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Storia di Zinzìa la pecora che non volle essere pecora

Ambientato tra le meraviglie naturali di Capo Figari, Cala Moresca e Figarolo, un racconto liberamente basato su una storia realmente accaduta

Bacchus 1085

Alla nascita delle larghe macchie marrone le circondavano il muso e gli occhi, e dello stesso colore era venuta fuori anche la metà delle orecchie pendule. A renderla speciale era però il fatto che già dal primo belato le si arricciava spassosamente il naso, e il labbro superiore si sollevava tanto da scoprire delle enormi e prominenti gengive rosa. Da ciò il nome di Zinzìa (in sardo gengiva) con cui la battezzò divertito Riccheddu, il quindicenne servo pastore del signor Sistu di Buddusò, il quale era un uomo piccolo di statura ma tarchiato, taciturno ma dai modi spicci e dalla pelata tipica dei pastori degli altipiani, compensata da due cespugli cresciuti a dismisura al posto delle sopracciglia. Come per millenni i suoi avi avevano fatto, Sistu transumava regolarmente ogni anno, pilotando il suo gregge dagli altipiani verso i miti pascoli primaverili della Gallura. In genere, anche se non sempre, l’esperto pastore si accordava con i latifondisti Tamponi per far brucare alle sue centoventi pecore l’erba fresca di Capo Figari e dell’antistante isolotto di Figarolo.

Isola di Figarolo (Golfo Aranci-OT)

Amò da subito l’aroma dell’elicriso e del mare. L’aveva ammirata con stupore per la prima volta, da lontano, quella replica azzurra e liquida del cielo, quando, ancora agnellina di pochi mesi, stava appiccicata alla coda della mamma, e intanto il gregge scollinava allegro dopo Berchiddeddu in un terso pomeriggio di sole. “Tutto qui ha un altro sapore” belava mostrando estasiata le gengive, e correva in gruppo con le altre giovanissime coetanee fra le ginestre in fiore e le euforbie di Cala Moresca. Era sicura che i luminosi mesi di Capo Figari sarebbero stati come tutta la vita che aveva davanti; ben presto però Zinzìa avrebbe realizzato quale doveva essere il destino delle pecore sarde. Quell’anno l’erba di Capo Figari si era seccata anzitempo a causa della siccità e Sistu decise pertanto di anticipare il rientro a Buddusò. Pagato al fattore dei Tamponi l’affitto concordato con stretta di mano per i pascoli  – “Salato come i venti che li seccano” sbottò poi con Riccheddu a denti stretti –  raccimolò tutto l’armamentario e il giorno successivo, contate le pecore che era ancora buio, scrutò con un sospiro il cielo senza nuvole che albeggiava e pensieroso prese ad avviarsi verso ovest, seguito nell’ordine dal gregge compatto e diligente, da Riccheddu che fischiettava già a quell’ora e dal cane pastore.

Recente foto di un gregge di pecore e capre in cammino durante una transumanza in Sardegna (foto tratta dal web)

Zinzìa si era aggregata a malincuore e seguiva a testa bassa, voltandosi e soffermandosi continuamente a guardare il mare, finendo così per staccarsi troppo dal gregge lungo il faticoso ed erto cammino. L’insolito comportamento le arrecò i ripetuti e minacciosi ringhi del cane a redarguirla, o peggio ancora le didattiche sassate di Riccheddu che chiudeva il corteo. Il servo pastore imberbe maneggiava infatti la fionda con la destrezza di un fromboliere nuragico e senza sprecare un solo proiettile le centrava ripetutamente e dolorosamente la groppa onde ammaestrarla a comportarsi da pecora, anzi ad essere la pecora che era nata. Al quindicesimo sasso, che era fischiato più veloce dei precedenti, Zinzìa realizzò che non sarebbe mai potuta diventare una pecora come l’intendevano Riccheddu, padron Sistu e gli uomini tutti, producendo per loro il latte, vivendo lo strazio di vedersi strappare via i figli maschi per Pasqua e Natale per poi, una volta diventata vecchia e sterile, essere ridotta in spezzatino per la festa di Santa Reparata, finendo a galleggiare dentro un pentolone in compagnia di patate e cipolle.

