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AMP Tavolara, ambiente e biodiversità: una conversazione con il Prof. Paolo Guidetti

L’uomo e la tutela della biodiversità | Intervista al Prof. Paolo GUIDETTI Docente di Ecologia Marina presso l’Università “Sophia Antipolis” di Nizza | Collaboratore Area Marina Protetta di Tavolara – Punta Coda Cavallo |

ph.©️E.Trainito

Nomasvello Olbia 1085


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Olbia, 26 Maggio 2019 – Negli ultimi tempi sembra diffondersi, con più insistenza, una certa coscienza ecologica che implica un comportamento più consapevole e responsabile nei confronti dell’ambiente che ci circonda, con attente valutazioni antropogeniche.

Dopo i vari episodi di moria di organismi marini a causa dell’ingestione di grandi quantità di plastica, come il capodoglio  spiaggiato a Cala Romantica nei pressi di Porto Cervo, i comuni di alcune città costiere – del Nord Sardegna, – hanno diffuso ordinanze restrittive per ciò che concerne l’utilizzo della plastica o il divieto di fumare sigarette in spiaggia, con conseguenti multe per chi non le rispetti.

Il discorso esula dalla vocazione turistica della Sardegna e da conseguenti priorità di tutela, ha un respiro molto più ampio.

Ognuno di noi, nel nostro piccolo, può fare qualcosa, può intervenire concretamente, per ristabilire quell’armonia che sembra essersi dissolta tra uomo e ambiente in cui vive. Esempio se consideriamo il tempo di questi ultimi mesi, che sembra esser impazzito, con stagioni meteorologiche non corrispondenti a quelle astronomiche e i conseguenti disastri ambientali sempre più frequenti.

L’Organizzazione Meteorologica  Mondiale – WMO – ha registrato dal 2015 al 2018 gli anni più caldi mai registrati prima a causa di concentrazioni record di gas serra nell’atmosfera che sono all’origine dei repentini cambiamenti climatici.

Oggi risulta esser prioritaria   “la conservazione e il ripristino di habitat naturali (ad esempio arie umide e dune costiere) che hanno un ruolo determinante nelle strategie e adattamento ai cambiamenti climatici e contrastano gli effetti negativi degli eventi estremi”. (Fonte ISPRA)

La terra può apparire  matrigna per l’uomo che non la rispetti, ma non  si deve  dimenticare  che è la nostra grande madre: oltre ad accoglierci, permette di vivere donandoci preziose risorse.

La redazione è sempre stata in prima linea cercando di evidenziare e denunciare mancanze e documentando missioni positive: la pulizia delle spiagge che ogni anno coinvolge i ragazzi delle scuole cittadine; l’operato di volontari che dedicano il proprio tempo alla pulizia e tutela dell’ambiente.

Azioni che gratificano la persona che compie il gesto nel suo rendersi utile alla comunità, finalizzati ad un bene collettivo, non individuale e perciò di valore incommensurabile.

Ed ecco che sensibili alle tematiche legate all’ambiente abbiamo intervistato una persona che il mare lo vive come se fosse parte della sua anima, inscindibile dal suo essere, – come si evince dal  suo entusiasmo e passione quando parla della sua professione ed inerenti finalità, – il Prof. Paolo Guidetti Docente di Ecologia presso il Laboratorio ECOSEAS dell’Università di Nizza “Sophia Antipolis” e ricercatore del CoNISMa (Consorzio Nazionale Interuniversitario per le Scienze del Mare), attivo collaboratore delle Aree Marine Protette (AMP) e dell’Area Marina Protetta a noi più vicina  AMP TAVOLARA PUNTA CODA CAVALLO. 

Un’intervista illuminante in cui parleremo di ecologia marina,  di pesca, di problemi ambientali e sostenibilità di risorse, da cui traspare la volontà e l’urgenza di salvaguardare la biodiversità marina con le implicazioni socio-economico-culturali collegate quali la pesca, la figura del pescatore, i borghi marinari. 

