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Sardinia Ferries
OLBIAchefu - brevi racconti

Ajò – seconda e ultima parte

Spesati orizzontale

Ajò

VII

Peppe Linaldu aveva di fronte a sé quel piccolo prete che l’aveva cresimato e che l’aveva anche sposato un quinto di secolo prima. L’uomo sapeva che quel sacerdote era profondo conoscitore dei fatti della sua vita e si rendeva conto che con lui non poteva esibire l’arroganza della forza fisica. Doveva, per forza di cose, confrontarsi ad armi pari con la sola parola. Cosa non facile per uno come lui che aveva la borsa carica di denaro ma era piuttosto vuoto sul piano dialettico. Fu un confronto difficile, col sacerdote che si esprimeva in gallurese e Linaldu che rispondeva in terranovese

Morostesa 2019

Dei stà trancuillu. La steddha è in locu bonu e sigùru(12)

Mi deves prima narrer inue est sa piseddha..(13).

Eu ti l’aragghju a dì a lu momèntu soiu; ma tu mi dei prumittì chi t’arài a cumpultà comu si dei cun iddha(14)

M’at fattu una cosa ki non mi deviat faghere. Non bi la poto peldonare. Cando m’intrat in manos li trunco sos ossos(15).

Eu pensu chi tandu tu, a tò fiddhola, non l’arai a vidè tantu lestru(16).

Il dialogo s’interruppe. Linaldu guardava fuori dalla finestra della casa del prete. Lo sguardo era fisso nel vuoto e i pensieri che incrociavano nella sua testa erano talmente tanti e diversi che, alla fine, manco l’uomo avrebbe potuto dire a che cosa stesse pensando in quel momento. Don Jlgòlu, capito lo stato mentale dell’interlocutore, attaccò

– Io ti capisco. Lo so che i genitori sperano che i figli diventino migliori di loro e che se un padre ha sbagliato altrettanto non debba accadere al figlio. Ma chi ha sbagliato non può ergersi a inflessibile giudice degli altri. Manco di una propria figlia. Tu sai che io non ho perso la memoria e che ricordo molto bene di come dovetti salvarti dall’ira del tuo futuro suocero quando la madre di Candìa rimase incinta e tu ti nascondesti perché non volevi sposarla. Adesso io ti chiedo, anzi: ti impongo, che tu per tua figlia abbia la stessa pietà che reclamavi per te.

Apo netzessidade de bi pensare. Como so’ troppu confùsu. Nos podimul viere da-e inoghe a calki die?(17)

Celtu. Torra candu ti la senti di continuà chistu rasgiunamentu.(18)

Si salutarono e Linaldu fece rientro a casa sua.

Mentre camminava, l’uomo si chiedeva se dalle parole del prelato gli fosse arrivata una qualche indicazione circa il nascondiglio della figlia e chi le facesse compagnia in quel momento. Anzitutto si era rincuorato un poco: il vecchio prete gli aveva detto che Candìa era in luogo adeguato e sicuro. Il che voleva dire che non correva pericoli per la sua incolumità e le sue virtù non erano insidiate. Doveva, inoltre, essere un luogo inaccessibile per lui se poteva anche verificarsi il caso che lui, la figlia, non la vedesse più. Che fosse un luogo posto fuori da Olbia? Ma fuori da Olbia, dove? Se solo si fosse trovata in Sardegna, sarebbe stato impossibile riuscire a presumere dove potesse essere finita quella disgraziata. E, così ragionando, si stava nuovamente caricando contro la figlia. Riuscì a bloccare questo istinto avverso alla giovane e si disse che, in fondo, doveva stare sereno perché, evidentemente, niente di irreparabile era successo a Candìa. Sapeva che, anche se don Jlgòlu nulla aveva detto al riguardo, c’era, sottinteso, il controllo del prete sulla situazione e, pertanto, alcunché di spiacevole poteva capitare alla figlia. Arrivato a casa si tolse il cappotto, salì in cucina dove prese una forma di formaggio, con un coltellaccio lungo e affilato ne tagliò uno spicchio e lo mangiò più per dire a sé stesso che stava pranzando che non per appetito. Si chiese, in quella situazione, come avrebbe potuto passare la giornata. Di sicuro non era dell’umore giusto per andare al tzilleri. E, poi, quello era un ambiente pericoloso per un uomo in quella situazione psicologica: qualche bicchiere di vino in più e, in un momento di debolezza, poteva anche uscirgli di bocca qualche parola compromettente per lui e per la figlia. No, al tzilleri non sarebbe andato. Poteva andare a passeggiare ai giardinetti tra il molo Brin e l’isola Bianca, ma non era ora giusta: cosa avrebbero detto di lui vedendolo alle due del pomeriggio in mezzo ai fiori e alle siepi dove, nelle ore di scarsa frequentazione, le giovani coppie di innamorati andavano a inabissarsi per godere di un poco di intimità? Manco i giardinetti andavano bene. Non gli restava che la campagna: lì nessuno gli avrebbe posto domande pericolose o impertinenti e avrebbe passato il tempo con un po’ di serenità interiore.