Festa di Santa Reparata a Buddusò in una foto degli Anni Quaranta del secolo scorso

Passò l’estate, una triste estate per Zinzìa, lassù nel fresco altipiano fra Buddusò e Alà dei Sardi. Il gregge l’aveva ormai inesorabilmente emarginata. “Chi si crede di essere, quella stravagante”  belò alle altre nell’ora della ruminata la pecora Anziana “sempre da sola in disparte a snobbare noialtre e a non volerci mai raccontare le balordaggini che le passano per la testa”.  “E chissà chi gliele ha messe in testa, quelle balordaggini! Si calmerà, si calmerà, vedrete come abbasserà la cresta, eccome la abbasserà…” replicò con un belato roco e tremolante la vice-Anziana, ostentando la stantìa saggezza di colei che mai in vita sua aveva osato pensare oltre l’ovile di Sistu.

Quando finalmente le giornate cominciarono ad allungare, dai consueti preparativi Zinzìa arguì che era arrivato il grande e tanto sospirato momento. Al solo pensiero di rivedere il mare belava felice da sola mostrando le enormi gengive, che ora iniziavano ad essere guarnite da dentoni da ruminante più adulto. Per l’intero tragitto verso la costa stette sola, come in fuga davanti al gruppo che chiacchierava sommessamente e stentava a reggere la sua andatura. Né avvertiva più le fiondate sulle terga di Riccheddu, costretto per colpa sua a passare davanti, o il solito ringhio minaccioso del cane pastore. Fintantoché il sagace e pratico padron Sistu, più incuriosito che irritato da un comportamento tanto anomalo per una pecora, ordinò a Riccheddu e al cane di lasciarla stare, motivando ciò con l’ovvia considerazione che era meglio vedere una pecora nata male e strampalata correre cento metri avanti che non camminare svogliatamente duecento metri indietro.

Si commosse Zinzìa nel ritrovare i luoghi dove pochi mesi prima  -un’eternità per lei – aveva saltellato felice da cucciola. Riassaporò l’erba che aveva sempre un altro gusto, il gusto del sale portato dallo scirocco. La luce del sole e della luna riflesse nell’acqua increspata la incantavano e l’odore squisito del cisto e del mirto in fiore la inebriavano. Tutto, qui, aveva un altro sapore.

Era una frizzante mattina di aprile quando, dopo essere stata condotta a Cala Moresca insieme ad altre undici giovanissime compagne, fu afferrata di peso e caricata sul barcone solitamente impiegato per trasportare la calce prodotta nei forni dei Tamponi. Zinzìa non protestò come le altre terrorizzate dall’acqua e dalla novità, ma mostrò felice le gengive e belò in faccia a Riccheddu, che scoppiò a ridere divertito.

Dopo un brevissimo tragitto il barcone della saurra attraccò nel piccolo molo di Figarolo, e Zinzìa fu la prima a sbarcare con un grande salto. Era emozionatissima. Inconsapevole di essere nata in un’isola, era convintissima di toccarne per la prima volta una con gli zoccoli. Si guardava intorno, fissando ogni angolo del luogo dove avrebbe passato i prossimi due mesi e si chiedeva il perché di quel privilegio toccato a lei e alle altre undici giovanissime pecore. Non poteva sapere che era finita là non per il suo muso nero, né per il suo belato acuto tutto gengive e neppure per punizione, come le altre sospettavano durante il tragitto.

