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OLBIAchefu - brevi racconti

Ajò- racconto di Antonio Appeddu

Bacchus 1085

Ajò

Personaggi

– Jùanne (in italiano: Giovanni): su inzateri (in italiano: vignaiuolo),

Spesati article

– Peppe Linaldu : vicino confinante col fondo di Jùanne,

– Candìa (in italiano: Candida): figlia di Peppe Linaldu,

– don Jlgòlu (in italiano: Gregorio): anziano ex parroco in congedo,

– Filomena, donna pettegola.

I

Jùanne si alzava molto presto per andare in campagna: fattu o non fattu die (1), alle sei era già al lavoro nella sua vigna di Campu Galanu. La vigna l’aveva ereditata dal padre che, a sua volta, l’aveva ricevuta dal genitore e così indietro chissà fin quando. Era una di quelle vigne antiche, che ancora oggi resistono un po’ qua e un po’ là in Sardegna; con le piante allevate basse ad “alberello” per garantire più zucchero nell’uva e, quindi, più alcol nel vino.

Per lui, quella vigna era piuttosto grande. Aveva un’estensione di oltre un ettaro e su di essa si contavano più di cinquemila piante di vite, ognuna con il suo bel paletto in legno di corbezzolo piantato a fianco del tronco per poterci legare i tralci una volta formatasi la chioma della pianta.

Non si stancava mai di osservarle, quelle viti. Le controllava  minuziosamente, da quando comparivano le prime gemme sugli speroni in succhio a quando l’uva veniva vendemmiata per finire nella pigiatrice. Aveva costantemente paura che la peronospora potesse attaccarle.

Durante il tempo del lavoro, l’uomo stava da solo nel vigneto: aveva evitato di servirsi di collaboratori sia per il loro costo che per il sottile piacere di accudire, personalmente, a tutte quelle lavorazioni che scandivano la sua vita durante l’annata agraria.

Solo al momento della vendemmia la vigna si riempiva di uomini e di donne, tutti muniti di cesoie o piccoli coltelli a serramanico, con i quali staccavano i grappoli dalle piante prima di collocarli nelle ceste sparse lungo i filari.

Erano, quasi tutti, vignaiuoli della zona, ai quali, nei giorni seguenti, avrebbe restituito sa manialìa(2) nelle rispettive vigne.

La cantina di Jùanne produceva cinquemila bottiglie ad annata di ottimo vino: almeno, così lo giudicavano i suoi clienti che in primavera, subito dopo l’imbottigliamento, affollavano la  cantina per fare rifornimento di quel vino rosso. Erano, in buona parte, proprietari di tzilleri(3) olbiesi dove, al mattino, si vendeva il vino a litri alle massaie e, al pomeriggio, lo si distribuiva in bicchierini per le bevute dei capifamiglia seduti ai tavoli a passare qualche ora con gli amici.

Aveva anche un nome, quel vino: Carlis, frutto del suggerimento di un suo amico che gli aveva proposto di unire i nomi dei suoi defunti genitori, Carlo e Lisa. Aveva fatto stampare anche le etichette con quel nome, lasciando in bianco solo l’annata che provvedeva ad apporre lui, a mano, al momento dell’imbottigliamento. Otteneva quel vino spremendo contemporaneamente il miscuglio delle uve di diversa qualità presenti nella vigna. Quella mescolanza eccelsa era la principale responsabile di quel prodotto saporito e della sua individualità rispetto agli altri vini della zona. Un prodotto che era la delizia di tanti tranne che del suo proprietario: Jùanne, paradossalmente, era astemio. O, almeno, tale lui si riteneva. Era capace di stare ore a contare le bottiglie pronte per la vendita, a controllare che le etichette fossero prive di difetto e che il tappo di sughero fosse bello fermo nel collo della bottiglia. Aveva anche preso l’abitudine, durante la permanenza in cantina, di ascoltare musica classica: grazie ad un grammofono e ad alcuni dischi che gli aveva regalato il padrino, poteva lavorare in cantina con l’accompagnamento di Mozart, Bellini e Chopin. Col tempo si era pure convinto che a godere dell’ascolto di quella bella musica fosse anche il vino.