Subito dopo prese l’auto e si diresse alla vigna col programma di passare lì il pomeriggio. All’imbrunire sarebbe tornato a Olbia e si sarebbe appostato nei pressi della casa del prete per osservare, non visto, chi sarebbe andato a trovarlo.

Iniziò a girare nervosamente fra i filari. In condizioni di serenità avrebbe osservato con grande attenzione le piante: adesso le vedeva ma non gli importava nulla di quei rigonfiamenti dai quali sarebbero venuti fuori foglie, fiori e grappoli d’uva. Così spostandosi arrivò al confine con la vigna di Jùanne e lo vide a pochi passi dalla cantina, intento a ripristinare un piccolo sedile in granito appoggiato al muro della costruzione. Anche il giovane lo vide e, con fare distratto, si portò dentro il fabbricato, raggiunse Candìa e le spiegò la situazione

– C’è tuo padre in circolazione! Non uscire da questo stanzino per nessuna ragione, almeno fino a quando non sarò io a riaprire la porta.

La ragazza, resa di ghiaccio dal terrore, annuì e corse a ritirarsi in quel piccolo vano dove Jùanne teneva tappi, etichette, bottiglie vuote e damigiane in vetro. Il giovane chiuse la porta a chiave e si mise quest’ultima in tasca; quindi, con l’aria di chi è intento al lavoro senza notare ciò che gli accade attorno, ritornò a quel sedile da aggiustare. In quel momento, Linaldu era a pochi metri dal giovane che, quasi con noncuranza, lo salutò. Linaldu, questa volta, rispose con un’affabilità mai dimostrata

Sempre trabagliende? Juà(19)

Ghjà l’ischidese ki in campagna b’hat sempre cosa ‘e faghere, Tziu Pè! Cosa, bos selvit?(20)

Nono! So ‘ennidu a passare oras. Hapo bisonzu de mi distraìre et troppu cosas in conca. Non pot’istare in domo.(21)

Ite bos hat sutzessu?(22) – fece il giovane dissimulando perfettamente la concreta conoscenza di quelle ragioni –

Nuddha: roba ‘e trabagliu. Ma, como, no nde kelzo faeddare. Ti dimando solu unu piaghere: si pro casu ti capitada de idere at fiza mia in calki logu, mi promittisi ki ‘enis a mi lu narrere? (23)

Ghjà est cosa chi poto faghere. Ma pruite mi lu preguntades? Non bi lu podides preguntare at issa?(24)

Preso alla sprovvista da quella domanda, l’uomo, quasi balbettando, rispose

Eo bi lu pregunto. Ma hapo comente s’impressione ki non mi nelzat tota sa veridade. Tando, bi poto contare?(25)

Contadebei.(26)

VIII

Non appena Linaldu e la sua vettura furono scomparsi all’orizzonte, Jùanne corse come una lepre ad aprire la porta dello stanzino dove era rintanata Candìa. Raccontò tutto alla giovane, dopodiché disse

– Tuo padre, evidentemente, non sospetta che tu possa essere qua. Dobbiamo, d’ora in poi, stare però molto guardinghi: non vorrei che la mia disponibilità lo spingesse a tornare più spesso qui.

La ragazza capì il senso di quelle parole e prese l’impegno di non uscire dalla casa nelle ore di luce per evitare di essere vista anche a distanza. Per un attimo, le sembrò di essere caduta dalla padella nella brace: adesso doveva per forza stare nascosta in casa. Si rasserenò subito, pensando che il tempo, ancorché chiusa in casa, l’avrebbe passato col suo uomo vicino.

– Tu adesso ti rinchiudi in casa e mi aspetti qui. – disse Jùanne – Io mi lavo, mi cambio d’abito e vado da don Jlgòlu a raccontargli l’accaduto.

IX

Linaldu se l’era presa con comodo e, anziché dirigersi verso la casa del prete, orientò la macchina in direzione della sponda meridionale del golfo interno, quella più vicina all’isola Piana. Parcheggiò la vettura davanti alla spiaggia di Mogadiscio, a pochi metri dall’acqua e, senza scendere a terra, contemplò quel paesaggio che conosceva perfettamente. Osservandolo con attenzione percepì nettamente i cambiamenti che Olbia stava registrando. Pensò a come sarebbe diventata negli anni avvenire. Immaginò strade che bordavano il mare, case e palazzi affacciati sull’acqua. Pensò ad un porto sempre più grande, con tante navi che caricavano e scaricavano merci di tutti i tipi. Si chiese anche se in quell’aeroporto prossimo al paese, un tempo usato solo per il trasporto di militari, ne avrebbero costruito uno nuovo, più grande, per incrementare il trasporto di civili di tutte le razze del mondo. Intravvedeva, da quel luogo a lui ben noto e dal quale osservava Olbia quasi nella sua intierezza, i segni del cambiamento da paese in città e intuì che, se cambiavano così radicalmente i paesi, era inevitabile che cambiassero anche gli uomini, le loro idee ed i loro modi di vivere. Si commosse all’idea che di tutto quello sviluppo potesse non conoscere nulla sua figlia e iniziò a comprendere che pure in un cuore così refrattario al sentimento l’amore filiale qualche crepa la stava procurando. Si asciugò le lacrime col fazzoletto e mise in moto l’auto per andare a controllare le visite alla casa dell’ex parroco.

