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La partenza di una gara ciclistica nella Terranova del 1930

Una vecchia foto ci riporta ai tempi del ciclismo epico

Nomasvello Olbia 1085

Il sole già alto di una domenica di primavera picchia sulla faccia dei presenti, che strizzano gli occhi davanti all’obiettivo di un ignoto fotografo. Chi per primo pubblicò la foto (1) ce la data al 1930 e tutto ci porta a crederlo, anzitutto l’abbigliamento dell’indimenticato ragioniere del comune di Terranova, Angelo Sini, classe 1898, che ho subito riconosciuto avendolo visto per anni accompagnare ogni giorno l’omonimo nipotino (e mio compagno di classe) alle scuole elementari di San Vincenzo in Via Defilippi.

Particolare della foto con il Rag. Angelo Sini (1898-1983), noto personaggio della Olbia che fu

Egli spicca a sinistra dell’inquadratura, alto e corpulento. Indossa pantaloni alla zuava a vita alta, calzettoni fantasia, papillon scuro su camicia bianca, giacca e coppola in tweed, tutto secondo i dettami della migliore moda sportiva del tempo. Lo stesso copricapo è indossato da molti altri nella foto, i quali purtroppo non sono più riconoscibili per noi e pazienza, sono passati quasi novant’anni, non chiedetemi troppo. Dietro, a sinistra, due militari col berretto a visiera stanno ritti impettiti in piedi sulla camionetta. Ci tengono molto ad essere immortalati, pare, e sono stati sicuramente inviati sul posto per il formale controllo dell’ordine pubblico. Ma è solo la festa paesanamente domenicale di pochi curiosi quella che vediamo e non vi sono rischi di disordini per l’autorità fascista.

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La partenza di una gara ciclistica è evento effimero, come tutto nel fatto agonistico di questo affascinante sport: l’affannarsi veloce del plotone fra abitati e case, gli alberi che costeggiano i viali che vengono incontro agli occhi arrossati dei corridori, l’arrivo e l’urlo del vincitore, il mesto pedalare silenzioso sul traguardo degli staccati. Anche il grido per incoraggiare i ciclisti che arrancano in cima alla salita ha la durata di un battito di ciglia. Lo spostamento d’aria lieve che ti sfiora è il loro ringraziamento, e passati che sono ti resta in cambio un’impalpabile, malinconica nostalgia. La gara in bicicletta è la metafora perfetta della dura vita, non c’entra più De Coubertin: chi suda, fatica e non vince non lo fa perché l’importante è partecipare, ma perché spera di vincere almeno una volta in vita sua per poi raccontarlo per tutta la vita.

Torniamo però alla rara foto in bianco-nero, scattata nel tratto finale di Corso Umberto I, ancora pavimentato in ciottoli. Siamo a poche decine di metri dai “cancelli”, il passaggio a livello ferroviario. Ovvio che il luogo scelto fosse quello. Sai che beffa partire e poi doversi fermare dopo pochi metri perché magari arriva il treno e le sbarre si abbassano! Tifosi, assistenti, parenti, curiosi, e gli immancabili bambini, si contendono lo spazio visivo dell’obiettivo allungando il collo, spostando le teste qua e là, fissando immobili, come ipnotizzati, il fotografo che urla: “Fermi, così va bene…fermi ancora così. Pronti? Fatta!”

Quale gara ciclistica sarà mai stata questa? Mi dicono che fosse un Giro di Gallura per dilettanti, ma non posso ancora verificarlo così su due piedi, e resto prudente. I corridori – a vederli così – sono circa una decina, fermi per la posa, ma già incalzati dal motociclista che sta al centro dietro l’atleta della squadra “A. Torinese”, il quale ha gli occhiali sulla fronte e la maglia scura a maniche lunghe sformata dai troppi lavaggi (vedi foto successiva). Dietro al motociclista una mano ignota ed isolata romanamente saluta. Tornando sulla sinistra (vedi foto precedente) vi è un’unica maglia della “Legnano”, nome glorioso legato a campioni come Binda, Coppi, Bartali. Infine, tornando sulla parte destra, i due beniamini di casa con le maglie della squadra terranovese “Cicli Leggieri”, altro nome glorioso, ma solo nel paesone che Terranova era. Nessuno però mi ha saputo dire i nomi dei nostri atleti, gli unici che sorridono e scherzano spavaldamente. Ignota ci è ovviamente anche la destinazione d’arrivo della gara, o della tappa.