Come nasce la tua vocazione per l’ecologia marina.

Premetto che sono genovese di nascita e fin da piccolo andavo al mare con la mia famiglia in spiagge frequentate anche dai pescatori. Da allora ho avuto l’imprinting. Ricordo che già intorno ai cinque o sei anni avevo deciso di fare il biologo marino e alla fine mi sono specializzato in ecologia marina della conservazione.

Fig. 1 Diver visual census (foto E. Trainito)Visual Census ph. ©Egidio Trainito

Qual è stato il tuo percorso di studi? 

Dopo aver frequentato il liceo a Genova mi sono laureato in Biologia con una tesi sull’accrescimento dei molluschi, anche se ero già orientato verso lo studio della fauna ittica. Dopo la laurea ho avuto la fortuna di collaborare prima con un ente di ricerca di Roma, oggi ISPRA – Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale – poi ho vinto una borsa di studio alla Stazione Zoologica di Napoli, uno degli istituti più prestigiosi e più antichi di biologia marina.

Successivamente ho fatto il Dottorato di Ricerca sulle Aree Marine Protette presso l’Università del Salento durante il quale sono stato presso la Scripps Institution of Oceanography a San Diego – La Jolla, California –  uno dei centri più importanti al mondo per la biologia marina.

Rientrato in Italia ho avuto diversi contratti di ricerca e nel 2007 un posto da ricercatore in Zoologia all’Università del Salento. Sono rimasto a Lecce fino al 2012 quando ho vinto un posto da professore di Ecologia all’Università di Nizza Sophia Antipolis. Dal 2016 dirigo un laboratorio di Ecologia Marina.

A questo proposito, vuoi parlarci del laboratorio e del lavoro di ricerca che effettuate?

Per me la ricerca ha due finalità importanti: la prima è l’acquisizione di conoscenze sugli ecosistemi marini che offrono tanto all’uomo e alla società. Spesso non ce ne accorgiamo ma è doveroso acquisire  le conoscenze di base perché si sa pochissimo. Guardiamo a Marte, ma non sappiamo che si possono scoprire nuove  specie in ogni bicchiere di sabbia, prelevata nella spiaggia, dove facciamo il bagno.

Inoltre, conoscere l’ambiente marino permette di dare indicazioni ai gestori sia a livello locale, come i direttori delle Aree Marine Protette, ma anche ai Ministeri e all’Europa, affinché gli ecosistemi marini siano gestiti in modo da essere in uno stato sano, da proteggere la bio-diversità, che non è solo una scelta a fondamento etico ma è anche scelta di convenienza. Infatti gli ecosistemi sani ed ad alta bio-diversità forniscono alla società una serie di beni e di servizi –  che diamo per scontati ma che scontati non sono – che costituiscono un vantaggio.

Di che cosa ti occupi, nello specifico.

I filoni di ricerca più importanti di cui mi occupo sono centrati sul modello fauna ittica – pesci –  e sono: la conoscenza della biologia e dell’ecologia delle specie ittiche ma anche l’applicazione di metodi di pesca sostenibile e l’utilizzazione della fauna ittica come indicatore delle qualità degli ecosistemi marini.

Il motivo per cui noi lavoriamo in tantissime AMP è perché, adottando certe tecniche di raccolta dati sulla fauna ittica, siamo in grado di dire se una certa misura di protezione o gestione che è stata adottata in una certa AMP o in una certa zona, stia o meno proteggendo efficacemente la fauna ittica e l’ecosistema di cui la fauna ittica fa parte.

Come negli esami del sangue si contano i globuli rossi, la formula eritrocitaria,  noi misuriamo l’abbondanza dei pesci, la loro taglia, quante specie sono presenti, se ci sono i giovanili, se i riproduttori sono efficaci e grandi.

Si lavora anche per incrementare risorse.

Lavoriamo sulla gestione della pesca che in alcuni momenti può esser diminuita o sospesa al fine di ricostituire le risorse di pesca e perché successivamente i pescatori ne possano beneficiare.