Rientrò in paese. A passo d’uomo transitò in alcune vie centrali ed al corso, prese la discesa che portava al vecchio porto romano e, finita quella, puntò dritto alla casa del prelato. Mentre l’auto si muoveva così lentamente, lo salutarono diverse persone e lui, diffidente per natura, ebbe come l’impressione che quei saluti fossero diversi dal solito, come se fossero conditi da sorrisini beffardi che, magari, volevano alludere alla situazione che quella svergognata gli aveva creato in casa con quella fuga notturna. Innervosito da queste sensazioni, diede una decisa accelerata alla macchina e questa sollevò un’enorme nuvola di polvere.

Parcheggiò l’auto in una traversa della via principale e, con fare distratto, si mise a sbirciare dallo spigolo di una casa appena in tempo per vedere che all’uscio della casa del sacerdote si era presentato, con due bottiglie di vino in mano, proprio il suo vicino di vigna.

C’entrava qualcosa con la vicenda?

– Ma no – disse a sé stesso – cosa c’entra costui con Candìa? Non ha senso che mi convinca che ci possa essere un legame con questo signor nessuno. Devo smetterla con queste ipotesi sballate, altrimenti finisce che mi sfuggono gli indizi più importanti. Però, ora che ci penso, non devo dimenticare che costui, a Cabu Abbas, l’ha presa a ballare e lei mi sembrava piuttosto contenta della compagnia.

E continuò a spiare.

Dopo pochi minuti, Jùanne uscì dall’abitazione, montò in macchina e ripartì.

Linaldu continuava la sua osservazione. Contò più di dieci persone, fra maschi e femmine, bambini, adulti e vecchi. Costoro si infilarono nella casa per uscirne, chi dopo pochi secondi e chi dopo venti minuti. Nessuno di loro, però, sembrava collegabile, in maniera plausibile, alla figlia. L’unico che poteva conoscerla era proprio il suo vicino di vigna.

Una volta esaurito quell’andirivieni dalla casa del prete, sconsolato, tornò in macchina con la sensazione di aver fatto comunque un buco nell’acqua. Anche se l’aver visto entrare quel Jùanne lo infastidiva non poco e quell’immagine del giovane che accedeva all’abitazione del prelato si appalesava nella sua mente con crescente frequenza.

Pensò pure di andare alla stazione dei carabinieri. Conosceva bene il maresciallo che la comandava: ne avrebbe parlato con lui e, di sicuro, nel giro di pochi giorni, magari poche ore, la ragazza sarebbe tornata a casa. Si era quasi convinto a visitare il maresciallo quando un dubbio, sibilante e feroce, si insinuò nella sua mente: lui poteva anche andare in caserma (e magari lo avrebbe visto qualcuno entrare o uscire!) ma, una volta illustrato il fatto, avrebbe dovuto lasciare di esso qualcosa di scritto. Avrebbe, cioè, dovuto documentare formalmente il tradimento della figlia e il suo furtivo abbandono della casa di famiglia. E questo scritto, dentro la caserma, sarebbe passato di mano in mano, dal maresciallo al brigadiere, dal brigadiere all’appuntato e magari fino all’ultimo carabiniere giunto ad Olbia! No, no: i carabinieri era meglio non cercarli. Addirittura, vergognandosi un po’ con sé stesso, si era pure chiesto “e se questa benedetta ragazza, un domani, dovesse avere una simpatia, magari ricambiata, proprio per un rappresentante dell’Arma, perderebbe un buon partito a causa dal pettegolezzo o, addirittura, dallo scandalo?”. Insomma, i carabinieri non li avrebbe disturbati!

Mise in moto e si diresse verso casa. Per quel giorno aveva già avuto numerosi sbalzi di umore e troppi accessi d’ira: era meglio ritirarsi fra le sicure mura domestiche.

X

Jùanne e Candìa, seduti mano nella mano, uno di fronte all’altra, riflettevano sulle parole di don Jlgòlu

– Se ci dice di non preoccuparci, avrà le sue buone ragioni. Non è persona che parla a vanvera.

– Io spero che agisca con la massima celerità, anche perché non è facile, per me, stare chiusa qui dentro mattina e pomeriggio.

– Ci siamo messi nelle sue mani e dobbiamo avere fiducia in lui.

Quel giorno, Jùanne era dovuto andare  in farmacia per acquistare cotone, acqua ossigenata e garze, sempre necessarie nei luoghi di lavoro manuale. Mentre lo stavano servendo, entrò in farmacia Filomena, nota pettegola e lontana parente di sua madre che, dopo averlo salutato con un cenno del capo, gli disse

Non ti k’andes ki ti devo fagher unu contu.(27)

Lui l’attese all’uscita fuori dal locale e quando quella lo raggiunse, la invitò a dire in fretta

Et it’hal de fagher?(28) – chiese ironicamente la donna.