II

Un giorno di dicembre si presentò in vigna un vicino. Arrivò, di pomeriggio, a bordo della sua 1100 FIAT, mentre il padrone di casa aveva appena finito di lavare le botti e le attrezzature dopo un travaso. Peppe Linaldu bussò alla porta della cantina ed entrò senza attendere risposta. Giunto a due passi da Jùanne salutò e chiese di potergli parlare.

Peppe Linaldu era proprietario della vigna confinante, molto più grande della sua, ma non gli era per nulla simpatico. Di media statura, molto robusto, aveva un viso regolare segnato da due baffoni e sormontato una folta capigliatura grigia sempre ben pettinata. Vestito con un bell’abito grigio scuro, gessato, Peppe portava in testa un elegante cappello a larghe tese.

I due uomini si sedettero uno di fronte all’altro e Linaldu esordì

– Vado dritto al sodo. Sono qui per sapere se ti interessa vendere la vigna.

– Chi la vorrebbe comprare?

– Che importanza ha sapere chi la vuol comprare?

– Semplice curiosità, visto che non ho intenzione di venderla.

– Anche se fossi io a volerla comprare?

– Anche!

Linaldu non si aspettava una chiusura così netta e cercò di cambiare registro.

– Ascoltami, Jùanne – disse con tono suadente e con fare paterno – non credere che ciò che ti sembra confliggere con i tuoi piani sia dannoso per te. Prima di venire a parlarti ho riflettuto alquanto. Ti sembrerà strano, ma mi sono anche messo nei tuoi panni. Se me lo consentissi, ti illustrerei le ragioni per cui ti converrebbe vendere questa vigna.

– Sentiamo – disse il giovane con atteggiamento distratto.

– Tu hai poco più di un ettaro di vigna e, ovviamente, la coltivi ad alberello. Le tue piante sono vecchie e, fra qualche anno, non produrranno più a sufficienza. Inoltre, il pozzo che hai non è adeguato per darti quel poco di acqua che andrebbe somministrato alle piante fra maggio e giugno. Se anche dovessi decidere di rifarla, dovresti partire dal presupposto che le vigne del futuro non saranno più come queste che coltiviamo noi. Gli agronomi sostengono che dagli anni sessanta esse saranno molto diverse, con piante che crescono abbracciate a fili di ferro posti anche a due metri da terra, tenuti da pali in legno o, addirittura, in cemento; con impianti di irrigazione fatti da tubi e da diavolerie che si chiameranno “irrigatori”. Insomma, fra meno di dieci anni avremo la concorrenza di vigne che produrranno di più delle nostre, ma che costeranno molto ma molto di più di queste distese di piante basse che abbiamo sempre conosciuto. In pratica, per rinnovarla e resistere alla concorrenza di ciò che, fra qualche anno, la modernità ci obbligherà a fare, tu dovrai avere da parte una somma di denaro che ti basterebbe per vivere di rendita fino a cent’anni. Io, a fronte di tutto ciò, ti propongo di cedermi questo fondo per sessantamila lire: ventimila per la vigna e quarantamila per il fabbricato. Nessuno potrebbe offrirti di più.

– Non mi conviene. La ringrazio per la considerazione, ma non venderò.

Peppe Linaldu andò via senza salutare pensando, in cuor suo, a come far pagare lo sgarbo a quella nullità boriosa. Rimontò in auto rimuginando su cosa architettare per rendere la vita più difficile al suo confinante.

