.

Lei, che lascia il vassoio a me, poggia la sua scatoletta di cartone direttamente sul tavolino, riponendo le patatine nella parte vuota del contenitore. Quelle azioni, sono sempre le stesse da anni, una tradizione consolidatasi nel tempo. Niente pare esser cambiato dall’ultima volta che ci siamo ritrovati in questo posto, in fondo – penso – è trascorso soltanto un anno.

Ho fame, afferro il panino a due mani e lo addento. Non riesco ad evitare che la senape fuoriesca dai lati, colando copiosa sul vassoio.

Sarebbe un vero peccato che andasse perduta. Quindi, poggio il panino, mi lecco le dita e intingo l’indice nella cremosa salsa. Nel mentre, approfitto per sbirciare i suoi capelli castani, raccolti in una lunga treccia laterale, mentre lei mordicchia una delle sei crocchette di pollo che tiene tra pollice e indice all’altezza della bocca. Siamo vicini, uno di fronte all’altro, ci separano hamburger e patatine.

I suoi occhi brillanti alla luce artificiale, ne percepisco ogni sfumatura del colore, guardano fuori, oltre la grande vetrata, dove un vento polveroso, turbina nella mesta luce di un pomeriggio prenatalizio. Quanto vorrei vedere coi suoi occhi, quanto vorrei sentire ciò che pensa. Meglio di no – mi dico – meglio di no.

Ma ecco che tutto sembra rallentare, niente più voci né confusione, solo silenzio intorno a noi. Osservo il battito delle sue ciglia, durare un tempo infinito. Oddio quant’è giovane – penso.

A quella consapevolezza, un torpore angoscioso mi opprime il petto, spingendo un sospiro che, il caso vuole, si fermi in gola.

Sento il cuore battere un colpo, forte. Se è così che si muore, se è questo ciò che si prova in quell’ultimo istante, ebbene, così sia.

Ma non oggi.  Oggi, mi dispiace, proprio non posso.  Lei è troppo giovane e ha tutta una vita davanti a sé, mentre io no. Quante sfide, quanti dolori, quanti inciampi oltre quella vetrata. E i dubbi? Le difficoltà?

Sarà in grado di affrontarli da sola o ne sarà sopraffatta? È soltanto uno scricciolo e le sue piccole ali? Saranno abbastanza forti per volare in questo grande mondo tempestoso? Dio mio, non ho mai preteso niente per me, ma per lei sì, devi fare qualcosa. Un angelo, sì, ecco che ci vuole, un bell’angelo custode che cammina al suo fianco mentre attraversa la strada.

Sento gli occhi colmi di emozione. Ho un nodo alla gola, potrei singhiozzare un pianto. Mi trattengo.

” Ehi! “, lei reclama la mia attenzione e tutto torna alla velocità normale.

“Hai gli occhi rossi. Che ti succede?” mi chiede,  “Beh! Sai già delle mie allergie” rispondo. Ma lei insiste “Dubito che nell’hamburger ci siano crostacei”. Io nicchio, cerco di sviare “Tu dici? Chissà quante schifezze mettono in queste salse, non credi?”.

Lei mi guarda, allunga la mano e con un dito schiaccia un accenno di emozione, fermo ad un lato del mio occhio sinistro.

“Una cosa è certa” dice lei “queste allergie sono proprio un bel problema per te” e, mentre prende un sorso di coca, mi guarda seria cambiando discorso “Hai poi risolto quel problema di cui mi accennasti? Un problema di lavoro o qualcosa del genere”. Non ricordo a cosa alluda, sono ancora turbato, distratto, ma lei mi incalza “Allora? Non rispondi?”.

“Certo, tutto risolto” improvviso io, “ma stai tranquilla, va tutto bene, siamo gente forte noi due, ah, ah!” e taglio corto “Adesso però, mangia il tuo pollo finché è caldo, sennò poi si fredda e finisce che …”.

E così, con fare zelante, mangia tutte le sue crocchette, anche se è evidente il suo cipiglio severo mentre mastica assorta.

Scuote tra le mani il bicchiere di carta, con la cannuccia rimesta il poco ghiaccio rimasto, infine a mezza voce si interroga “Chissà se un giorno queste tue allergie passeranno”.

“Ehm, ne dubito” rispondo, “Ne dubito fortemente figlia mia”.

©Angelo Dettori

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Studio dentistico Dottoresse Satta Olbia 1540
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