Hapo lassadu sa inza a sa sola e devo cumprire in presse unu tribagliu.(29)

La donna, sottovoce, gli chiese

A l’ischis de sa fiza de Peppe Lisandru?(30)

Et ite b’hat de ischire?(31)

Un’amiga, ki trabagliat comente teracca in domo de sos Lisandros, m’hat nadu, nendemi de non nde faeddhare cum nisciunu, ki sa fiza de Peppe Lisandru si k’est fuida dae domo et ki isse l’est kilkendhe ma non resessit a l’agattare.(32)

Riuscì a rimanere impassibile a quella tragica confidenza, che dimostrava come certi segreti, pur presumendoli tali, diventano sempre di pubblico dominio. Rispose subito

Hat at esser una faula! Et daboi, pruite mi l’has kelfidu narrer?(33)

Pruite bi fit in giru sa ‘oghe ki fizis meda amigos cum sa pisedda!(34)

Lassa peldere, Filomé. Tottu faulas(35) – rispose il giovane che, con la scusa del lavoro, si congedò dalla pettegola per tornare alla vigna,  riproponendosi di non dire nulla a Candìa.

XI

Appena sveglio, Jùanne aveva deciso che quella mattinata avrebbe tinteggiato la parete principale della cantina, sia perché era la più importante del fabbricato, sia perché quella collocazione operativa gli avrebbe consentito di vedere a distanza chi si sarebbe avvicinato alla vigna. Alle nove, quando aveva già un paio d’ore di lavoro alle spalle, vide in lontananza un’enorme nuvola di polvere che si sollevava lungo la stradina interpoderale e, in mezzo a questo velo, dopo un po’ era comparsa la 1100 FIAT di Linaldu. Avvisò Candìa affinché si rintanasse nello stanzino d’ordinanza e, pennellando lentamente sul muro, attese che la macchina accedesse alla vigna. Il padre di Candìa scese e si avvicinò al padrone di casa. Salutò quasi con ossequio e chiese

– Come mai stai tinteggiando in questa stagione?

– Perché? Che controindicazioni ha questa stagione?

– E non lo sai che può piovere da un momento all’altro? Se piove perdi il lavoro ed il materiale.

– Non credo che per oggi piova. Inoltre, tempo un paio d’ore avrò finito. Non li do tempus, at s’abba.(36)

– E’ sempre meglio essere prudenti – disse Linaldu scandendo le parole con tono da sentenza -. Quando si forza sui tempi, è possibile che anche una stupidaggine rovini tutto il lavoro fatto. E possono essere guai!

Sentendo queste parole, Jùanne raggelò. Erano riferite a quei venticinque metri quadrati di tinteggiatura o, per caso, a qualcosa di ben più importante, per Linaldu e per Jùanne? Era casuale o voluta, quella battuta? Sapeva che quando si deve nascondere a terzi qualcosa di importante è bene evitare anche le allusioni e allora partì lui con un altro argomento

– Come sta andando la sua vigna?

– Mi pare che sia nelle condizioni della tua. Ho le gemme che si stanno gonfiando e in alcune viti sono presenti già alcune foglioline. Ho l’impressione che quest’anno avremo una notevole produzione di uva, sia in termini di quantità che di qualità; e devo dirti che sta iniziando a frullarmi in capo l’idea di non mandare più tutte le uve a quella cantina del cagliaritano e provare a fare anch’io un po’ di vino. Cosa ne pensi?

– Sono convinto che lei farebbe bene a vendere vino anziché uva. Il guadagno non è nell’uva, ma nella trasformazione dell’uva in vino. I soldi, chi ha le vigne, li può fare così. Se facciamo i conti, io, alla fine dell’annata agraria, produco un decimo della sua uva ma incasso un terzo di quello che incassa lei. Ma io vendo vino, lei solo uva. Per me, quindi, lei farebbe benissimo a produrre vino.

– E se io mantenessi per me una parte delle mie uve tu mi faresti utilizzare la tua cantina per fare il vino?

Jùanne fu spiazzato da quella domanda. Si rendeva conto che dire subito di no significava deludere le attese di quello che, a breve, sarebbe potuto diventare suo suocero, ma anche dire di si non era così agevole. Pensò che alla vendemmia mancava ancora molto tempo, di certo sufficiente per la risoluzione del problema e, così, si avventurò

– Penso che si possa fare. Magari bisognerà fare un ragionamento su quanta uva sarà in grado di macinare questa cantina…

– Non ti preoccupare di nulla, – lo interruppe l’uomo con l’aria soddisfatta di chi si è sentito rispondere come ardentemente sperava – se ci sarà bisogno di altre attrezzature mi farò carico io di comprarle!

Jùanne era stordito. Nel giro di pochi minuti aveva convinto Linaldu a fare vino, aveva garantito all’uomo l’utilizzo della sua cantina e aveva incassato la sua disponibilità ad investire in quella! Era come schiacciato dal peso degli accadimenti che si svolgevano senza che lui potesse minimamente condizionarli.

Andato via Linaldu, entrò in casa e abbracciò Candìa, pregandola di perdonarlo per la sua ingenuità. Quella lo rassicurò

– Vedrai che in qualche modo riusciremo a salvarci.

