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“Sa fita”. Tradizionale rito di fine anno a Buddusò

Olbia,31 dicembre 2017

Quand’ero piccola, a Buddusò, la mattina del 31 dicembre, i bambini, riuniti in gruppi, si recavano di casa in casa per chiedere “Sa fita”.  I miei fratellini ed io avevamo il permesso di andare solo dai parenti e dai vicini di casa. Nostra madre ci consegnava dei sacchettini bianchi di tela, che spesso erano delle vecchie federe, ci faceva tante raccomandazioni: “Saludade, ringratziade, no istentezis e torrade ‘eretos a domo!” (Salutate, ringraziate, non tardate e tornate subito, dritti a casa!) E noi, vestiti a festa, partivamo “in picchiata”, i maschietti con il sacchetto sulle spalle, mentre io, l’unica femminuccia della famiglia, lo tenevo sul braccio come se fosse una borsettina! Bussavamo nelle case prescelte e le porte si spalancavano: tutti ci accoglievano con garbo e sollecitudine, e alla nostra richiesta: ” A no la dades sa fita?” Rispondevano:” Cabulade chi bos caentades e poi bos cumbidamus!” ” Appena entrati vedevamo già predisposti su un tavolo o su una cassapanca dei cesti colmi di caramelle, dolci fatti in casa, frutta e frutta secca e attendevamo con malcelata impazienza che ci facessero dono della nostra “fita”, perchè avevamo poca voglia di cerimoniali e tanta di dolcetti. Le nonne e le zie ci davano anche dei soldini e nostra madre ci raccomandava di non spenderli subito, qualche volta li “conservava” lei: ” Ca los peldides” diceva.

Per strada incontravamo i gruppi di altri compagnetti che si avviavano a celebrare il rito con altrettanto entusiasmo e ci comunicavamo le notizie del giorno, che consistevano in una sorta d’inventario sulla quantità dei doni ricevuti! Qualche buontempone alla richiesta dei bambini rispondeva: ” Sa fita ? A sa fita unu colpu ‘e palita!”.  L’adulto burlone, vedendo l’espressione dei piccoli alla sua risposta, spesso s’inteneriva e, ritornando per un attimo bambino anch’egli, donava qualcosa ai simpatici questuanti. Anche questo faceva parte del rito e della maturazione sociale dei piccoli,  che dovevano abituarsi presto a interagire con gli altri cogliendo il significato dello scherzo, inoltre dovevano imparare a non dare mai niente per scontato, in un contesto sociale in cui tutto doveva essere guadagnato e ogni dono, anche il più umile, aveva un grande valore, sia per chi lo donava che per colui che lo riceveva. La partecipazione al rito era riservata ai piccoli, credo dai quattro ai dodici anni, due fasi importanti nella vita dei bambini e delle bambine; la prima segnava l’inizio di un’autonomia di movimento al di fuori delle mura domestiche, e la seconda sanciva la fine dalla fanciullezza e l’ingresso nell’adolescenza, che in quel periodo comportava doveri di collaborazione in famiglia spesso gravosi. Era un giorno atteso da tutti, grandi e piccini: noi piccoli lo attendevamo per la gioia di ricevere i doni, mentre i grandi lo ritenevano un rito propiziatorio e dimostravano sempre tanta generosità nell’elargire “sa fita”, ognuno secondo le proprie possibilità, l’importante era rendere felici i bambini della comunità!

 

  La foto, è stata tratta dal libro di Tomaso Tuccone ” Buddusò, la storia, le immagini” .


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