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OLBIAchefu - brevi racconti

Il mistero di Terrata

Tutto accadde esattamente nel 1901

Phone Doctor 1400

Quello che mi accingo a raccontare – sperando di non pentirmene – è un segreto familiare che per oltre un secolo ha attraversato come un rivolo carsico quattro generazioni. Tutto accadde esattamente nel 1901, anno in cui mia nonna paterna Teresina Lupacciolu – per i familiari Gjesa – era una graziosa moretta diciottenne che lavorava alacremente ai ricami del suo corredo matrimoniale. Anche il luogo del misterioso fatto si indica con precisione nel tratto di litorale roccioso di Terrata, ora dominato dalle case a schiera dell’omonimo villaggio turistico in territorio comunale di Golfo Aranci, al tempo un misero agglomerato di casupole che tutte insieme non contenevano neppure cinquanta anime.

Teresina Lupacciolu in una foto del 1900 (archivio eredi Amucano)

         Unitamente al vigneto di Su Arrasolu, la tanca di Terrata, o meglio di Terratta, si era aggiunta ai già cospicui possedimenti di bisnonno Antonio Lupacciolu, il padre di Gjesa, grazie al matrimonio con Giovanna Putzu, rampolla di antica e prestigiosa dinastia latifondista terranovese. Sposandola giovanissima, oltre alla dote di numerosi ettari, da lei ottenne dieci eredi, di cui tre morti di difterite prima di compiere il decimo anno di età.

Morostesa estate NATALE 2018

Antonio Lupacciolu in una foto dei primi anni del Novecento (archivio eredi Amucano)

         Quella di Terratta era una tanca che Antonio raggiungeva quattro volte al mese, e sempre controvoglia. Ma la sua non era atavica pigrizia terranovese.  Nella somma di infiniti motivi che si potrebbero elencare all’origine dell’invincibile rigetto gli era anzitutto che di tutte le proprietà terriere Terratta era la più dannatamente lontana da Terranova, che un’ora e più ci metteva a raggiungerla a cavallo su cussa carrera mala, su quella strada cattiva. Fogurentu, l’intelligente baio comprato ad Ozieri per novecentonovanta lire nome incluso, da tre anni faceva tutto a memoria, recitando a testa bassa i misteri dolorosi di un rosario settimanale di sassi, buche e guadi di torrente che d’inverno gli ghiacciavano le ginocchia. Procedeva a lenti zigzag sul tratturo omerico stretto come la carestia, che già da novembre i carrulanti se ne guardavano bene dal passarci, per le voragini scavate in una sola notte dalla pioggia e che rischiavano di compromettergli i pregiati garretti da anglo-arabo-sardo. Fogurentu era un cavallo assai sensibile, anzi sensitivo: presagiva la pioggia meglio di un barometro, battendo ripetutamente lo zoccolo anteriore destro, e solo lui ed il gatto certosino di casa Lupacciolu percepivano la presenza delle anime purganti che a novembre e durante le quaresime andavano in giro ad implorare una preghiera. Un indimenticato pomeriggio di bonaccia torrida, subito dopo che la cicala aveva inspiegabilmente cessato di frinire, lui solo sotto l’ombra dell’olivastro curvo aveva udito distintamente uno sbuffo breve, secco, sibilato, provenire dalla spiaggia di Terratta che si trova prima di Punta Petrosa. Neanche un secondo e mezzo era durato l’indecifrabile richiamo, ma per Fogurentu fu peggio dell’agonia di Gesù Cristo nell’Orto degli Ulivi. Era rimasto impietrito, orecchie tese e peli ritti come le spine del ficodindia, e per la prima volta si era sentito percorrere la colonna vertebrale da un inesprimibile, primordiale brivido di sudore gelido, terrificante come tutto ciò che non può essere classificato secondo gli ordinari criteri. Ma in quel venerdì soffocante Antonio Lupacciolu –oltre che preoccupato per la salute del piccolo Giovanni – aveva mille cure che lo struggevano sopra lo smisurato naso. Ne concluse in breve che Fogurentu era sì un eccellente animale e di buon carattere, nonostante il nome che portava, ma ogni tanto diventava un po’ strano e che la sua era stata solo una reazione di fifa per le rinomate vespe di Terratta, ulteriore buon motivo per lanciare l’ennesimo and’innoromala, vai in malora, all’odiato podere. “Come può pensare questo” protestò fra sé il cavallo “se lo sanno anche le galline che a quest’ora e con un’afa del genere le maligne se ne stanno ferme e buone in tana preparando l’assalto per il tramonto?”