Jùanne uscì dalla cantina e, nonostante il freddo, andò a sedersi sotto quel grande alaterno che aveva fatto crescere al fianco di una grande roccia tondeggiante di granito posta su una piccola altura che dominava il fondo. Si sedette sopra uno spezzone regolare di pietra e poggiò la schiena contro il tronco di quella pianta gigantesca che i galluresi chiamavano “sasima”. Pensò subito alla scarsa considerazione di cui godeva, quella specie, fra la gente di campagna. Mentre si dava grande importanza all’olivastro, l’alaterno sembrava figlio di un dio minore: gli unici che lo guardavano con benevolenza erano i calzolai che, di norma, lavoravano su un ceppo fatto proprio con quel legno giallo che, spesso, era l’unico arredo che dava colore alla calzolerie. Mentre così ragionava tra sé e sé, lo sguardo si lanciò verso il paese e, quindi, verso il mare, e, da lì, arrivò a Tavolara, la grande isola che aveva stimolato la fantasia di un mitico viaggiatore che pare l’avesse confusa con una grande barca ribaltatasi nel mare. Gli venne in mente un racconto di suo padre, secondo il quale le vigne, in quelle contrade, un tempo erano molte di più e tanti erano i terranovesi(4) che le coltivavano. Il grosso di queste vigne, secondo uno schema molto diffuso in Sardegna, insieme a numerosi orti, circondava il paese spingendosi nelle direzioni di Plebi, di Monte Pinu e di San Michele. Provò ad immaginare come, in passato, dovesse essere frequentata la campagna terranovese, con tanti uomini che, a piedi o a cavallo o col carro, si muovevano al mattino per andare al lavoro e, alla sera, per fare rientro a biddha(5). Sapeva quanto importanti fossero quelle vigne, che rifornivano di vino i numerosi tzilleri del paese e come fossero altrettanto rilevanti gli orti che approvvigionavano la comunità di verdure e frutta. Ma la mente, sempre attenta alla sostanza dei fatti, lo riportò d’imperio alla chiacchierata da poco conclusa con l’ospite.

Si era sentito quasi offeso: era come se Linaldu non capisse l’intimo rapporto che lo legava a quel terreno costellato di viti, quasi che quella vigna fosse solo un pezzo di terreno con una casetta sopra e non il campo dove quotidianamente su inzateri versava sudore che alimentava quella vigna, che gli restituiva il favore garantendogli, ogni anno, uve meravigliose che tutti gli invidiavano. D’altronde, se l’uva di quella vigna era così buona, il merito non era solo il suo, ma anche del vigneto: l’esposizione del fondo e il suo terreno erano fattori non trasferibili su altri spazi: lì sarebbero rimasti per sempre, fin quando la terra avrebbe girato attorno al sole. Se ne doveva fare una ragione quel presuntuoso, e antipatico, di Linaldu!

Jùanne, tra l’altro, non aveva ancora dimenticato l’offesa subita l’anno precedente quando, alla festa di Cabu Abbas, davanti a tutti, il vicino aveva obbligato Candìa, la figlia, a interrompere il ballo con lui. Gli era sembrato che quel gesto significasse un rifiuto di Linaldu proprio verso la sua persona, come a dire che lui, Jùanne, non fosse all’altezza della figlia e che, pertanto, manco dovesse ballare con lei! Si era risentito non poco e, da allora, quell’uomo gli era finito sulla punta del naso; anche perché la ragazza sembrava ben contenta di quei balli.

III

Sulla soglia dei trent’anni, Jùanne si sentiva pronto per il matrimonio. Alto oltre la media degli uomini della sua comunità, aveva un portamento sicuro ed un passo quasi marziale, frutto di quelle regole che aveva imparato durante il servizio militare prestato a Roma come scritturale al distretto militare. Quell’esperienza lo aveva segnato molto: lì aveva imparato a moderare gli eccessi d’ira e di euforia e lì aveva conosciuto anche l’arte della dissimulazione che, in molti frangenti della vita, gli si era rivelata utilissima per evitare di complicare i problemi e facilitarne le soluzioni. Portava i cappelli neri molto corti ed aveva, nel viso, quei tratti somatici che avrebbero potuto collocare la sua provenienza in uno dei tanti luoghi che si affacciano nel Mediterraneo, quasi a testimonianza di quanto la Sardegna fosse stata visitata in passato da altri popoli. Quando smetteva gli abiti da lavoro era anche piuttosto ricercato nel vestire anche se, lo riconoscevano gli amici e le numerose ragazze che simpatizzavano per lui, poteva anche indossare abiti scadenti ma risultava sempre elegante e piacevole; a dimostrazione che l’eleganza non è dovuta tanto a ciò che ti metti addosso ma a come sei capace di portarlo.