La casetta diroccata, al tempo del racconto base per gli operai dei forni di calce della famiglia Tamponi, ubicata nell’isola di Figarolo. La scritta, ricalcata di recente, invita i naviganti ad attingere l’acqua dalla cisterna sottopavimentale per versarla nell’adiacente abbeveratotio, allo scopo di fare bere i mufloni presenti nell’isola, notoriamente priva di sorgenti di superficie. (Foto di Maurizio Casula, agosto 2018)

Molto tempo prima, circa alla metà dell’Ottocento, i Tamponi avevano introdotto a Capo Figari e a Figarolo un numero imprecisato di mufloni provenienti dal Monte Albo al fine di realizzarvi una prestigiosa riserva di caccia la quale, così si racconta, era molto apprezzata dalla famiglia reale. Negli anni Trenta del Novecento – gli anni cui la nostra storia si riferisce – a Figarolo stanziava una colonia di circa venti mufloni che godevano di ottima salute. E Martino Tamponi stava molto attento a che le pecore trasferite a periodi sull’isolotto – come si è visto – si potessero accoppiare con quelli, pregiudicandone la purezza ed il valore di preda venatoria. Per tale motivo le condizioni contrattuali imponevano al pastore Sistu di trasferire per poche settimane solo le femmine impuberi e al limite anche qualche maschio. Considerato poi che Figarolo è priva di sorgenti, per l’abbeveraggio – se necessario – avrebbe dato una mano il custode di Cala Moresca e dei forni di calce di Figarolo, attingendo l’acqua dalla cisterna della casetta degli operai e versandola in una vasca-abbeveratoio.

L’incontro di Zinzìa e delle altre con il branco di mufloni avvenne la sera stessa, al tramonto. Per questi un gruppo di noiose pischelle straniere spaesate e col pelo bianco era ormai una consuetudine primaverile, non certo un problema: dove loro si arrampicavano quelle nemmeno si azzardavano, e comunque c’era posto per tutti nello splendido isolamento di quella vetta montagnosa emersa dal mare. Si poteva insomma tranquillamente convivere, ignorandosi l’un l’altro.

Uno splendido esemplare di muflone sardo (foto Maurizio Sanna 1998)

Per Zinzìa non fu però così. Si sentì contorcere le viscere e venir meno quando, durante le presentazioni, si sfregò reciprocamente il muso con un giovane e splendido maschio. Le era sembrato di avere già visto quegli occhi in qualche vita precedente, sentito da sempre, ma non capiva ancora dove, quell’odore mescolato ed immediatamente familiare di erba, salsedine e selvatico. Le sue enormi corna non la turbavano, anzi erano la cosa più affascinante che avesse mai visto. Ne nacque un amore segreto, intenso e ricambiato che doveva durare purtroppo poche settimane, e quotidianamente rinnovato nelle promesse all’appuntamento serale dell’abbeveratoio.

Giunse troppo presto il giorno della ripartenza. La primavera era volata in un attimo, come i marangoni e i gabbiani di Figarolo che rapidi andavano avanti e indietro, portando il cibo ai loro piccoli che pigolavano indisturbati dentro i nidi.

Il barcone approdò al moletto dell’isola che il sole già iniziava a tramontare. Riccheddu era agitatissimo perché si stava facendo buio e le sopracciglia di signor Sistu erano diventate più spesse e nere del solito a causa di un fastidioso contrattempo avuto col fattore dei Tamponi. Le pecore che protestavano furono afferrate freneticamente e scaraventate con violenza dentro l’imbarcazione, rischiando di spezzare loro qualche zampa. Nel contarle Riccheddu si accorse che ne mancava una, ed imprecò immaginando subito quale. “Eccola la balorda, non la vedi lassù che ci spia da quella roccia? Disgraziata, col rischio che ne scenda in acqua e muoia annegata”, indicò calmo Sistu, puntando l’indice verso la scogliera. Riccheddu rimase sorpreso e allibito del fatto che padron Sistu non mostrasse affatto nel suo tono di voce la preoccupazione o il disappunto che si sarebbe aspettato. Il giovanissimo servo pastore sapeva infatti perfettamente quali gravi conseguenze sarebbero derivate, qualora Zinzìa fosse rimasta sull’isola contravvenendo agli accordi. “Maledetta che tu sia, pecora bastarda, adesso salgo io fino a là e ti trascino qui sotto a calci nel culo!”, replicò furioso Riccheddu, dopo avere tirato fuori la fionda dalla taschedda ed impugnato un pezzaccio di corda vecchia. “Fermati Riccheddu! Lasciala stare dov’è! È una di quelle pecore nate strambe che è meglio perderle che tenersele. È tardi, domani partiamo all’alba e ci sono ancora troppe cose da preparare”. Così ordinato, mentre Zinzìa silenziosa osservava tutta la scena dalla roccia che guarda il piccolo approdo da est, Sistu fece solenne cenno di staccare gli ormeggi e di ripartire, si riallacciò con studiata flemma uno scarpone e tacque per tutto il tragitto, guardando fisso davanti alla prua. Riccheddu, esterrefatto, non aprì più bocca fino al giorno successivo.