Il litorale di Terratta e la spiaggia dove avvenne il fatto (foto M. Agostino Amucano, marzo 2018)

Una livida sera di autunno, col ponente furioso in faccia che ce la metteva tutta per impedire il rientro, dopo che una raffica improvvisa, irritante e violentissima gli aveva stipato le enormi narici di polvere rischiando di disarcionarlo, Antonio si avvinghiò per istinto al collo del povero Fogurentu, il quale incedeva gravemente con gli occhi semichiusi, sbandando qua e là nell’imperturbata compostezza dei progenitori di Siria, avvezzi ad affrontare le steppe e le mille tempeste di sabbia. Teneva le orecchie rivolte verso il padrone per impedire che vi entrasse ogni cosa, senza però prevedere che  -proprio per questo- lui ne avrebbe approfittato per vomitarci dentro in due minuti tutta la stizza accumulata in dieci anni: che Terratta era una di quelle sciagurate tanche pregne di sale di Sa Costera ‘e Figari, spazzate da ogni vento che proveniva anche da s’inferru, dall’inferno, e che valeva meno di una cicca spenta e schiacciata dalla scarpa, tutta scogli pietrame e sterpaglie “chi puru sa multa de nadale este ranziga commente su sale” che anche il mirto di dicembre è amaro come il sale, e che tanche del genere da Adamo ed Eva in poi si sbolognavano in dote a sos feminas solo quando – graziaddio! – riuscivano ad agattare homine, a trovare uomo. La sberla di un’ennesima, dispotica folata scesa a novanta all’ora da Moriscu gli sbatté in gola una foglia secca di quercia. Dopo l’ultima, irripetibile imprecazione, lo sfogo ebbe termine con grande sollievo di Fogurentu. Da quel momento in poi e fino a Terranova ulularono soltanto i venti tutti dell’ovest convenuti per la circostanza.

Dimenticavo di aggiungere – e qui veramente la finisco coi motivi di risentimento per Terratta –che per attraversare la parte della tanca prossima al mare Antonio Lupacciolu doveva calzare i gambali da caccia in rigido cuoio. Quanto ne avrebbe fatto volentieri a meno di portarseli dietro! Nondimeno egli recava ancora i segni di un altro e ben peggiore supplizio subito la mattina in cui quegli strumenti di tortura se li era distrattamente scordati nella stalla. I suoi polpacci pelosi e varicosi ne erano usciti scorticati da cardi ed asparagi che invadevano a dismisura cussa tanca malaìtta, quella tanca maledetta, dove le cinquanta capre e le venti vacche magre col vello marrone scuro si litigavano a cornate i radi fili d’erba spuntati non si sa per quale prodigio di grazia.

        Quel sabato 22 giugno 1901 c’era stata la mietitura dell’orzo, piantato più a monte, poco al di sopra dell’attuale strada asfaltata. Pare fosse una giornata senza sole quanto appiccicosa e soffocante, con il golfo chiuso tra Tavolara e Figarolo che sembrava essersi trasmutato in un catino di piombo fuso. Il crepitio dei passi si amplificava nell’insolito, assoluto silenzio. Tutti i regni della natura sembravano essersi fissati nel dagherrotipo di un eterno presente. Solo chi ha vissuto la Sardegna vera può capire come in questa terra spazio e tempo possano diventare concetti relativi semplicemente spostandosi giusto la distanza di un lancio di sasso.