XII

– Devi dire a Candìa che scriva una lettera al padre – disse l’anziano prete -. Lo deve tranquillizzare e deve dirgli che lei lo sente sempre come il suo genitore e come la sua famiglia. Dille che non scriva troppe cose: non servono a nulla, in queste situazioni. La lettera ha solo la funzione di fargli capire che sta bene e che ha intenzione di riconciliarsi con lui. Dopodiché me la porti e la consegnerò io a Peppe Linaldu.

XIII

“Caro babbo, ti scrivo queste poche righe per farti doverosamente sapere che sto bene, che sono in un luogo sicuro e sono trattata benissimo. Soffro molto per non poterti vedere, per non poterti parlare e spero che, quanto prima, ti possa riabbracciare. Un affettuoso saluto da tua figlia, Candìa”. Linaldu lesse e rilesse quella lettera, davanti a don Jlgòlu che lo guardava seduto in cadrea ‘e reposu(37). Pensò alla figlia e gli vennero in mente le scene tipiche del gioco con lei bambina, quelle piccole vicende domestiche che costituiscono una sorta di condimento costante dell’evoluzione di una comunità familiare, ancorché minuscola come la loro. Si commosse e qualche lacrima gli bagnò le guance. Erano già passati cinque giorni ed ancora non aveva riascoltato la sua voce. Disse al prete che quella situazione lo stava sfiancando ma che ancora non si sentiva pronto a gestirla perdonando la ragazza.

Don Jlgòlu sorrise, un po’ amaramente, pensando a come un uomo, di fronte a fatti che potrebbero essere evitati con una normale dose di saggezza e di comprensione, riesca a immiserire l’esistenza sua e di chi gli vive accanto

– Non mi devi offrire una resa immediata. Possiamo attendere ancora. Adesso vai e rifletti: tua figlia, in poche parole, ti ha detto che per lei i vostri rapporti sono quelli di prima e non sarà questa vicenda a far venire meno, nella ragazza, l’amore e la dedizione per il padre.

Linaldu, stranamente più sereno in viso,  lasciò la casa del prete e si ritirò nella sua abitazione a rileggere più volte lo scritto della figlia.

XIV

Don Jlgòlu era notoriamente un campione di ottimismo: si era convinto che Linaldu sarebbe crollato presto ed avrebbe chiesto un armistizio. Lo disse a Jùanne

– Vedrai che non passerà molto tempo e ve lo ritroverete davanti capi basciu(38) a chiedere di riallacciare il rapporto con la figlia.

Deus lu fattede(39), perché più passa il tempo più vedo Candìa sconsolata e più, ho paura, si allontani la soluzione.

I giorni passavano e si avvicinava sa festa manna ‘e mesu maju(40), ma Linaldu non capitolava.

Continuava con le visite a Campu Longu ed a progettare collaborazioni con Jùanne.

Una volta rientrato in città dalla campagna, Linaldu continuava, silente e discreto, la sua opera di raccolta di informazioni e di indizi che, però, al momento non sembrava dare frutto alcuno.

Candìa iniziava ad essere molto preoccupata.

– Altro che capo chino! Mi sembra che mio padre, avuta garanzia che non corro rischi grazie alle assicurazioni di don Jlgòlu, stia giocando con noi come fa il gatto col topo. Dovremmo fare qualcosa.

– Fare qualcosa? E che cosa? – chiese Jùanne con curiosità mista ad apprensione.

– Io non posso continuare a vivere da reclusa senza avere colpe. Sto pensando che la cosa più saggia sia quella di andare via da Olbia.

– Mi sembra esagerato! Dove vorresti andare?

– Oltre il mare!

– E di cosa camperemmo?

– Mi hai detto tu che mio padre vuol comprare la tua vigna. Vendigliela! Con quei soldi pagheremmo il viaggio e le spese per vivere in attesa che tu trovi un posto di lavoro. Scegliamo una zona dove il lavoro non manca: vedrai che staremo anche meglio.

Ormai Jùanne era in ballo quanto la sua donna. Doveva agire e non perse tempo.

Da un telefono pubblico, posto dentro un bar della piazza centrale, chiamò un rappresentante friulano di prodotti enologici suo fornitore e gli chiese di verificare se c’era qualche posto di lavoro per lui in quelle zone. Dopodiché allestì il fascicolo dei documenti della vigna e comunicò a Linaldu la sua intenzione di accettare l’offerta di acquisto del vigneto.

XV

Olbia, in quei giorni, era molto distratta dall’arrivo della festa patronale. La gente, resa ancora più serena dalle belle giornate assolate e miti, si preparava psicologicamente a onorare San Simplicio e al divertimento collettivo. L’unico che non si sentiva toccato da quei festeggiamenti era Peppe.