Erano molte le ragazze che, alla passeggiata pomeridiana al corso, tentavano di conoscerlo o di incrociare il suo sguardo e con alcune aveva anche avuto qualche breve storia sentimentale che, per le più disparate ragioni, lui non si era sentito di portare avanti.

Aveva conosciuto Candìa grazie ad una sua cugina che, della ragazza, era stata compagna di classe alle scuole elementari. Un giorno, le due si erano incontrate a su puntacùidu(6) del bar Dessena e si erano trattenute a scambiare due chiacchiere. Nel mentre era passato Jùanne che si era fermato a salutare la cugina che, correttamente, gli aveva presentato l’amica. A Jùanne bastò lo sguardo della ragazza e il suo modo di porgergli la mano per capire che, con quella, lui ci avrebbe potuto passare la vita intera.

Iniziò a fantasticare nella sua mente. La immaginava al suo fianco, al bar a sorbire un caffè, al corso a passeggio, al mare in spiaggia. Piano piano, senza averla neanche più vista, le giornate le passava interamente con l’immagine della giovane nel cervello.

Candìa aveva gli occhi brillanti, che tendevano al grigioverde, incastonati su un bel viso regolare, marcato da un piccolo neo sul bordo sinistro del labbro inferiore e sostenuto da un collo slanciato. Il corpo era magro ma non esile e debitamente proporzionato. Era una classica bellezza mediterranea, elegante nei modi e sobria nel vestire.

L’aveva rincontrata alla festa di Cabu Abbas, dove l’aveva portata il padre affinché la giovane, pur sotto il suo sguardo vigile, iniziasse a fare qualche conoscenza esterna alla famiglia. Davanti ad un banchetto che offriva cozze e cannolicchi, i due avevano scambiato qualche parola e, quando su sonette(7) aveva intonato un liscio, Jùanne l’aveva invitata a ballare. Lei, imbarazzata, si voleva rifiutare perché non aveva mai ballato ma Jùanne, forte della sua esperienza, l’aveva rassicurata dicendole che avrebbe pensato lui a guidare il ballo e che lei avrebbe dovuto soltanto lasciarsi trasportare. Fecero alcuni balli prima che il padre di lei intervenisse per sottrarla sgarbatamente al divertimento e alle braccia di Jùanne, che conduceva quel corpo  grazioso ed elegante con una padronanza che aveva turbato il genitore, insinuando in quest’ultimo la sensazione che la figlia gli venisse quasi sottratta da tanta sicurezza e maestria.

Ma, come a Jùanne era bastata una presentazione per collocare il suo cuore nel giardino di Candìa, allo stesso modo alla ragazza furono sufficienti quei balli per certificare che quel giovane l’aveva fatta entrare a pieno titolo nella stagione dell’amore. E anche lei si convinse che quello, con quelle braccia forti, quel corpo agile, quei modi sicuri e la parlata morbida e seducente, poteva essere, anzi: era, l’uomo col quale avrebbe potuto progettare il futuro della sua vita.

IV

Arrivò Carnevale e la vena festosa degli olbiesi coinvolse anche Jùanne, che si fece convincere da alcuni amici ad andare a ballare in un grazioso locale dal nome francese, posto sul bordo del mare, di fronte ad un’isoletta del golfo interno. Nel corso di una serata, fra un lento ed un liscio, fu avvicinato da una ragazza mascherata integralmente col domino nero che lo stuzzicava garbatamente. Ballarono per un po’ ma, quando la ragazza garbatamente provocò il giovane affinché fosse un po’ più ardito, costui le disse

– Non ti offendere, ma mi sento legato sentimentalmente ad una ragazza e non mi va di tradirla.