Ci sono modalità di pesca che consentono di pescare meglio. È una questione culturale, nel senso che le risorse in mare sono condivise. Se si scatena una mentalità iper-competitiva, i pescatori si fanno del male reciprocamente perché pescano individui piccoli, immaturi, pur di pescare qualcosa che non sia pescato da un altro. Se si pesca in maniera cooperativa, – e ci sono degli studi che abbiamo fatto e che hanno mostrato risultati molto interessanti – il pesce ha tempo di crescere, i riproduttori di produrre uova e larve, nello scopo di rimanere in una situazione più ecologicamente sana e anche più abbondante produttiva per la pesca.

E ci colleghiamo al concetto di sostenibilità delle risorse viventi. Quando  parliamo di una miniera di carbone o riserva di petrolio una volta che estraiamo e usiamo il materiale, questo non esiste più. Per una risorsa vivente, come uno stock di pesca, i pesci sono vivi e devono poter crescere e riprodursi, in tal modo possiamo pescarne una parte, evitando di esaurire la risorsa.

PaoloVisualCensus1Visual Census ph. ©Egidio Trainito

L’Italia continua a perdere studiosi, ricercatori, una “fuga di cervelli”, una diaspora che sembra non finire.

Io non sono molto d’accordo sul concetto di “fuga di cervelli”, perché di geni ce ne sono stati pochi nella storia. Qui consideriamo Einstein e quelli che hanno inventato cose fondamentali.

Quello che sta succedendo, ben più grave, è che dall’Italia se ne stanno andando tante persone normali, ma con tanta voglia di fare, tanta volontà e tanta motivazione e competenze che spesso contano più della genialità, le quali non trovando spazio per meritocrazia, uno stipendio adeguato o altro, trovano occasioni altrove.

Io, per esempio, sono andato a Nizza e riesco a attirare cospicui finanziamenti dall’Europa o da altre realtà. Ciò significa che sono fondi che non arrivano in Italia e con ciò non si permette di dare qualche borsa di studio a giovani italiani, né  di pagare una fornitura per un servizio, giusto per fare un esempio.

Il problema non è solo che tanti se ne vanno, ma anche che l’Italia non è capace di attirare un francese, un tedesco o un asiatico che poi produce più di me o altri.

Da anni sei collaboratore attivo di tante Aree Marine Protette. Che cosa s’intende per AMP e perché la necessità  di costituirla?

In termini più generali un’Area Marina Protetta è un’area definita da un perimetro a mare soggetta a qualche regola più stringente rispetto alle leggi nazionali vigenti. Nel contesto italiano, incluso quello sardo, le aree marine protette hanno un perimetro all’interno delle quali al 90 % si può entrare, i pescatori locali professionisti possono pescare e in ampie aree anche i pescatori ricreativi possono pescare salvo i pescatori in apnea con il fucile sub. Queste zone sono dette ‘zone tampone’ e corrispondono alle cosiddette zone B e C delle AMP italiane. All’interno delle AMP ci sono poi piccole zone, dette zone A, in cui si può entrare unicamente per sorveglianza, se c’è un’urgenza o un soccorso, o per motivi di ricerca previa autorizzazione.

Per esempio, nell’Area Marina Protetta di Tavolara, le uniche zone totalmente interdette sono un settore presso Punta del Papa presso l’Isola di Tavolara e intorno all’isolotto di Molarotto. Nel resto si può accedere con l’imbarcazione andando a velocità moderata. Possono operare i pescatori professionisti muniti di licenza e in una zona C, molto ampia, anche i pescatori ricreativi, se si registrano presso l’Area Marina Protetta e chiedono autorizzazione, possono, seguendo alcune regole, pescare e divertirsi.

Un’Area Marina Protetta è uno strumento che se lo si usa bene – e i dati che provengono oltre che dal Mediterraneo, da tutto il mondo, lo confermano – è un’occasione di legalità e ha il potenziale di produrre un ritorno economico molto importante.

