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Sardares 1400
OLBIAchefu - Archeologia

Ritrovato il villaggio scomparso di Conia (Golfo Aranci)

I suoi abitanti si erano difesi dagli incursori turchi gettando loro addosso lisciva bollente

Bacchus 1085

“Secondo una tradizione riferitami in Rudalza, gli abitanti di Cònia –località golfarancina, posta tra quelle di Santu Liseu e Campu Maiore – si sarebbero difesi con la lisciva bollente dall’attacco di incursori turchi, sbarcati sulla non lontana costa di Marinella. In che conto tenere questa tradizione, dal momento che in Conia di tracce di abitato –tracce visibili – non ce ne sono?

Così Dionigi Panedda, nell’opera edita postuma “I Nomi Geografici dell’Agro Olbiese” si esprimeva riguardo a uno dei villaggi estinti del circondario di Olbia che maggiormente ha suscitato la nostra curiosità di ricerca a partire dal 1991, anno della pubblicazione del prestigioso volume.

Confesso di essermi recato più di una volta nell’amena campagna di Conia con quell’intento, ma fu come cercare il classico ago dentro un pagliaio di fitta macchia mediterranea. Fino al punto di convincermi anch’io della totale scomparsa dell’insediamento a causa -supponevo- delle solite arature con mezzi meccanici. Poi, come accade spesso, ciò che si voleva trovare salta fuori quando lo si smette di cercare. Vi capitai infatti nel 2009, mentre agognavo ostinatamente ai resti visibili della gloriosa Villa Major, il villaggio più consistente, dopo il capoluogo Terra Nova, della curatoria giudicale di Fundi de Monte. Mi condusse là, convinto di aiutarmi, il compianto Cosimo Tolu, quello del dolmen preistorico di cui ho già parlato. Egli non sapeva del racconto rudalzino legato alla calamità plurisecolare delle incursioni piratesche che flagellarono le nostre coste dal XV ai primi anni del XIX secolo, né del villaggio di Conia. Sapeva tuttavia dov’erano i ruderi di alcune capanne, e a me spettò riconoscere di cosa si trattava.

Conia, villaggio abbandonato. Foto M. Agostino Amucano, agosto 2016

Del villaggio abbandonato sono ora ben visibili poche “barraccas“, non più di una decina, ma ce ne devono essere almeno il doppio sotto cespugli e crolli, disposte in due nuclei distanti fra loro nemmeno duecento metri in linea d’aria. Sono costruzioni semplicissime di forma rettangolare e di dimensioni variabili, i cui alzati residui possono anche superare abbondantemente il metro, come le foto illustrano. La copertura doveva essere a doppio spiovente in legno e frasche, in genere di oleandro o vegetazione di palude se disponibile in zona, e la vita al loro interno è facilmente immaginabile per semplicità e povertà. Qualche sparuto frammento ceramico di superficie indica al momento un arco di vita tra il XVI e i primi anni del XIX secolo (ringrazio di nuovo la dottoressa Silvia Selis per i ragguagli). Confermata e spiegata dunque la relativa prossimità cronologica dei fatti ancora ricordati con precisione dai testimoni orali rudalzini consultati da Dionigi Panedda.

Resti di una capanna del villaggio di Conia (foto M. Agostino Amucano)

         L’abitato doveva sicuramente avere come luogo di culto di riferimento la grande chiesa di Sant’Eliseo, distante meno di un chilometro, e tutto torna con le scarse notizie disponibili e le semplici caratteristiche architettoniche del rudere dell’edificio sacro, al momento attribuibile al XVII secolo, come già avevamo scritto in un nostro articolo su OLBIAchefu.

         Diamo adesso due semplici cenni preliminari sul toponimo areale, o coronimo, precisando che si tratta di un argomento in corso di studio da parte di chi scrive. I documenti del pieno medioevo ci parlano di un Salto Conyano, oggi Conzano in logudorese e Cugnana in gallurese, col Golfo di Cugnana che tutti conoscono. Tutto sembra ancora suggerire la diretta derivazione del toponimo Conyano da Conia. Se così fosse, anche il toponimo Conia dovrebbe ovviamente essere quanto meno medievale, seppure non si può dire la stessa cosa per il villaggio senza indagini più approfondite e mirate. Parlare di scavi è come parlare di una chimera in questi tempi, ma Spes ultima dea, dicevano i latini.

Stralcio della carta idrografica della Sardegna nord-orientale redatta dal capitano W. H. Smyth nel 1827. Vi appare indicato il “Port Congianus

Non sfugge nemmeno che l’aggettivo femminile greco kόνιος  –α   –ον (leggi kònios, kònia, konion)  = polveroso, sabbioso), sottinteso per suolo, terreno, campo ecc. (in greco sostantivo femminile χωρα, leggi chòra), rispecchia proprio le caratteristiche riscontrate nell’area pianeggiante che sottosta ai resti del nucleo abitato abbandonato (1). Un toponimo che sembrerebbe ricondurci ai secoli della dominazione bizantina. Una proposta sull’etimologia del nome di luogo, questa, che indichiamo non per la prima volta, ma mantenendo sempre la massima prudenza. Anche perché il condaghe medievale del monastero di San Nicola di Trullas in Semestene (SS), com’è noto  del XII secolo, ci parla di un presbitero Johanne Conia, di un’Ispella Conia e di un Jorgi Conia, un cognome quindi tutt’altro che estraneo all’onomastica sarda dell’Età di Mezzo.

©Marco Agostino Amucano

8 aprile 2018

 

NOTE

1  Secondo Dionigi Panedda (p. 163)  non si esclude nemmeno la derivazione dall’antico nome gallurese “cònia” da tradursi con “cuneo”, “bietta” “cozza” “mitilo”. Tuttavia lo stesso Panedda, che non considera la possibilità di un’origine greca del coronimo, così conclude “…al tirar delle somme, nulla di certo si può dedurre, dal materiale raccolto, circa l’etimologia e il significato del toponimo in esame”.

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