Serreri, il fido pastore-custode di Terratta, aveva portato con sè all’alba due braccianti di Donnigheddu che in una mattina avevano sbrigato la pratica. I biondi covoni da trebbiare ora giacevano accumulati ai lati del campo, in attesa di essere caricati sui carri. Saranno state le due quando Antonio approfittò della pausa pomeridiana per scendere alla spiaggetta e bagnarsi le gambe, come più volte aveva fatto per dare un sollievo alle vene varicose. Era solo, imprudentemente solo nel silenzio antidiluviano quando, chinatosi presso uno scoglio, iniziò a slacciarsi il primo gambale. Lo scatto repentino ed il muggito di un vitello non lo distrassero più di tanto. “Maledetti tafani” disse brontolando fra i denti “vi tormentano a tal punto che anche tua madre rischierà di perdere nuovamente il latte, come l’anno scorso”. Levatosi il secondo gambale si rizzò in piedi per accertarsi dove la giovane bestia fosse andata a finire. “Itte diaulu…” che diavolo…, sussurrò impallidendo.

Tre quarti d’ora dopo il bracciante più giovane spedito da Serreri, che cominciava a sentirsi addosso una strana ansia, lo trovò svenuto nello stesso punto, vicino allo scoglio. Si risvegliò tenendo fisse le pupille dilatate verso la parte opposta dell’insenatura e rifiutò recisamente di avvicinarsi alla riva per sciacquarsi la tempia che nella caduta aveva battuto su un masso ed ora gli sanguinava copiosamente. Poi si allontanò atterrito dall’acqua ridiventata immobile e risalì spedito tra i cespugli, verso il campo d’orzo. Qui giunto, con pochi monosillabi motivò la causa del mancamento con il caldo e la fatica. Si scusò in modo spiccio, rimandando al sabato successivo la visita promessa allo stazzo dei Serreri e montò lesto in sella. Fogurentu da un’ora era rimasto come paralizzato, sudava in ogni parte del corpo ed aveva i peli della schiena ritti come le spine del ficodindia: al doppio schiocco di lingua del padrone fece un nitrito liberatorio e partì al galoppo verso Terranova.

Il giovane medico Marco Agostino Amucano in una foto dell’anno 1900 (archivio eredi Amucano)

Nudda de grave, istade tranquillu, deghe die e non si ‘ie pius nudda”, nulla di grave, state tranquillo, dieci giorni e non si vedrà più nulla. Così sentenziò il giovane medico Agostino Amucano con un tono solenne che non ammetteva obiezioni, e che non contrastava punto con i suoi ventisette anni di età, resi austeri dall’ormai celebrata postura, dritta come un fuso, e dagli impeccabili baffi a manubrio. Mentre il pendolo scoccava le sei aveva già oltrepassato l’ingresso di servizio dell’abitazione del futuro suocero, portando con sé l’inseparabile borsa nera colma degli strumenti professionali. Nonostante il padre avesse provato a trattenerla, Gjesa era corsa subito a chiamare il giovane medico che avrebbe sposato pochi mesi dopo. Introdotto da lei nel soggiorno, dottor Amucano limitò al semplice buonasera i convenevoli, e senza perdere un solo attimo di tempo si adoperò per rimuovere con cura la sabbia dall’ematoma, a disinfettarlo e quindi a bloccare definitivamente l’emorragia. Si accorse però – e su ciò alla prima tacque – che c’era un’altra ferita che non sanguinava, né si vedeva, ma più profonda, e che doveva agire molto di più nell’animo del paziente.