Non è facile riconoscere nemmeno il tipo di bicicletta usato, o meglio, intendo, il tipo di cambio adottato. Se la data della foto è valida, dovrebbe trattarsi ancora del cosiddetto cambio “flip flop”, quello con i dadi galletti che fissavano la ruota posteriore, da stringere o allentare a mano per l’estrazione veloce. Da un lato della ruota era posto infatti un pignone di piccolo diametro a scatto fisso per la pianura, dall’altro lato uno o due pignoni più grandi, dotati di ruota libera per la salita. Appena questa iniziava il ciclista si fermava e scendeva di sella, smontava i dadi che bloccavano il mozzo al telaio e in fretta e furia girava la ruota, portando la catena sul pignone più grande, quindi si tensionava la catena facendo arretrare la ruota nel forcellino. Finita l’operazione si centrava nuovamente la ruota, si stringevano forte i galletti e via, si ripartiva a tutta lena. Come si immagina, il momento del giro-ruota costituiva il punto più delicato e determinante di ogni tattica di gara. Bastava centrare male la ruota, o stringere male il galletto, che toccava scendere di nuovo dalla bici perdendo tempo prezioso. Ci volevano abilità ed esperienza.

Particolare di una ruota posteriore di bicicletta da corsa del 1927. Si notano il doppio pignone laterale ed i galletti per il fissaggio della ruota come descritto nel testo

Vedendo tutto ciò sorridiamo al cospetto dei nostri sofisticatissimi cambi Shimano e Campagnolo, dei telai ultraleggeri in fibra di carbonio dalle ardite geometrie, dei tessuti tecno usati per l’abbigliamento da gara. Paiono ridicoli i pantaloncini artigianali con la pelle di daino nel soprasella, le pesanti maglie di lana slabbrate e strausate con le tasche sul davanti, e quegli occhiali per proteggersi dalle zaffate di polvere, muniti di lenti di vetro e pertanto pericolosissimi, i quali più che da motociclista oggi sembrano da saldatore. Come appare buffo anche quel pesante tubolare di riserva avvolto nelle spalle, a scongiurare le immancabili forature che in ogni gara si dovevano preventivare, visti gli sterrati costellati di buche, chiodi, spine, vetri rotti e ogni altra cosa lecita ed illecita.  Eppure il fascino del ciclismo sta anche, se non soprattutto qui, in questa guerra della volontà contro le avversità di ogni tipo: psicologiche, fisiche, meccaniche, meteorologiche, della jella. Sta soprattutto in questo avere tutto contro pedalando in solitario la storia delle sue origini e l’origine della sua popolarità, con le fatiche e le imprese epiche, disumane, e con l’entusiasmo che sa ancora  suscitare nello spettatore che guarda le gare vere come la Parigi-Roubaix.

Ottone e Giuseppe Struglia al velodromo di Viale La Playa a Cagliari nell’anno 1939. Ottone (a sin.), morto a Cagliari nel 2002 all’età di 92 anni, fu il più noto campione del ciclismo sardo degli anni ‘ 30. Nel ’33 vinse a Roma il titolo del Centro-meridione di cross e nel ’34 stabilì il record italiano dilettanti del km da fermo (1’ 17″), a conferma dell’alto livello raggiunto dal ciclismo sardo in quegli anni.

I suoi protagonisti, dal più grande al minimo, sono stati avventurosi eroi che percorrevano quasi sempre in solitudine centinaia di chilometri su strade impossibili e polverose, dando e subendo distacchi abissali, passando tra ostacoli, cani, galline e maiali da scansare, procurandosi l’acqua dalle fontane, mangiando chili di fango misto a sudore. Caldo e freddo, sofferenza, cadute, “giri ruota” a non finire tra salite e discese, e tanti “ma chi te lo fa fare” alle spalle dopo ogni gara estenuante, sono misteri che pochi capiscono veramente, ma che moltissimi entusiasmano. Il ciclismo è stato tutto questo, ed è entrato nel cuore di milioni di tifosi per questo. Confesso amaramente che oggidì uso spesso le tappe dei Giri e dei Tour de France per conciliare la pennichella pomeridiana. I ciclisti hanno ora tutti la stessa faccia smunta e aerodinamica, lo stesso fisico sottopeso, gli stessi occhiali, le stesse bici. Come queste sembrano anche loro tutti fatti a stampo, e non improvvisano più nulla, telecomandati come sono via radio dalle ammiraglie. Anche le gare sono robotizzate, e i giochi di squadra programmati come un elettrodomestico. Fatemi allora vedere altre foto degli anni del ciclismo epico per non perdere l’infinito amore che ho per lo sport più bello e poetico del mondo.

  1.   M. NAVONE, M. PORCU GAIAS (a cura di), Da Terranova ad Olbia. Storia, memoria, mutazione di un ambiente urbano tra ‘800 e ‘900, Nuoro 1990, n. 33 (Corsa ciclistica, 1930).

 

©Marco Agostino Amucano

22 aprile 2018

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