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Venerdì Santo nella Terranova dell’Ottocento

        In occasione della Settimana Santa olbiese, come dono alla città, Olbiachefu oggi pubblica integralmente il capitolo “Venerdì Santo a Terranova”  di Francesco De Rosa (Terranova Pausania 1854-1938) inserito nella sua opera più famosa: Tradizioni popolari di Gallura. Usi e costumi, edito nel 1899 (1). Fra i tanti particolari interessanti del rito suggestivo e plurisecolare de S’Iscravamentu raccontato dal De Rosa, notiamo come, ancora nell’ultimo scorcio dell’Ottocento, si prevedesse una vera e propria rappresentazione scenica con tanto di attori –immaginiamo scelti fra il popolo- i quali, indossati parrucche ed abiti simili a quelli del tempo di Cristo, impersonavano i coprotagonisti del dramma del Golgotha (le Tre Marie, Giovanni Evangelista, Giuseppe D’Arimatea e Nicodemo). Una rappresentazione scenica “barocca” toccante e coinvolgente a tal punto che, tra scoppi di pianto ed urla di commozione, portava i fedeli a battersi il petto chiedendo perdono per i propri peccati. Un’altra bellissima tradizione, in parte ripristinata, consisteva nell’adagiare il Cristo deposto su un letto di steli fioriti di pervinca, che al termine del rito venivano distribuiti ai fedeli. I fiori violacei, indicanti simbolicamente il lutto, venivano poi portati a casa e deposti sul pavimento delle stanze più importanti, come gesto, simbolico anch’esso, di partecipazione di fede alla Passione e per richiesta di benedizione implicita dei luoghi abitati. Così almeno accadeva nella mia famiglia fino alla metà del secolo scorso. Adesso lasciamo cogliere al lettore gli altri dettagli di questa puntuale rendicontazione di Mastru Ziccu, augurando, anche a nome di tutti i collaboratori di Olbia.it/Olbiachefu, una Buona Pasqua di Resurrezione.

Presbiterio della chiesa di San Paolo in una foto degli Anni Venti

<< In questo giorno i sacerdoti fanno le Stazioni della Passione di Gesù, movendo di buon mattino dalla parrocchia e facendo il giro attorno al paese, fermandosi ad ogni crocicchio delle vie, per ritornare quindi alla parrocchia. Ben poca è la gente che segue una tale cerimonia, forse per esser lunga e noiosa molto. La sera, cantato il vespro, si fa il discendimento dalla croce.

Il Crocifisso della chiesa di San Paolo, velato nel Giovedì Santo. Chiesa di San Paolo Apostolo 13 aprile 2017

Il quaresimalista monta sul pulpito; a piè della croce si prostra la Maddalena, inondando di lacrime i piedi del Redentore, asciugandoli coi suoi capelli e baciandoli amorosamente. Alla destra si vede la Vergine, vestita a gramaglia, colla bianca pezzuola fra le mani, assorta nel suo dolore: non reggentele l’animo di volgere lo sguardo al suo divino figlio, già irriconoscibile per le tante ferite ed i lividi che gli coprono interamente la persona; a sinistra evvi l’evangelista Giovanni, il discepolo diletto di Gesù, quasi in attesa degli ordini del divino maestro, o intento a raccogliere le sue ultime volontà, e dirimpetto Maria Cleofe e Maria Salome, sospiranti e lagrimose: non volendo darsi pace in dover perder Colui, la cui parola scendeva nei loro cuori come balsamo salutare, per suscitarvi soavi sentimenti e gioie ineffabili. Discepolo e discepole si vedono vestiti nei loro orientali costumi e con in capo una parrucca, imitante la tradizionale loro capigliatura. Il quaresimalista addita al popolo il Redentore, il quale volle farsi uomo per redimere gli uomini dalla schiavitù del peccato, offrendosi qual ostia volontaria, per placare la giusta ira dell’Eterno Padre. Ne accagiona la morte alle nequizie ed alla corruzione degli uomini, creati per le beatitudini celesti e curanti unicamente dei terreni godimenti; affermando che le loro colpe poterono solamente deformare quel corpo, tipo della bellezza e della perfezione; oscurare quella fronte, in cui brillava di continuo un raggio divino; spegnere quei lumi pieni di dolcezza e di candore; inchiodar quelle mani, che tanti benefici sparsero fra le genti e tanti prodigi oprarono: trattenere quei piedi, pronti a recar sollievo ed  aiuto a sventurati e derelitti; fermare quel cuore tutto pietà ed amore per l’ingrata umanità; inaridir quella mente, in cui altro pensiero non passava che non fosse rivolto al benessere materiale e morale dell‘umana famiglia. Rimprovera gli uomini della loro ingratitudine, e fra tutti trova meno crudeli i due discepoli Giuseppe d’Arimatea e Nicodemo (poiché ogni altro in tale stretta lo ha vilmente abbandonato), cui invita a voler strappare dall’infame patibolo il preziosissimo corpo di Gesù. 