Epinephelus_marginatus_AB_corteggiamento_12.08.50Epinephelus Marginatus Corteggiamento ph. ©Egidio Trainito

Parliamo del problema legato all’aumento della temperatura del mare che sembra stia alterando l’habitat marino. Qual’è la reale situazione?

Innanzitutto bisogna distinguere tra effetti diretti o indiretti. L’aumento della temperatura per sé è qualcosa che cambia le condizioni ecologiche dell’ambiente. L’aumento della temperatura delle acque marine è la conseguenza di cambiamenti climatici di origine antropica, ma i cambiamenti che stanno avendo luo in Mediterraneo sono determinati anche da altre concause.

A causa dell’apertura del Canale di Suez, abbiamo aperto la porta a specie più affini alle acque calde, come quelle del Mar Rosso, che sono entrate a centinaia, migliaia nel Mar Mediterraneo e alcune decine hanno trovato un habitat “caldo” ideale.

Il Mediterraneo, nella parte Est, è sovrapescato, alcune di queste specie del mar Rosso non hanno trovato quelle difese naturali, quei grossi pesci predatori, come le cernie per esempio, che mangiandosele possano controllare le loro popolazioni.

Due specie in particolare, entrate attraverso il canale di Suez, stanno desertificando le coste rocciose del Mediterraneo orientale, nel senso che qui vediamo la roccia con sopra le alghe, mentre in alcune coste rocciose turche e libanesi la roccia appare “liscia”. Non c’è più nulla. Questi pesci erbivori, chiamati pesci coniglio, brucano le alghe e si riproducono velocemente. Sono già arrivati nel basso Adriatico e in Sicilia (sono abbondanti a Lampedusa) e  si cominciano ad avere segnalazioni anche nel Tirreno.

Questo è un effetto dell’innalzamento della temperatura che cambia le condizioni ecologiche. Si fa spazio a nuove specie che eliminano specie di alghe, ma anche per competizione specie locali come la Salpa, pesce erbivoro mediterraneo, ormai quasi sparita lungo le coste della Turchia.

Poi c’è da considerare l’effetto indiretto. Alcune patologie dovute ad infestazioni di parassiti, protozoi, virus e batteri diventano molto più virulente in acque più calde. C’è una patologia diffusa che colpisce le cernie, spigole e altri pesci che si presentano o morenti in superficie o morti sul fondo e hanno gli occhi bianchi. Si possono vedere anche murene viventi con gli occhi bianchi. Questo è un virus la cui virulenza aumenta d’estate con l’aumento della temperatura delle acque e in generale è aumentato negli anni, come conseguenza di temperature mediamente più elevate.

Come può intervenire l’uomo?

Ci sono tanti modi per fare qualcosa nella giusta direzione. Nelle Aree Marine Protette dove si pesca meno e meglio o nelle zone A dove non si pesca, ci sono tanti pesci, alcuni molto grandi che sono predatori efficaci e possono nutrirsi di quelli che entrano dal Canale di Suez, limitandone l’espansione.

L’uomo stesso può far qualcosa. Queste specie invasive possono esser pescate e proposte attraverso un’attività di promozione nei ristoranti. Esistono ormai ricette fatte col pesce leone, il Lion Fish, che è uno scorfano tropicale entrato dal Mar Rosso. Sono pesci molto buoni. Dopo un’iniziale diffidenza, lentamente si stanno affermando sul mercato.

Ma non si può intervenire se si raddoppia l’ampiezza del canale di Suez, come è successo in Egitto, e se si preferisce fare delle scelte in funzione di un’economia di ritorno a breve termine.

La pesca e la necessità dei fermi biologici. Perché è importante rispettarli?