– Come mai non è qui con te?

– Il padre non le consente di frequentarmi. Pensa che, durante una festa, ha interrotto anche un ballo che facevamo insieme.

Sentendo ciò, la ragazza lo strinse forte a sé e gli sussurrò in un orecchio

– Allora non hai proprio capito che sono Candìa?

Decisero di allontanarsi dal locale, salirono sulla cinquecento del ragazzo e andarono a rintanarsi nella casetta della vigna di Jùanne.

Candìa, aperta una bottiglia di Carlis, pretese di fare un brindisi col vino del ragazzo. Jùanne, pertanto, per la prima volta si sentì obbligato ad assaggiare il suo vino. Insieme alla ragazza brindò diverse volte al loro incontro senza mettere nel conto l’effetto che l’alcol avrebbe avuto su di lui. Beveva e sentiva il suo corpo alleggerirsi; già al secondo bicchiere notò che la sua lingua era come attorcigliata su sé stessa ed al terzo prese atto che non governava più diverse porzioni del suo corpo che, ormai, sembrava come anestetizzato. In sostanza, dopo un’ora di vino e di baci appassionati, i due giovani si erano addormentati abbracciati sul divano dell’abitazione. Candìa ebbe come un sussulto: guardò l’orologio e si accorse che erano le tre del mattino. Diede uno scossone al compagno e, dopo un appassionato bacio di chiusura, i due erano dentro la piccola vettura per fare rientro in paese. La macchina si fermò a pochi metri dallo spigolo della via dove insisteva la casa di Candìa che, detto al giovane di farsi vedere in giro il giorno dopo, corse alla volta di casa sua.

Casa Linaldu era posta al centro di Olbia, in una di quelle vie che, ricalcando il vecchio impianto romano del paese, si affacciano sulla piazza principale dedicata, quest’ultima, ad una regima savoiarda che parlava francese. Tre piani di cantonetti in granito sormontati da un bel tetto proporzionato all’importanza del fabbricato. Aveva due ingressi di cui uno dava direttamente sulla via mentre l’altro si apriva sul passo carraio, lungo il quale era posizionato il varco per l’entrata diretta nelle cucine. Era una casa enorme e di buon pregio architettonico di cui, giustamente, Linaldu andava fiero. L’uomo viveva in quell’abitazione con la famiglia che, al momento, era rappresentata dalla sola figlia, unico prodotto del suo matrimonio, dal momento che era rimasto vedevo dieci anni orsono a causa della tubercolosi che aveva colpito la sua dolce signora che, nel giro di breve tempo dall’insorgere della malattia, l’aveva abbandonato su questa terra, non prima di avergli fatto promettere che la sua vita sarebbe stata dedicata all’educazione ed alla protezione della loro figliola.

Meno fiero, quella notte, l’uomo si sentì della figlia che, uscita in domino con le amiche con la consegna di rientrare prima di mezzanotte, aveva rimesso piede in casa dopo le tre e mezza, obbligando l’irascibile genitore in pigiama a rimproverarla e, addirittura, assestarle un violento ceffone sulla guancia sinistra.

– Cosa devo pensare di questo rientro ad un’ora così tarda?

– Ballavamo tutti spensieratamente e non mi sono accorta dell’orario – aveva risposto lacrimante la giovane.

– Non tentare di prendermi in giro. Domani andrò a trovare i genitori delle tue amiche e vedremo se sei rimasta con loro fin così tardi. Capirò se sei sincera o se, Dio non voglia, tu mi stai mentendo.

La ragazza, offesa ma anche impaurita, volse le spalle al padre e corse, piangendo, alla sua camera.

Il risultato degli accertamenti dell’uomo fu tragico per la ragazza, atteso che tutte le sue amiche risultavano rientrate a casa prima della mezzanotte!