Alla sua chiamata, escono dalla sacristia due uomini, riccamente vestiti (calze e calzoncini di seta, una serica e larga fascia alla cintura, un’ampia zimarra di damasco rosso a grandi fiorami, tuba di cartone coperta di seta in testa, largo turbante alla fronte e calzari di bulgaro), che si avanzano e si fermano a’ piè delle due scale, le quali poggiavano sui bracci della croce infissa in una timele. Il quaresimalista fa il loro elogio, decantandone la pietà, la fermezza nella nuova religione ed il vivoattaccamento al loro buon maestro: e rivoltosi a loro, li prega a montare con prestezza le scale, raffiguranti la erta china del Golgota, per liberar prontamente il corpo del loro Maestro dalla vergogna dell’ignominioso legno. I discepoli salgono, Nicodemo a destra e d’Arimatea a sinistra, ed il quaresimalista supplica il primo a togliere della fronte di Gesù la corona di spine, che fa mostrare al popolo, invitandolo a contemplare di quali spine venne trapassata la bella fronte del Dio incarnato. Fa togliere i due chiodi dalle mani, e col far per tal uopo scendere a basso Arimatea, quello dei piedi, e facendoli mostrare ai fedeli, ne descrive i dolori che essi fecero soffrire al buon Gesù, il danno cherisentì dall’inerzia delle membra trafitte l’umano genere, invocando ad uno ad uno, quegli strumenti di tortura, santificati e illuminati dal contatto e dal sangue dell’Uomo-Dio, perché impetrino dall’Eterno Genitore il perdono degl’ingrati suoi figli. Fa calare bellamente il corpo di Gesù, sorretto con una fascia che gli passa per sotto le ascelle, da Nicodemo, e lo fa presentare da Giuseppe al popolo esclamando “Ecce homo”, e descrivendo lo stato nel quale lo hanno ridotto i loro peccati: quindi lo fa  presentare all‘afflittissima ed inconsolabile genitrice, cui rivolge una patetica apostrofe, terminante con un’invocazione; perché non voglia, nella sua inesauribile bontà, farne carico alla fralezza delle umane creature, ma anzi impetrare il loro perdono ed il ravvedimento. In ultimo fa deporre nella bara (nel cui fondo vedesi uno strato soffice di vinca minore) il Corpo del Redentore che viene portato — coperto da un bellissimo manto di damasco rabescato in oro con mirabile disegno, in mezzo al qualesi vede una colomba coll’ali spiegate, sotto cui si ricovrano chiedendo l’imbeccata sei piccioncelli  — in processione attorno al paese e condotto all’Oratorio di Santa Croce, per dargli onorata sepoltura.

Il fiore della pervinca

Durante il discendimento, regna il massimo silenzio; tutti gli occhi sono intenti al predicatore che da gli ordini, ai discepoli che eseguiscono, all’apostolo prediletto e alle pietose donne, che versano, singhiozzando copiose lacrime, ed a quella dolorosa, per quanto mistica scena, non vi è ciglio che resti asciutto. Molti, specialmente le donne, versano amare lacrime; ed ai tre colpi che danno i discepoli sulla croce per cavare dalle membra traforate ciascun chiodo, esse si picchiano, inginocchiate, il petto, chiedendo il perdono delle loro colpe. Prima della sepoltura, viene in Santa Croce cantato il Miserere, e durante questo viene distribuita al popolo la vinca, che servì di fresco e soffice materasso al preziosissimo corpo di Gesù: rinnovandosi la brutta scena della Domenica delle palme, in seguito al gettito di queste dal pulpito. La vinca, tocca dalle spoglie del Redentore, porta, per quanto si crede, la benedizione nelle case in cui viene conservata. >>

1)  Si cerchi il brano nella ristampa del volume (curata da Andrea Mulas) della Ilisso Edizioni di Nuoro, anno 2003 alle pp. 131-133). Per saperne di più sul maestro Francesco De Rosa, illustre personaggio terra novese, rimandiamo al nostro: M. A. AMUCANO, Francesco de Rosa. Frammenti di un’opera inedita. Il Quaderno X e le lettere ad Angelo De Gubernatis, Paolo Sorba editore, La Maddalena 2002 (Collana “Personaggi illustri della Gallura”,  col patrocinio della Provincia di Olbia–Tempio).

 

©Marco Agostino Amucano

13 aprile 2017

 

 

Il Cristo dopo S’Iscravamentu, velato ed esposto all’adorazione dei fedeli. Chiesa S, Paolo Apostolo di Olbia (Foto Maurizio Casula)


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