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Covid, ecco il Metodo Mater Olbia: la riabilitazione entra nei reparti blindati

Un protocollo unico a livello nazionale

Covid, ecco il Metodo Mater Olbia: la riabilitazione entra nei reparti blindati
Covid, ecco il Metodo Mater Olbia: la riabilitazione entra nei reparti blindati
Angela Galiberti

Pubblicato il 13 gennaio 2021 alle 14:08

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Olbia. Non solo terapia intensiva, tubi, caschi e ossigeno in quantità "industriali": i malati Covid-19, all'interno dell'ospedale privato Mater Olbia, godono di un trattamento particolare e avanzato che, secondo la direzione sanitaria del nosocomio olbiese, potrebbe diventare grazie ai dati raccolti e all'esperienza maturata in questi mesi. Oltre alle terapie contro il virus, al Mater si pensa al paziente nel suo complesso con un approccio multidisciplinare.

A raccontare il "Metodo Mater" è il professor Vincenzo Saraceni, responsabile della Riabilitazione post-acut e Neuroriabilitazione, che ha raccontato alla stampa come vengono curati e trattati i malati positivi presenti nel reparto Covid. "Si tratta di un'esperienza unica nel nostro Paese. Abbiamo colto l'urgenza di rispondere ad alcuni bisogni dei pazienti che meritavano una risposta urgente. Il primo bisogno è quello provocato dalla grave frattura sociale di questi pazienti, cioè l'isolamento. La seconda condizione è quella respiratoria nella fase acuta e nella fase post-acuta, anche nell'intensiva. Oggi sappiamo, i dati sono accertati, che il 30% dei pazienti che hanno avuto una lesione respiratoria, cioè la polmotite causata dal Covid, vanno incontro all'insufficienza respiratoria cronica: questo problema è un universo in espansione e tra qualche anno potrebbe essere un'emergenza sanitaria, quindi anche questo tema merita attenzione. Poi il terzo bisogno, ovvero tutto ciò che è correlato all'attività motoria: nella degenza si perde massa muscolare in tutto il corpo, anche nel diaframma. Tre grandi problemi che stiamo afforntando".

Isolati da tutto, circondati da persone completamente coperte da capo a piedi, spesso "avvolti" dal rumore assordante del casco Cpap oppure completamente supini e inscoscienti nella terapia intensiva: ai pazienti manca il contatto umano, la socialità, la parola. Per i medici del Mater è stata un'esperienza importante, non solo dal punto di vista sanitario, poter creare metodi di comunicazione nuovi capaci di mitigare questa separazione sociale forzata. "Stiamo cercando di fare una comunicazione diversa con i paziernti, ci stiamo presentando con delle registrazioni, registriamo i messaggi dei parenti. Ciò che mi ha impressionato maggiormente è che il mondo del paziente cambia quando cambia la sua prospettiva: quando li cambiamo da supini a seduti iniziano a raccontarsi", spiega Saraceni.

 "Poi tutto il lavoro di sostegno respiratorio e muscolare/articolare, che già fa parte della nostra abitudine. Non fa parte del nostro obbligo legato all'accreditamento, lo abbiamo fatto per i pazienti perché è giusto farlo e non ci sarà retribuzione aggiuntiva. Spero che dentro i reparti Covid entrino strumentazioni avanzate con il codice 75 per pazienti che superano coma", continua. Le strumentazioni sono l'esosceletro e la realtà virtuale: sistemi che consentono al paziente di ritornare a re-imparare i movimenti che prima della malattia faceva normalmente.

Una procedura innovativa a livello italiano, questa sperimentata dal Mater, che potrebbe diventare uno standard di cura grazie al continuo confronto tra scienziati e alle numerose pubblicazioni.

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