Cum chi-e fis, fintzas a sos tres et mesa?(8)

Non nde chelzo faeddhare!(9)

Et tando, fintzas a cando non mi l’as a narrer, tue non as a ‘essire da-e domo! Cumpresu?(10)

Linaldu lasciò la figlia nel salottino antistante il soggiorno. Candìa, seduta sul divanetto col fazzoletto stretto fra le mani appoggiate sulle cosce, non sapeva cosa fare: doveva dire al padre che aveva passato il tempo con Jùanne? Ma poi, costui, avrebbe voluto sapere anche dove quel tempo l’aveva passato. E la cosa,  a quel punto, poteva aggravarsi non poco per lei. Tentò di rasserenarsi e si ripromise di decidere più avanti: avrebbe preso tempo, ma doveva anche assumere una decisione mirata a far finire la condizione di schiavitù in cui versava vivendo in quella casa e soggiacendo alle insopportabili limitazioni che le imponeva il padre. Capiva che si rendeva necessario far qualcosa di eclatante, ma, ancora, non riusciva a definirlo nei suoi pensieri. Decise così di distrarsi dipingendo.

Ella, infatti, aveva la passione per la pittura; ma non una passione forzata dalle attese del padre, come spesso accade in certe famiglie in cui si pretende di inculcare l’inclinazione all’arte alla prole, anche quando questa dall’arte non è attratta; no: quella di Candìa era una genuina passione naturale, interiorizzata fin dai primi giorni di vita, che le consentiva di trasferire su carta o su tela i tratti essenziali di ciò che vedeva e di rappresentare, con incredibile e spontanea abilitità, le sensazioni che il mondo le trasmetteva e i sentimenti che provava. Insomma, era un vero talento naturale che il padre aveva incoraggiato e sostenuto; tant’è che la sua camera, molto ampia e luminosa, aveva uno spazio tutto riservato a cavalletto, tavolozze e pennelli, colori, tele e cartoncini, oltre ad un grande tavolo che ospitava tutti questi attrezzi.

Provò a lasciare qualche segno sulla tela fissata al cavalletto. Capì subito che non fit die(11): cosa poteva produrre un animo sconvolto come il suo, indebolito da un cuore terrorizzato dall’idea di non poter rivedere il suo uomo se non dopo una lunga punizione? Piangendo, si lasciò andare sul letto a pensare.

V

Erano diversi giorni che la giovane non usciva di casa e Jùanne capiva che quelle assenze dal corso, alla passeggiata pomeridiana, non potevano essere volute. Decise di avvicinarsi alla casa della ragazza: in fin dei conti, nessuno poteva vietargli di passarle davanti. In una di queste puntate la vide discretamente affacciata dietro le persiane socchiuse di una finestra. Aiutandosi con i gesti delle mani, le chiese come mai non uscisse di casa da tanto tempo. La ragazza gli fece capire che non glielo consentiva il padre e gli fece cenno di attendere un attimo. Lasciò la finestra e dopo un po’ tornò con una pallina di carta nella mano; invitò il giovane ad avvicinarsi e lasciò cadere la carta. Questi la raccolse, distese il foglio e lesse: “Caro Jùanne, amore mio, mio padre non mi fa uscire a causa del ritardo dell’altra notte. Non posso continuare a vivere come una sepolta viva. Già  stasera scapperei da qui se mi ospitassi a casa tua. Fammi sapere se posso contare su di te”. Jùanne restò di sasso, sia per la gravità della proposta che per l’attestazione di attaccamento a lui che la ragazza aveva appena certificato. Capì che la decisione andava presa immediatamente: tergiversare, tra l’altro, avrebbe significato umiliare i sentimenti che la ragazza aveva appena messo nero su bianco. Alzò il capo, mirò gli occhi della giovane e le chiese:

– A che ora vuoi che sia qui?

– A mezzanotte.

