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Sardegna: pochi figli, più povertà, lavoro precario per le donne

Lo afferma il rapporto sull'economia sarda del Crenos

Sardegna: pochi figli, più povertà, lavoro precario per le donne
Sardegna: pochi figli, più povertà, lavoro precario per le donne
Camilla Pisani

Pubblicato il 23 giugno 2021 alle 06:00

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Cagliari. Il Centro Ricerche Economiche Nord Sud è stato istituito nel 1993 dal­l’Università di Cagliari e dall’Università di Sassari, e si propone di contribuire ad accrescere le conoscenze sul divario economico tra aree geografiche e di fornire utili indicazioni di intervento. Particolare attenzione è dedicata al ruolo che le istituzioni, l’ambiente, il progresso tecnologico e la diffusione dell’innovazione svolgono nel processo di crescita e sviluppo economico. Il Centro realizza ricerche teoriche e applicate, organizza convegni scientifici, seminari ed iniziative di formazione.

Nel momento in cui viene ultimato il 28° Rapporto sull’Economia della Sardegna, l’Italia si accinge a riaprire le attività economiche chiuse a causa delle restrizioni imposte dalla pandemia. Alcuni tirano un sospiro di sollievo, mentre altri guardano sconsolati le macerie delle attività economiche andate in fumo. Nonostante il quadro caratterizzato da notevole incertezza, il Bollettino Economico della Banca d’Italia relativo al primo trimestre del 2021 delinea per l’Italia una situazione meno negativa rispetto alle attese. Nei primi tre mesi dell’anno in corso l’attività economica sembra essere rimasta stabile: l’industria si rafforza mentre i servizi sono ancora in stallo. Come è noto, per le famiglie meno colpite dalla pandemia il risparmio è cresciuto facendo ben sperare per la ripresa dei consumi nell’arco del 2021, o con maggiore probabilità nel 2022. Gli investimenti delle imprese potrebbero crescere nella seconda parte dell’anno. Contemporaneamente alle riaperture di molte attività, viene varato dal Governo il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR), che contiene finanziamenti provenienti dall’Unione Europea per un ammontare di oltre 191 miliardi di euro, a cui l’Italia aggiunge 30 miliardi di risorse interne.

In assenza di pandemia avremmo accolto abbastanza positivamente i dati dell’economia sarda relativi al 2019. Infatti, grazie ad un incremento del PIL pro capite dell’1,4%, la Sardegna risulta la regione che cresce di più tra il 2018 e il 2019. Questo dato si colloca alla fine di un quinquennio in cui l’Isola è cresciuta poco, in media solo lo 0,3%. In compenso i consumi crescono costantemente dal 2015 con una media superiore a quella del Centro­Nord e della media italiana. La pandemia colpisce quindi la Sardegna in un periodo di timida ripresa, stroncando i settori su cui si regge l’economia regionale.

Come spesso accade nei periodi di crisi, gli effetti negativi non si distribuiscono in modo uguale per genere, livelli di istruzione e tipologia di contratti di lavoro. Le analisi del secondo capitolo evidenziano che ad essere maggiormente colpite sono le donne, gli individui con titoli di studio medio-­bassi e i lavoratori con contratti a tempo determinato. La ridotta occupazione delle donne con titolo inferiore al diploma è responsabile da sola di quasi la metà della diminuzione complessiva dell’occupazione in Sardegna. L’elevata percentuale di microimprese, la limitata presenza di aziende impegnate in settori ad alta intensità di conoscenza, l’elevata quota di attività colpite dalle chiusure sono i fattori responsabili della fragilità delle imprese sarde. Tale fragilità non fa ben sperare circa la loro capacità di riprendere le attività come in passato.

il settore turistico è stato quello maggiormente colpito in Sardegna, con una riduzione degli arrivi e delle presenze di circa il 58%. La sua fragilità non è dipesa solo dalle misure di confinamento casalingo, che ha di fatto eliminato la domanda, ma anche e non secondariamente durante la ripresa delle attività, dall’elevato numero di lavoratori impiegati in compiti di prossimità, cioè che non permettono sufficiente distanziamento sociale.

I bassi tassi di natalità e la scarsa mobilità in entrata rappresentano dei punti di debolezza della dinamica demografica e determinano una spirale di decrescita della popolazione che rappresenta, forse, il maggior rischio dal punto di vista socioeconomico per la Sardegna. Nella regione risulta particolarmente accentuato il processo di invecchiamento della popolazione, determinato dal concomitante miglioramento dell’aspettativa di vita e dalla diminuzione del tasso di fertilità. Il mutamento del rapporto intergenerazionale evidenziato dall’analisi della struttura demografica conferma l’aumento del carico sociale ed economico sulla componente anagraficamente attiva della popolazione. Le pressioni sulla sostenibilità del sistema di protezione sociale saranno sempre maggiori, a causa dell’aumento della spesa pensionistica e dei costi economici indiretti dovuti al minore ricambio della forza lavoro nel sistema produttivo. Nonostante la relativa scarsa diffusione del contagio virologico in Sardegna, gli effetti complessivi dell’emergenza sanitaria hanno comportato nel 2020 una sovramortalità del 16% rispetto alla media del quinquennio precedente. A questo si aggiunge una influenza negativa sul già basso tasso di natalità che induce gli individui a procrastinare la decisione di avere figli.

La pandemia ha inoltre avuto effetti asimmetrici su diverse categorie di lavoratori, contribuendo ad esasperare le disuguaglianze già presenti. La riduzione complessiva del numero di occupati (­ meno 27mila lavoratori) è determinata quasi esclusivamente dal calo dell’occupazione tra i lavoratori con minore tutela contrattuale, ossia quelli con contratto a tempo determinato. Un minor numero di contratti di lavoro stagionali o di breve durata potrebbe proprio spiegare il crollo nelle attivazioni (­111mila) e cessazioni (­104mila) di rapporti di lavoro registrato nel 2020.

Facendo una distinzione per genere, si osserva che le donne sono sempre più penalizzate degli uomini. Diversi studi hanno messo in evidenza che una delle determinanti del differenziale salariale di genere è da ricollegarsi al maggiore uso da parte delle donne di contratti di lavoro a tempo parziale, in particolare dopo la nascita del primo figlio. Quello che emerge da questa analisi è la maggiore esposizione ai contratti temporanei delle donne proprio nella fascia d’età dove l’attività lavorativa si accompagna alla gestione dei figli. A partire dall’inizio del nuovo millennio, la percentuale di famiglie in povertà relativa in Sardegna è aumentata progressivamente passando dal 9,7% del 2002 al 19% nel 2018. Il 2019 registra, in controtendenza, una percentuale pari al 12,8%, comunque ben superiore alle cifre di inizio secolo. Al momento della scrittura, l’Istat non ha ancora pubblicato i dati per il 2020, ma la presenza della pandemia non fa ben sperare. La Sardegna, come le altre regioni meridionali, ha sempre valori al di sopra della media nazionale.

Questo dato relativo alla povertà trova, tra le altre, la sua motivazione nell’aumento progressivo, a partire dal 2001 della quota di contratti temporanei in Italia. L’evoluzione di questa crescita non è omogenea tra le regioni. La Sardegna ha avuto una percentuale di contratti temporanei superiore alla media nazionale fino al 2012, passando dal 17% del 2000 al 31% del 2018.