Quello che si dovrebbe fare è arrivare ad un equilibrio tra quello che gli ecosistemi marini offrono come risorse e quello che noi possiamo prelevare. Perché quando la pesca è aperta ed è eccessiva si fa un danno ambientale. Se si ferma siamo noi con le nostre tasse che paghiamo la flotta perché stia ferma, ciò non ha nessun senso. Io voglio bene alla categoria dei pescatori artigianali, ma poi c’è tutta la componente semi-industriale o industriale del Mediterraneo e quelle sono spesso grosse aziende. Se un negozio non riesce a vendere pomodori o cornici di quadri chiude. Non è che il negozio resta chiuso e attraverso convenzione fondi pubblici il titolare guadagna lo stesso. Siamo in una condizione di dover affrontare un’economia della pesca industriale che non ha una sua economicità, che sta in piedi grazie ai sussidi. Non ha senso. Paghiamo per avere un danno.

Una situazione diversa si palesa se si parla di supporto alla gestione per la pesca locale, artigianale. Primo perché la pesca artigianale è un’attività economica, ma ha anche grosse implicazioni culturali. Come si può pensare a certi borghi marinari senza i pescatori. Quanta immagine di borgo marinaro attira turisti che vedono nei nostri borghi autenticità, genuinità…essi creano economia.

Relativamente alla gestione degli stock, i pescatori locali non si muovono tanto, pescano localmente. Quindi quando si parla con loro  – ho avuto la fortuna di conoscerne tanti dotati di grande intelligenza e capacità – utilizzano dei sistemi di autocontrollo. Infatti sanno che se pescano tutto oggi, domani fanno la fame. Mentre un grosso peschereccio che dipende da una grande compagnia sfrutta a fondo le risorse in un tratto di costa e poi si muove verso un altra zona, il pescatore di Castelsardo, per esempio, non andrà in Tunisia, ha quindi interesse a conservare e gestire meglio le sue risorse locali.

Inseriti in un contesto un po’ più moderno, l’idea di “pescatore” può essere interessante per mantenere quell’immagine di borgo marinaro che funziona dal punto di vista turistico. Infatti il ristorante “Il pescatore” lo si trova un po’ ovunque. Si può integrare in loghi di sostenibilità se si pesca come si deve e integrare in una struttura come un’Area Marina Protetta se viene ben pianificata. Implicando i pescatori anche nella gestione e non dando sussidi a fondo perduto, ma aiutandoli ad evolvere verso qualcosa che sia più adeguato ai nostri tempi.

Altro punto importante è che se si guardano le specie target, la piccola pesca non si focalizza su poche, ma è una pesca multi-specifica. L’impatto del prelievo, quindi, non si concentra su alcuni stock che vengono devastati. Il pescatore professionale locale conosce bene il suo mare, sa che in alcuni mesi deve usare un certo strumento perché arrivano le seppie, poi cambia attrezzo perché arrivano le triglie, etc… e facendo così tutti gli stock hanno un pochino di tempo per riprendersi.

Per contro la pesca al tonno rosso viene fatta da grandi imbarcazioni e si mira solo a quella specie perché ha un grande rendimento economico. E purtroppo, anche se sono state fissate delle quote, spesso si pesca più del dovuto.

E quindi, parliamo di pesca sostenibile.

Noi lavoriamo sulla pesca sostenibile che risponde ai seguenti criteri. Quello ecologico: pescare con attrezzi che non impattino l’ambiente, che non impattino i pesci troppo piccoli che lascino i pesci grossi perché sono i riproduttori, non solo poche specie, cercando di non pescare troppi pesci predatori per non intaccare l’ecosistema. Facciamo programmi educativi per insegnare a pescare e consumare più specie, anche quelle che non si conoscono e non si cucinano più, specie che  un tempo si conoscevano e mangiavano.

Poi c’è la sostenibilità sociale ed economica: scegliendo specie che sono pescate localmente invece di andare a nutrire l’economia di un grande investitore di chissà dove, facciamo vivere meglio il pescatore locale che è quello più interessato a gestire meglio il proprio stock, vettore di una cultura importante e che è colui che contribuisce all’economia locale.