Annuì, la salutò e abbandonò quella via. Passò il tempo che lo separava dall’appuntamento al freddo dentro la macchina, parcheggiata davanti alla chiesa dedicata a San Paolo, dove lui, qualche volta, andava a sentire la messa e dove un tempo venivano seppelliti i terranovesi che passati a miglior vita. Un vecchio parente gli aveva confidato che, secondo lui, le sepolture avvenivano sotto il pavimento della chiesa ma lui, Jùanne, non ci aveva creduto.

L’aveva parcheggiata lì, la macchina, perché non voleva che si notasse la sua presenza nei pressi della casa di Linaldu. Al tempo, le macchine in circolazione erano pochissime e lui ne possedeva una non perché facesse parte della categoria degli abbienti del paese ma solo perché il padrino di battesimo, Dio l’avesse in gloria, era scapolo e, al momento della dipartita verso la vita eterna, aveva deciso di premiare quel figlioccio sempre affettuoso e sempre disponibile con lui facendogli dono di quella cinquecento FIAT che lui, con le proprie risorse, mai e poi mai avrebbe potuto acquistare.

A mezzanotte, la cinquecento era ferma all’angolo della casa di Linaldu. Il giovane vide Candìa che lo stava raggiungendo con in mano una valigia. La ragazza entrò nell’abitacolo e dopo pochi secondi la vettura si diresse alla vigna. Arrivati alla casetta, dovettero spostare un divano per allestire un letto di fortuna per Jùanne, atteso che la ragazza avrebbe dormito, ovviamente da sola!, nel letto del padrone di casa. Entrambi, durante la notte, non chiusero occhio e, prima dell’alba, la ragazza chiamò il giovane perché lo raggiungesse nella sua camera.

– Ti faccio posto qua. Forse riuscirai a dormire un poco.

Ma, anziché dormire, com’era prevedibile, passarono il tempo a prendere atto che Jùanne, senza Carlis in corpo, era molto più brillante ed efficace.

VI

Mentre il suo uomo lavorava in vigna, Candìa, seduta su una poltroncina rivestita di velluto rosso porpora, guardava fisso il fuoco nel camino senza vederlo. E penosamente rifletteva. Capiva che quel gesto liberatorio costituiva una tragedia per il padre, che aveva fatto della difesa del buon nome della famiglia la sua prima ragione di vita. Provava insieme tenerezza e paura nell’immaginare il genitore, furioso come un cinghiale ferito, che, cappello in mano, girava per la casa chiedendosi dove potesse trovarsi la sua figliola, la sua “unica” figliola e, fatto non secondario, chi le facesse compagnia. Si rendeva conto che, per gente come loro, quella fuga era, insieme, dolore e oltraggio. Ma intuiva anche, nel profondo dell’animo, che doveva pur esserci una maniera per rimettere le cose a posto, nel giusto posto, e che questa maniera , prima o poi, si sarebbe appalesata alla sua mente: mica poteva continuare a fare la monaca di clausura senza aver preso i voti! A vent’anni, non concepiva che una ragazza non potesse godere di quel minimo di autonomia che le consentisse di legarsi al ragazzo che le piaceva. Adesso, nonostante si sentisse spezzata tra l’amore filiale per il padre e la irresistibile attrazione per il suo uomo, dopo quel passo, il suo destino poteva dirsi segnato e considerava un’unica soluzione idonea a rimediare: il matrimonio con Jùanne.

Anche il giovane, che in quel momento era intento a controllare i germogli delle viti che si stavano risvegliando dal letargo invernale, si domandava cosa avrebbe potuto fare per portare a soluzione il problema. Doveva andare dal padre e chiedere perdono per entrambi? Oppure sarebbe stato meglio coinvolgere una terza persona, sufficientemente autorevole e diplomatica, che facesse da intermediaria e, se del caso, da paciere?  Dopo un po’ finì il giro tra i filari e decise di sottoporre il problema a Candìa: avrebbero deciso insieme.