Uno scorcio di Figarolo in una foto di Maurizio Casula scattata dal porticciolo

Era la fine di giugno del 1933. Alla notizia che il pastore affittuario di Buddusò aveva abbandonato una pecora tra i preziosi mufloni dell’esclusiva riserva di caccia il cavalier Antonino Tamponi andò su tutte le furie. Quando, dopo qualche giorno, Sistu fece finalmente rientro, trovò come già immaginava, poggiato sul tavolo della sua cucina, il telegramma spedito da Golfo Aranci: “Clausola da Voi non rispettata causa abbandono pecora femmina a Figarolo. Contratto non verrà rinnovato anno prossimo. Firmato cav. Antonio Tamponi”. Finito di leggere lo scaltro pastore accennò appena un sorriso malizioso, ripiegò accuratamente il telegramma, lo nascose infilandoselo in tasca ed uscì.

Negli anni successivi Zinzìa fu vista più volte a Figarolo, totalmente integrata con il branco dei mufloni; era anzi diventata proprio una di loro. Quando, ormai molto vecchia e malata, sentì avvicinarsi la sua ora, entrò sotto la grande roccia dove lei e gli altri erano soliti ripararsi nei giorni in cui la pioggia batteva con violenza. Prima di morire considerò quanto era stata piena ed autenticamente realizzata la sua vita, che finiva serenamente, mostrando le gengive a Tavolara con un sorriso, invece che con un lacerante belato di terrore alla vista della leppa affilata che le recideva di netto la carotide.

L’approdo di Figarolo in una nostra foto del 2011

Un serio studio scientifico di pochi anni fa, rivolto ai soli sette mufloni superstiti di Figarolo, notò in loro anomale macchie bianche nella testa, sulle guance e nella gola, prova dell’irreparabile “imbastardimento”, come lo definì costernato il cavalier Tamponi negli anni Quaranta. Il citato studio registrò come addirittura due esemplari, un maschio ed una femmina, peraltro notevolmente più robusti degli altri, mostrassero la testa interamente bianca. Chi ha osservato e documentato tutto ciò con pazienti appostamenti è stato il medico veterinario dott. Roberto Serra, che correttamente definisce queste “peculiarità fenotipiche” come “esiti dell’ibridazione con la pecora domestica”.

Quella pecora si chiamava Zinzìa, ed ancora sopravvive tenacemente nelle chiazze bianche dei suoi discendenti. Zinzìa, la pecora sarda che coraggiosamente decise di non essere pecora, coronando così il suo sogno di libertà e di felicità.

©Marco Agostino Amucano

19 agosto 2018

 

NOTA DELL’AUTORE. Fatti salvi gli accorgimenti letterari funzionali al genere narrativo per ragazzi, il nucleo fondamentale del libero racconto è basato su una storia vera, datata e testimoniata. Di nostra invenzione sono il nome della pecora protagonista del racconto e del servo pastore Riccheddu, come anche alcuni passaggi del racconto. Sia le notizie storiche relative al primo insediamento artificiale dei mufloni di Figarolo, che delle  loro specifiche attuali caratteristiche fenotipiche derivate dall’incrocio con una pecora, si possono trovare nel lungo articolo di dott. Roberto Serra consultabile in https://www.golfoaranci.eu/i-mufloni-di-golfo-aranci/

 

 

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