Parablennius_pilicornisParablennius Pilicornis ph.©Egidio Trainito

La plastica e i suoi immensi danni ambientali è un problema da affrontare con una certa urgenza. Tutti siamo rimasti colpiti dalla morte del Capodoglio, rinvenuto nei pressi di Cala Romantica,  a causa dei tanti chili di plastica ingeriti. Bisogna dire che si sta lentamente diffondendo una certa coscienza ecologica. L’ONU ha dato dei parametri ma alcuni paesi ancora non li rispettano. 

Il problema grave, oltre a quello evidente delle macro-plastiche che tutti vedono, è che tutte le plastiche si frantumano e diventano microplastiche. Le microplastiche entrano nelle catene trofiche, nelle catene alimentari, entrano negli organismi. E alcuni di questi organismi vengono mangiati da noi, entrano dentro il nostro corpo. Si è già cominciato ad osservare dei residui di microplastiche nel sangue umano di cui non si conoscono (ancora) gli effetti. Ma ciò non è sicuramente positivo.

Il discorso della plastica è ora di moda e ognuno nella vita quotidiana dovrebbe fare la sua buona azione che non è unicamente di non gettare la plastica in mare. Ogni volta che facciamo la spesa portiamoci una sacchetto di tela e facciamo estrema attenzione a comprare confezioni che non abbiano imballaggi di plastica. Non dobbiamo solo riciclare la plastica, ma dovremo arrivare a non produrla o a produrne il meno possibile.

Come potrebbe intervenire la comunità internazionale su questo problema?

Diciamo che ci sono due modalità d’intervento, una top-down dall’alto al basso, e l’altra bottom-up dal basso verso l’alto. L’Europa, le Nazioni Unite si sono date dei target a cui molti paesi aderiscono, anche se spesso non soddisfano questi criteri nella realtà. Si vede una certa propensione a risolvere il problema, ma non si è arrivati alla questione fondamentale. Come diceva Einstein ”Non si può risolvere un problema con la stessa mentalità che l’ha generato”. Quindi finché i paesi seguiranno globalmente un modello economico che è teso alla persistente e continua crescita economica con conseguente misurazione attraverso indicatori come il PIL (prodotto interno lordo) che hanno una meccanica molto precisa non andremo da nessuna parte. Nel senso che siamo ad una crisi economica, ecologica e sociale per una contraddizione fondamentale: la terra ha delle risorse che hanno dei limiti, non sono infinite e noi pretendiamo che i sistemi economici dei paesi perseguano una crescita infinita.

Questa è una contraddizione che non può continuare a lungo. Non c’è stato un cambiamento culturale che possa permettere di cambiare i nostri obbiettivi. Se l’obbiettivo è la crescita persistente possiamo alleviare problemi, possiamo ridurli, ma la direzione non è coerente con le risorse  che il pianeta può metterci a disposizione.

La questione bottom-up è relativa al fatto che le scelte non si fanno solo ai piani alti. Se, come già dimostrato, nelle persone si sviluppa una certa cultura a livello di società e se le persone adottano un certo approccio culturale al consumo delle risorse, il mercato non può che adeguarsi. Se domani non compriamo più alcun prodotto che abbia un involucro di plastica  di conseguenza il produttore non produrrà più tali involucri.

Ho molta fiducia nella capacità che hanno le persone di indirizzare il mercato e le scelte politiche perché il politico ascolta l’elettorato. Ben venga, Greta, la bimba svedese e tutti i giovani che coinvolge. È uno strumento di comunicazione magnifico.

C55468E5-CCE8-4B90-8195-C3E4A7C8A320Epinephelus costae maschio  ph. ©Egidio Trainito

Siete impegnati in tantissimi progetti. Ma quale idea soggiace ai vostri progetti?

L’idea progettuale del nostro laboratorio è un laboratorio che fa socio–ecologia ovvero la conservazione delle risorse, la protezione dell’ambiente vengono fatte non tenendo l’uomo al di fuori, ma coinvolgendo l’uomo all’interno del sistema, fare Possiamo escludere l’uomo in zone limitate, ma come modello da perseguire, dobbiamo arrivare ad un modello di sostenibilità in cui l’uomo e la società siano presenti ma interagiscano e sfruttino l’ambiente in modo assolutamente sostenibile.