E decisero. Avrebbero chiesto a don Jlgòlu, parroco in pensione, di convincere Linaldu ad accettare la soluzione riparatrice tipica di queste situazioni. Al buio della sera presero la piccola vettura del giovane e si diressero alla casa del prelato che abitava in un minuscolo fabbricato posto nelle vicinanze di quella costruzione diruta che, molto tempo prima e secondo la regola di quei tempi, era chiesa e cimitero insieme. Bussarono più volte al portoncino dell’abitazione e, dopo un lasso di tempo che sembrò infinito, l’uscio si schiuse e apparve il prete. Don Jlgòlu, li fece entrare in cucina dove stava consumando la cena di ogni giorno: un grande boccale di latte tiepido e zuccherato. Chiese loro la ragione della visita e i due, alternandosi nell’esposizione, chiarirono quella ragione. Il sacerdote, dopo averli ascoltati attentamente, rifletté un poco e disse:

– Avete fatto benissimo a venire da me. In primo luogo, però, devo dirvi che io non amo molto queste azioni perché si collocano sempre a brevissima distanza dal peccato. Satana, ricordatelo, è sempre attivo e tentatore! Ma la mia esperienza di sacerdote mi ha insegnato che, in certi casi, sono le uniche a risolvere problemi che, diversamente affrontati, diventano drammi. Credo di avere strumenti che possano essere di vostro aiuto ma, conoscendo Peppe, non so se basteranno a risolvere il problema. Adesso rientrate a casa di Jùanne e attendete mie notizie.

Mentre li accompagnava all’uscita, si rivolse al giovane

– Jùanne, ricordati di rispettare Candìa sotto tutti i punti di vista. Non peccare!

Il giovane, mentre lo salutava sulla porta, fece un cenno di assenso col capo, anche se quel rispetto era già venuto meno. Almeno nel senso dell’ammonimento del prete.

Il prete, rientrato in cucina, finì di bere il latte, dopodiché andò all’inginocchiatoio e si mise a pregare per quei due ragazzi e per il padre di lei. Sapeva che quanto accaduto li avrebbe obbligati, per molto tempo, a pagare, nessuno escluso, le conseguenze di quel gesto.

Don Jlgolu, magro ma nerboruto, era di piccola statura e indossava sempre l’abito talare. Aveva due labbra carnose poste sotto un naso aquilino. Gli occhi, di colore chiaro brillavano e attestavano una notevole vivacità mentale. Aveva praticato, in gioventù, molto sport ed era stato un eccellente podista. Nonostante l’età piuttosto avanzata, era riuscito a mantenere una linea invidiabile che, adesso, si garantiva con un’alimentazione alquanto regolata e parca. Nato in un piccolo centro della Gallura più interna, proveniva da una famiglia di notabili del posto che, secondo un costume del tempo, aveva incoraggiato il figlio ad assecondare la vocazione sacerdotale. Era diventato un teologo di notevole spessore che univa alla perfetta conoscenza delle sacre scritture una efficacissima capacità espositiva, tanto da consentire a chi lo ascoltava di sentirsi rapito e partecipe della narrazione del prete. Grande pastore d’anime, aveva rivolto innanzitutto la sua attenzione ai più deboli, specie agli ammalati. “Preferisco passare il mio tempo a portare la comunione agli infermi che organizzare corali di canto gregoriano” amava ripetere, al tempo del suo ministero sacerdotale, a chi gli chiedeva come mai la parrocchia non disponesse di un coro.

Era ancora ricordato, in paese, per una sagace risposta che aveva rifilato ad un borioso possidente, grosso allevatore di vacche e ateo, che, con una certa sfrontatezza cercava di prenderlo in giro chiedendogli se dopo il passaggio a miglior vita il suo nome sarebbe finito su qualche pubblicazione religiosa. Col sorriso sulle labbra e senza scomporsi, il prelato aveva risposto che si accontentava già del fatto che il cognome della sua famiglia stesse sulla targa di una via del suo paese natale mentre lui, il possidente, avrebbe dovuto rassegnarsi a leggere il suo esclusivamente sulle natiche delle sue vacche.

©Antonio Appeddu

Fine prima parte, la seconda e ultima parte verrà pubblicata domenica 23 dicembre.

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