Seduto davanti al tavolo di cucina, una volta andata via la donna delle pulizie, provava a riflettere sulla vicenda della figlia. Non era capace di stendere ragionamenti forbiti, ma aveva acume e sensibilità piuttosto marcati, che gli consentivano, pur col suo ridotto vocabolario, di analizzare in profondità i problemi e di mettere a frutto anche il suo istinto che, fino a quel momento, raramente l’aveva tradito. Sapeva di essere ad un bivio, fra la dimostrazione della sua piena autorevolezza  verso la figlia e l’accettazione della condizione di genitore che sottostà supinamente alle decisioni della sua prole. Non era facile, per lui, percorrere questa seconda strada, che l’avrebbe esposto ai giudizi ingenerosi, se non ironici, di quel tremendo tribunale morale che era l’opinione pubblica: un uomo, in primis, doveva esercitare la più completa signoria sui componenti della sua famiglia, pena la perdita di credibilità sociale. In fin dei conti, cos’era un uomo se non la sua credibilità sociale?

Ma Peppe iniziava a chiedersi se fosse da considerare obbligatoriamente giusto ciò che l’opinione pubblica pretendeva. D’altra parte, ripeteva a sé stesso, come cambiavano i gusti e le mode, ben potevano mutare le regole con cui i padri si rapportavano ai figli.

Avrebbe tentato, fu la sua decisione, una soluzione che salvasse entrambe le sue esigenze: quelle di uomo e quelle di padre.

XVI

– Ho parlato ieri col notaio. Ci aspetta lunedì prossimo nel suo studio. Portati appresso i documenti e io arriverò con i soldi.

XVII

Il lunedì successivo, prima della stipula dell’atto di vendita della vigna, in una stanza riservata messa disposizione dal notaio, Linaldu consegnò a Jùanne sessantamila lire in banconote stipate dentro una valigetta. Dopodiché, alla presenza del professionista, sottoscrissero l’atto e si strinsero la mano in segno di reciproca soddisfazione. Mentre lasciavano lo studio notarile, Linaldu chiese

– Se dovessi avere bisogno, potrei contare sulla tua collaborazione per risolvere eventuali problemi a Campu Galanu?

– Mi cerchi pure. Se sarò ad Olbia, verrò sicuramente.

– Perché – chiese come allarmato Linaldu – potresti andare fuori?

– Se mi cercasse un giorno che, ad esempio, dovessi trovarmi a Cagliari – rispose un po’ impacciato il giovane – avrei difficoltà a venire in vigna.

– Ahhh!

XVIII

La cinquecento impiegò oltre tre ore per raggiungere Porto Torres. L’avrebbero lasciata sul molo, nell’attesa che arrivasse un compare di Jùanne, residente a Nuchis, che l’avrebbe portata al suo paese con l’autorizzazione ad usarla sin quando il legittimo proprietario non fosse andato a riprenderla.

I due, muniti entrambi di una grossa valigia, salirono senza indugio sul piroscafo che li avrebbe traghettati a Genova da dove, sul treno, si sarebbero diretti alla volta di Muscoli, sconosciuto paesino del Friuli, dove avrebbero preso alloggio.

Il viaggio non fu comodo, specie per Candìa che, alla sua prima traversata in nave, conobbe il mal di mare.

Muscoli era una piccola frazione del comune di Cervignano del Friuli, collocata su una pianura immensa che, agli occhi dei due giovani, sembrava non finire mai. In buona parte, questa piana era ricoperta di piantagioni di mais, di alberi da frutta, di prati da foraggio e di enormi vigneti. Questi ultimi erano immensi e regolari, tutti impiantati secondo il modello che Linaldu aveva illustrato a suo tempo a Jùanne.

La scelta del paesino si era resa quasi obbligatoria dopo che Jùanne, attraverso quel rappresentante di prodotti enologici, si era messo in contatto con un imprenditore agricolo friulano che aveva necessità di un vignaiuolo esperto a cui affidare la conduzione di una sua vigna, di recente impiantata proprio a Muscoli, dell’estensione di venticinque ettari. Un’enormità, per Jùanne.

XIX

Con cadenza settimanale, Candìa inviava a don Jlgòlu una busta. Dentro di essa, regolarmente, viaggiavano un biglietto, per il prete, ed un’altra busta chiusa contenente una lettera per il padre. In quest’ultima, di norma, la giovane riportava notizie rassicuranti sulla sua salute e sulle sue condizioni economiche. Tutte le missive si chiudevano con l’auspicio di poterlo rincontrare a breve, non appena lui l’avesse consentito, per riappacificarsi.

Le lettere venivano regolarmente consegnate dal prete a Linaldu. A volte nella casa di quest’ultimo, a volte in quella del sacerdote.

Linaldu, ai ripetuti inviti del prelato a riappacificarsi con la figlia rispondeva sistematicamente Jà bi so’ pensendhe!(41), lasciando nel prelato la sensazione che, col tempo, si affievolisse il desiderio dell’uomo di ricongiungersi con la figliola.

XX

A quanti, inevitabilmente, chiedevano notizie della figlia, Linaldu rispondeva che la ragazza era andata a Trieste per aiutare una vecchia e lontana parente della madre, bisognosa di cure e introdotta nel mondo della pittura. Aveva scelto Trieste strumentalmente: non gli risultava che in quella città ci fossero olbiesi o loro parenti in vita.