La sostenibilità viene declinata attraverso le sue tre colonne: la sostenibilità ambientale con tutti i principi ecologici che partono dal diritto stesso delle diverse specie di esistere, noi non siamo l’unica che ha il diritto di esistere e giovarsi del pianeta poi c’è la sostenibilità sociale ed economica. E questa sociale ed economica fa riferimento ai diritti e all’equità, per cui anche quando un’area marina protetta viene istituita, non ci si può dimenticare che in quel territorio c’erano delle persone e delle categorie che avevano una loro economia. Se  non si riesce a supportare una certa economia locale perché incoerente rispetto ai principi di conservazione, bisogna supportare la sua conversione. Quindi la socio-ecologia prende in considerazione la conservazione dell’ambiente, la valutazione degli impatti, cercando di fornire soluzioni.

Mi parli nello specifico del censimento visivo dei pesci di cui si occupa il vostro laboratorio.

È una metodica di acquisizione di dati sulla fauna ittica standardizzata dalla metà degli anni 80 che non prevede alcuna raccolta, alcun campionamento di pesci. Bisogna avere una competenza subacquea in primo luogo. Si raccolgono i dati usando una tavoletta con dei fogli A4 plastificati e matite, ma bisogna saper riconoscere le specie, contare gli individui e valutare le taglie ‘ad occhio’. Noi raccogliamo dati in diversi habitat marini, censiamo le specie che sono presenti, valutiamo la loro abbondanza e la loro taglia individuale per poi stimare una variabile sintetica che è la biomassa, misurata come peso su superficie standard (ex., g/m2). Sembra semplice, ma non lo è.

Stimare la biomassa ci permette di comprendre quanto bene o male stia un ecosistema costiero in relazione, per esempio, alla pressione di pesca.

Personalmente ho condotto studi usando il censimento visivo presso diverse Aree Marine Protette sarde come Tavolara, Villasimus, Asinara, Capocaccia e Sinis, oltre ad alcune Zone Natura 2000. La Sardegna ha un patrimonio naturale costiero notevolissimo, un vero punto di forza, in cui la parte culturale e storica si itreccia con quella ambientale. Presso l’AMP di Tavolara, per esempio, eseguiamo due campagne all’anno per monitorare la fauna ittica dal 2005. Abbiamo una serie di dati che è storica e straordinaria, unica nel Mediterraneo.

La fauna ittica oscillare cambia molto nel tempo, ma ciò che si vede chiaramente è la capacità di recupero della fauna ittica soprattutto nelle zone A. All’interno delle zone A la biomassa di pesci è molto più elevata rispetto ai conteggi che facciamo fuori dall’area marina protetta, con valori intermedi nelle zone tampone (zona B e C). L’effetto riserva è limpido, chiaro, indiscutibile.

L’effetto riserva innesca poi il cosiddetto effetto spillover: quando la zona A è piena di pesci, essendoci troppa competizione all’interno, molti pesci escono e si muovono verso altre zone. Sono così esposti alla pesca e questo è un vantaggio per i pescatori.

546d443f-fcdf-41e9-8697-c13cd750f4dc.pngSecca Papa ph. ©Egidio Trainito

L’uomo ancora non ha capito che il mare è fonte di vita e mostra sempre meno attenzione. Si dovrebbe iniziare a parlarne fin dalle scuole primarie. Cosa ne pensi.

L’idea che si ha della figura del ricercatore è che sia uno che ha la testa piena di numeri e cose complesse. In realtà oggi un ricercatore ha fallirebbe la sua missione se non avesse come fine anche quello di interagire con i più giovani, non solo con gli studenti universitari, ma anche i bimbi, a partire dalle scuole elementari o anche prima.