Rifiutò con ferma cortesia le dieci lire di onorario che, prima del formale congedo, il futuro suocero aveva provato ad infilargli confidenzialmente nel taschino del Roskopf. Nel frattempo Gjesa era uscita sul terrazzo col pretesto di innaffiare i gerani. Erano rimasti soli nel soggiorno quando si strinsero la mano per salutarsi, e le mantovane delle finestre smorzavano la luce del giorno più lungo dell’anno non solo per il solstizio. Seguì un momento di silenzio fra i due. Il dottore penetrò con sguardo indagatore gli occhi del suocero e, prima ancora che questi li abbassasse imbarazzato, gli intimò perentoriamente e a bruciapelo: “Como mi narades tottu su chi est suzzessu”, adesso mi raccontate tutto ciò che è successo. Vi sono segnali del corpo non facilmente accertabili dall’evidenza sintomatica e strumenti diagnostici che sos duttores di altri tempi imparavano più dal buon senso e dall’intuito che non dai manuali universitari. Una tale emozione, così fresca e non ancora gestibile, fuoriusciva dagli occhi sbarrati di Lupacciolu, ed i suoi baffoni non riuscivano a celare le labbra serrate nella spasmodica volontà di tacere qualcosa che di contro avrebbe voluto gridare. È noto tuttavia come un medico di famiglia – e figuriamoci se in aggiunta anche genero –  strappi più confessioni di un prete. E dunque confessione fu.

Un’ispera niedda, un’ombra nera, aveva intravisto muovere la superficie dell’acqua da dietro gli scogli. Un’ombra nera, e lunga, lunga, che si muoveva a pelo d’acqua verso la riva, proprio in direzione del vitello che era scappato di corsa muggendo atterrito. Poi aveva visto spuntare dall’acqua la testa di un’enorme serpe, liscia, allungata, scura, scura come la cantina dell’inferno, che si era adagiata sinuosamente sul bagnasciuga. Un sibilo secco e ripetuto, quasi una frustata durata nemmeno un’oscillazione del pendolo gli aveva immobilizzato di terrore le gambe, facendogli drizzare come le spine del ficodindia prima i peli della barba, poi tutti gli altri in tutto il corpo. Un animale mostruoso, mai visto e nemmeno pensato, lungo quanto una locomotiva e grosso più di un uomo robusto, aveva continuato a risalire lentamente la spiaggia, strisciando con l’eleganza sinistra di una biscia. Fuoriuscita dall’acqua per metà circa della sua lunghezza la bestia demoniaca, senza dubbio sopravvissuta al diluvio pur senza essere stata accolta nell’arca, aveva voltato verso di lui la testa, fissandolo con occhi raccapriccianti. La paura fu tale da annebbiargli la vista, si sentì soffocare…poi più niente. Fin qui il racconto.

Il palazzetto fatto costruire da Antonio Lupacciolu, sulla destra, in una cartolina del 1912 tratta dal web

         Bisnonno Antonio Lupacciolu  -garantisco- era astemio. Non soffriva di disturbi bipolari né di allucinazioni, né di attacchi di panico. Non era uno spaccone che andava a raccontare le balle al caffè di piazza. E poi come poteva parlarne in giro se meno di un anno prima c’era stato quell’altro avvistamento di un serpente enorme a S’Eligheddu, che per mesi non si era parlato d’altro. Addirittura La Nuova Sardegna un articolo ci aveva fatto  (lo riportiamo in appendice) e lui, Antonio Lupacciolu, nella sua posizione, non avrebbe fatto la stessa fine del povero e bravo giovane che aveva dato l’allarme e che ancora si prendeva gli sfottò di tutta Terranova in ogni angolo di strada, ed era diventato la vergogna di una famiglia conosciuta, tutti onesti lavoratori.

         Una sola persona dopo mio nonno Agostino seppe del mistero di Terratta: mio padre Antonio, Antonino per i familiari tutti. Era medico anche lui, lungamente abituato ai segreti professionali e già padre di famiglia, quando mio nonno ultraottantenne gli raccontò di quel che accadde al suocero sessant’anni prima. Era una sera d’inverno, mentre, soli nel soggiorno, avevano appena finito di discutere di malaria non riconosciuta dai medici romani e che si era portata all’altro mondo l’anima di Fausto Coppi.