XXI

Ormai, il tira e molla fra Linaldu e don Jlgòlu durava anni. Il prete, pur comprendendo ormai la tattica dilatoria dell’uomo, aveva provato più volte a convincerlo al perdono, ma non era riuscito ad avere soddisfazione. L’aveva stuzzicato pure con questioni prosaiche, come quella dell’eredità: tutti i suoi beni, tanto, sarebbero finiti alla figlia che sarebbe entrata in possesso di tutto quel fracicumu(42) senza aver manco accudito il genitore per tutti quegli anni e specie nei momenti di difficoltà di quest’ultimo.

Mi nd’affutto – gli aveva risposto Linaldu – Poto puru fagher testamentu et lassare tottu at sas monzas!(43)

Linaldu, agli occhi del prelato, appariva come cocciuto; ma dal suo punto di vista, non aveva tutti i torti.

In fin dei conti, lui aveva voluto censurare, pur con modi poco gentili, un comportamento della ragazza che, per la morale del tempo, non era stato elegante ed opportuno. Com’era possibile che una ragazza di buona famiglia, allevata ed educata come Candìa, potesse permettersi di rientrare a casa alle tre e mezza del mattino? Fosse almeno stata in compagnia delle amiche. Invece no: quelle, alla mezzanotte, erano a casa. E lei, dov’era? E, soprattutto, con chi era? Non era di certo sola alle tre e mezza di notte! E se sola non era, evidentemente, si trovava in compagnia di un uomo, dato che l’orario non era idoneo per il gentil sesso. Poteva lui sopportare questo fatto? E, ancora, poteva non sapere il nome dell’uomo che le faceva compagnia in quella circostanza? Ed a quale titolo, costui, si accompagnava alla figliola? Non era possibile soprassedere a ciò e dimenticare quanto era successo.

Nella sua testa le parole si mescolavano ai sentimenti ed alle pulsioni istintive e questa miscellanea non gli consentiva di porre fine a quel suo rifiuto, sempre più convinto, a rivedere Candìa.

 

XXII

Erano passati ormai cinque anni dalla fuga quando Candìa ricevette un telegramma: “Rientrate con somma urgenza. F.to don Jlgòlu”.

Peppe Linaldu, adagiato su un freddo letto dell’ospedale, il corpo rigido e gli occhi chiusi, sembrava un vecchio in punto di morte. Aveva cinquant’anni e ne dimostrava venti di più.

Il medico che li accompagnava disse loro che l’ictus aveva avuto effetti devastanti e che la speranza di salvarlo era veramente fievole. Mentre il sanitario parlava, Linaldu giaceva immobile, come inanimato.

L’avevano visto al corso Umberto che si accasciava di fronte ad una barberia dove, presumibilmente, si stava dirigendo. Era stato soccorso senza esitazione da due passanti che l’avevano prontamente caricato sulla prima automobile che transitava in quel momento. L’auto era partita a tutto gas ed a colpi di clacson alla volta dell’ospedale con un fazzoletto bianco che sporgeva da un finestrino laterale. Quando era arrivato al pronto soccorso, l’uomo era apparso in condizioni disperate.

Candìa era inconsolabile. Guardava il padre pensando che mai avrebbe immaginato di rivederlo in quello stato. Con la voce rotta dal dolore e dalla commozione, rivolta al medico, riuscì a dire soltanto

– Per carità divina, dottore, faccia di tutto per salvarlo! Non ha ancora conosciuto il nipote.

Linaldu, alle parole della donna, ebbe un sussulto ed aprì gli occhi. Guardò verso la figlia e sorrise. Sotto lo sguardo di Jùanne e di don Jlgòlu, Candìa lo abbracciò mentre le loro lacrime si mescolavano sulle guance.

Linaldu cercò anche di parlare ma, prontamente, il medico lo invitò a non sforzarsi. Don Jlgòlu gli si avvicinò e gli disse:

– Non dire nulla. E’ meglio se non ti sforzi a parlare. Avrai tempo nei prossimi giorni, quando starai meglio, per parlare con tua figlia.

Linaldu, ruotato il capo verso gli ospiti, non poté fare a meno di vedere il bambino che stava attaccato alla gonna di Candìa. Con un movimento lentissimo orientò il braccio come per toccarlo con la mano.

– E’ Giuseppe – disse la figlia – tuo nipote.

Il piccolo si avvicinò al nonno con imbarazzo e questi gli accarezzò la folta capigliatura.

Incrociò, Linaldu, anche lo sguardo di Jùanne: gli fece un sorriso ed un cenno col capo che sembrava voler dire “Guarda che avevo capito tutto!”.

 

XXIII

– Devo dirle signora, in tutta onestà, che non mi aspettavo un recupero così deciso; anche perché ero sicuro che non avrebbe resistito agli esiti dell’ictus. Nel giro di poco tempo tutti i valori delle analisi sono decisamente migliorati. Mi riservo di rivederlo ancora nei prossimi giorni ma mi pare che, contrariamente a quanto pensavo prima della sua venuta in ospedale, potremo dimetterlo fra non molto. Ovviamente, in questo caso, dovrà fare gli esercizi per la riabilitazione a casa.