Ci sono modalità di trasmissione di informazioni che bisogna acquisire perché quando si parla con un bimbo si parla con una personcina molto attenta, che assorbe velocemente e naturalmente gli inputs. Così come per le lingue o per la musica quando si comincia a 5 anni i bambini sono incredibili, acquisiscono informazioni con rapidità e con una naturalezza di cui un adulto non è capace, non si devono sforzare.

La stessa cosa vale per il rispetto dell’ambiente, così come il rispetto per ciò che è bene comune e pubblico. Se si lavora con i bimbi e si inizia ad incanalarli verso questo tipo di approccio, inoltre, quando il bimbo che torna a casa e vede il papà o la mamma che usano la busta di plastica o fanno qualcosa che non va, è il bimbo che ha una capacità d’intervento efficacissima.

Sarebbe interessante avere gruppi di laureati che si dedichino alla comunicazione con i bambini e i ragazzi nelle scuole.

Le ricerche sul campo sono indispensabili per capire dinamiche e valutare eventuali soluzioni? Ci parli di eventuali differenze tra l’approccio scientifico francese e quello italiano? 

Diciamo che è indubbio che una nazione come la Francia abbia molta più capacità organizzativa, cioè riesce ad agire a livello di sistema. Mentre l’Italia ha molte punte di diamante, però ha scarsa capacità organizzativa e non è capace di agire come “sistema”.

In Sardegna ci sono delle AMP che sono dei punti di riferimento anche per altri paesi europei, i cui dati dimostrano che l’efficacia è evidente e più chiara ripsetto ad altre realtà non italiane. In Italia, tuttavia, ci sono anche alcune Aree Marine Protette che lo sono solo sulla carta e questo va cambiato, in meglio.

L’esempio un AMP in Puglia, in provincia di Brindisi, l’AMP di Torre Guaceto, dove io lavoro da tanto tempo, è famoso uno tra gli esempi più noti al mondo per la cogestione della pesca locale. I pescatori andando a pescare meno, ma meglio, quando escono pescano molto di più e valorizzano meglio il pescato.

Si potrebbe fare qualcosa per migliorare la ricerca, secondo te?

Se si usano bene i fondi della ricerca, si potrebbe fare di più. Una cosa che sarebbe fondamentale fare – e anche qui la differenza è tra mentalità europea e anglo-americana – è finirla con l’immensa burocrazia attuale, perché quando facciamo un progetto europeo il report economico-finanziario, con tutti i vari scontrini, costituisce l’80 percento e la parte scientifica è quasi marginale. Invece quando si ragiona con un approccio “americano” il processo è più fluido: io cerco un finanziatore, propongo un’idea e dico quanto costa. Il finanziatore accetta ed esige soprattutto “i risultati”.

Per i progetti EU trascorriamo la maggior parte del tempo a giustificare le spese. Io preferisco cercare finanziamenti da fondazioni private che vanno ad obiettivo, ma non si può non stare nello spazio EU della ricerca, quindi ben vengano ovviamente anche i finanziamenti europei.

ba64d07f-dcc8-4434-a30a-83236871b8c9.pngDotto Posidonia ph. ©Egidio Trainito

Quali progetti futuri?

Ho alcuni piccoli progetti innovativi in corso, come lo studio dei rumori dei motori marini in acqua, ma ormai la mia strada è quella di cercare di fornire informazioni e soluzioni per risolvere le forme d’impatto che l’uomo produce in ambiente costiero, gestire le risorse e l’ambiente nel modo più adeguato possibile, per preservare la biodiversità e nel contempo far sì  che le comunità locali possano trarre il giusto beneficio.

Ti piacerebbe stabilizzarti definitivamente in Sardegna?

Non solo mi piacerebbe. Vengo qui il più spesso possibile. Ho avuto tante offerte per rientrare in Italia, in sedi universitarie, ma ho sempre dichiarato che non rientrerò salvo in Sardegna che non è la mia terra nativa, ma la mia terra d’adozione, dove mi sento bene.

 

 

 

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