         Nello stesso soggiorno, oltre mezzo secolo dopo, toccò a me. Solo superati i novant’anni mio padre, come spesso fanno i vecchi, a sua volta mi raccontò il fatto con distaccata noncuranza, soli io e lui a tavola, mentre si gustava le fragole, la sua grande passione. Mi fu evidente, anzi mi sembrò evidente che, da uomo pragmatico e razionale quale era, non voleva dare peso al fatto. Concluse il racconto nel suo stile, con un unico, laconico commento: “Eppure nonno Antonio era un uomo equilibrato e di responsabilità. Non raccontava bugie”.

Uno dei più spettacolari avvistamenti di serpenti marini nella storia moderna. Il 9 ottobre 1848 il giornale “The Times” pubblicò il resoconto del capitano Peter M’ Quahe e della ciurma della nave “HMS Daedalus”. Nell’agosto 1848 la Daedalus si trovava in rotta tra l’isola di St. Helena e il Capo di Buona Speranza (Sudafrica), quando qualcuno notò una sagoma strana in mare aperto. “…il diametro del serpente era di 15 oppure 16 pollici dietro al capo, che era senza ombra di dubbio quello di un serpente.” La creatura fu osservata da almeno cinque persone per quasi 20 minuti. L’alto rango degli ufficiali coinvolti – uomini al di sopra di ogni dubbio – sembrò confermare la veracità dell’avvistamento. Tratto da: http://storiadellageologia.blogspot.it/2012/

         Che giudizio dare? Io non giudico, non me la sento, mi è più congeniale raccontare. Al massimo azzarderei un paio di prudenti valutazioni. Potrei dire che molti marinai del XIX secolo giurarono e spergiurarono di avere visto enormi serpenti marini fuoriuscire dagli abissi dell’oceano. Non poche sono le testimonianze che ho letto al riguardo, ma quanto attendibili non saprei dire. Qualcuno potrebbe asserire che non c’erano registratori e cineprese al tempo, e che pertanto nulla sarebbe l’attendibilità di quelle testimonianze, da ritenere come racconti fantastici o letterari,  semplici sogni, allucinazioni, o forse tutte queste cose messe insieme. Di contro si può dire che quegli avvistamenti finirono sui giornali di bordo, con tanto di nome e cognome di testimoni giurati, e quindi comandanti, marinai, mozzi, nostromi, ma anche passeggeri e ospiti delle navi. Tutti costoro erano allora dei sognatori, dei visionari, dei bugiardi, degli ubriaconi? Un’altra considerazione che faccio è che pochi, troppo pochi sono disposti ad ammettere che la realtà oggettiva e l’immaginazione, o il mito – chiamateli come volete – sovente si sovrappongono, si intersecano o si fondono inestricabilmente. Quante volte, pensateci, la certezza dei nostri ricordi sfuma e si deforma in un’immagine remota, vaga come un sogno che ci sembra di non avere mai vissuto realmente?  Alla stessa maniera le illusioni o anche le semplici idee spesso diventano dentro di noi forti, tenaci, ossessive, e pure più di ogni evidenza razionale, e ci condizionano le decisioni importanti, il modo di considerare i fatti, la nostra serenità, finanche l’intera vita. Non sono forse anch’esse tangibili realtà, vive ed operanti, seppure non pesabili e misurabili? Ciononostante, concedete almeno una minuscola percentuale di verità dell’uno per cento – va bene? – al mio racconto, ed a quei racconti di marinai ottocenteschi. Anche perché se i “miti” del nostro passato talvolta sono solo il riflesso delle nostre inconfessabili paure, talaltra nascondono invece un sorprendente nucleo di verità storica, intorno a cui ha ricamato nel tempo la fantasia, introdottasi liberamente nella trasmissione orale di generazioni e generazioni. Non credo affatto, tuttavia, che sia così nel mio caso, nel senso che il nucleo di verità, intendo il fatto centrale del racconto di Terratta, non è un’invenzione fatta per il gusto di colpire l’immaginazione o di prendere in giro il prossimo: non ci sono i connotati, anzi, tutto fa concludere per il contrario. Il lettore intelligente e paziente, anche fra coloro che meglio mi conoscono, non è ovviamente obbligato a credere a quanto ho voluto riportare. Si soffermi però – il mio è solo un garbato invito – a considerare prima il dramma e lo shock di chi visse in prima persona l’esperienza. Poi la buona fede, l’onestà e l’equilibrio, la comprovata prudenza consolidata dall’esercizio professionale, di coloro che la storia l’hanno ascoltata e  tramandata. Si fidi di loro non tanto in quanto persone a me care, ma se non altro perché stimati uomini di scienza. In caso contrario mi caricherò io di ogni responsabilità, e chiedo altrettanto garbatamente di lasciare in pace i miei morti. Non so se adesso loro, gli avi maschi delle tre generazioni che mi hanno preceduto, approverebbero la mia scelta di avere rivelato, seppure dopo centodiciassette anni, un segreto di famiglia così tenacemente occultato. Presumo che se potessero farlo, quantomeno mi tirerebbero (scherzosamente?) le orecchie. Io però ho sentito di dover fare così e loro sanno bene che qualche caratteristica dei loro geni l’avrò pure ereditata, come il gusto di raccontare, e perciò mi dovranno per forza di cose perdonare. Infine sono certo, anzi certissimo, che se Fogurentu, l’ineguagliabile baio di Ozierifosse ancora vivo, avrebbe approvato la mia scelta con un prolungato nitrito di gioia.