– Quanto tempo durerà la riabilitazione?

– Ci vorrà molto tempo, ma se farà con costanza gli esercizi e lunghe passeggiate, il recupero potrà garantirgli un’esistenza quasi normale. Consideri che suo padre, in questo momento, ha l’intera parte sinistra del corpo pressoché inerte. Ma la fibra è buona ed io inizio ad essere motivatamente ottimista.

Dopo qualche settimana, Linaldu fece ritorno a casa.

XXIV

– Ho sempre saputo che l’uomo col quale sei fuggita era Jùanne. Non si sono mai viste, davanti alla porta di una cantina, impronte di scarpa di donna con i tacchi a spillo. Mi è tornato in mente lo sguardo che avevi quando ballavi con lui a Cabu Abbas. In quell’occasione ho capito che l’uomo col quale ballavi ti aveva conquistato l’anima ed ho agito d’impulso perché non ero pronto all’idea che tu potessi spiccare il volo dal nostro nido. Inoltre vedevo, da dietro lo spigolo di una casa, Jùanne che entrava ed usciva tutti i giorni da casa di don Jlgòlu: ogni volta che entrava aveva con sé due bottiglie di vino. Ho capito subito che erano un diversivo: don Jlgòlu non beve alcolici. Ma ho anche capito, col passare dei giorni, che, se da un lato non sopportavo l’offesa, dall’altro non sarei riuscito a vietarvi di stare insieme. Più passava il tempo, più ammettevo che non sarebbe stato giusto impedirvelo. Ho anche saputo del vostro matrimonio: in comune ho diversi amici che quando hanno visto la richiesta dei certificati fatta dal comune di Cervignano mi hanno informato. Ho preferito piangere da solo piuttosto che fare uno scandalo o perdonarvi subito. Non so se ho fatto bene o male: so solo che non riuscivo a fare diversamente.

– Al dolore mio non hai mai pensato? – chiese sommessamente la donna.

– In due è più facile sopportare il pianto e il dolore. Sapevo che non eri sola.

Linaldu, mentre il piccolo Giuseppe giocava nei paraggi, si rivolse quindi al genero

– E noi, Juà, dov’eravamo rimasti?

– Che lei voleva fare il vino in quella cantinetta insieme a me – rispose il genero-.

– Cosa dici, ci proviamo quest’anno?

– Ajò!

© Antonio Appeddu

Per leggere la prima parte del racconto cliccare qui

 

12) Devi stare tranquillo. La ragazza è in un luogo adeguato e sicuro (gallurese)

13) Prima mi devi dire dov’è la ragazza

14) Te lo dirò al momento giusto; ma tu mi devi promettere che ti comporterai con lei come si deve (gallurese)

15) Mi ha fatto un’azione che non doveva permettersi. Non posso perdonarla. Quando l’avrò fra le mani le romperò le ossa.

16) Penso che tu, tua figlia, non la vedrai molto presto (gallurese)

17) Ho bisogno di pensarci. Adesso sono troppo confuso. Potremo vederci tra qualche giorno?

18) Certo. Ritorna quando ti sentirai in grado di proseguire questa discussione

19) Sempre al lavoro, Giovà?

20) Lo sapete che in campagna c’è sempre qualcosa da fare, zio Pè! Avete bisogno di qualcosa?

21) No! Son venuto a passare un po’ di tempo. Ho bisogno di distrarmi e troppe cose in testa. Non riesco a rimanere in casa.

22) Cosa vi è successo?

23) Nulla: questioni di lavoro. Ma, adesso, preferisco non parlarne. Ti chiedo solo una cortesia: se per caso ti capita di vedere mia figlia da qualche parte, mi prometti che vieni a dirmelo?

24) È cosa che posso fare. Ma perché me lo chiedete? Non potete fare la domanda a lei?

25) Io glielo chiedo. Ma ho l’impressione che non mi dica tutta la verità. Allora, ci posso contare?

26) Contateci

27) Non ti ne andare che devo raccontare qualcosa

28Cosa devi fare?

29)  Ho lasciato la vigna e devo finire in fretta un lavoro.

30)  Hai saputo della figlia di Peppe Lisandru?

31) Cosa c’è da sapere?

32) Un’amica mia, che lavora come domestica nella casa dei Lisandru, mi ha detto, avvertendomi di non riferire nulla a nessuno, che la figlia di Peppe Lisandru è scappata da casa e che lui la sta cercando senza riuscire a trovarla

33) Sarà un bugia! E poi, perché me l’hai detto a me?

34) Perché si diceva che foste molto amici, con la ragazza

35) Lascia perdere, Filomé. Sono tutte bugie

36) Non le do tempo, all’acqua (di fare danno)

37) in poltrona

38) col capo chino (gallurese)

39) Dio lo voglia

40) metà maggio (San Simplicio si festeggia il 15 di maggio)

41) ci sto pensando

42) termine che, da alcuni, viene utilizzato anche per indicare un’ingente patrimonio economico (gallurese)

43) Posso anche fare testamento e lasciare tutto alle suore

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