Il serpente marino che si dichiarò essere stato avvistato a Gloucester nel 1817

∗Ringrazio Mario Spanu Babau per i preziosi, indispensabili suggerimenti dati sull’antica lingua logudorese di Olbia. Ho preferito inserire la traduzione delle frasi nel testo per una maggiore agibilità di lettura.

 

APPENDICE

Riportiamo la trascrizione integrale dell’articolo senza firma  uscito sul quotidiano  “La Nuova Sardegna” del 4 settembre 1900:

“Terranova. Da un individuo ventottenne degno di tutta fede venne raccontato giorni sono che, ad un chilometro circa dal paese, e precisamente nella strada provinciale che mena a Tempio, fu visto traversare obliquamente lo stradale un mostruoso animale strisciante di colore piuttosto nero della lunghezza di oltre un metro e dell’apparente grossezza del busto di un uomo di forme regolari.
Quell‘individuo lasciò passare indisturbato l’animale, e senza por tempo in mezzo di corsa ritornò in paese, non per dare l’allarme del grave pericolo, ma… per rincasare.
Questo fatto ha dato luogo a svariati commenti ed ha gettato il panico in gran parte della popolazione che ora vive in pensiero, per il timore che il supposto serpente venga un giorno o l’altro a fare i suoi pasti in paese.
Dopo il fallito raccolto del grano e la completa rovina delle vigne per causa della peronospora, dopo la malaria che ha ridotto il paese di Terranova ad un vero e grande ospedale e dopo il non mai interrotto tormento del messo esattoriale, ci voleva ancora la presenza di un affamato serpente per farci stare… allegri! Alcuni coraggiosi giovanotti si sono proposti di dar la caccia allo sconosciuto e poco gradito ingannatore d’Eva, che molti vogliono sia il serpente boa e molti altri quello a sonagli. Io, dico, la verità, tengo per quest’ultimo, e sapete perché? Per la semplicissima ragione che la nostra banda musicale, che da oltre due mesi non dava più segni di vita tanto da ritenerla morta e sepolta, oggi alle ore 12,30 con una bella marcia è risorta offrendoci la sua partenza per Berchidda dove, nella ricorrenza della festa popolare è stata gentilmente invitata a debuttare.

©Marco Agostino Amucano

11 marzo 2018

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