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Uno sconosciuto mietitore d’altri tempi

Una foto, un ricordo, un volto sconosciuto.

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Mi capita spesso di andare al municipio di Golfo Aranci e, salendo su per la rampa che conduce alla sala consiliare, fermarmi al terzultimo gradino. In quel preciso punto, alzando lo sguardo verso sinistra, contemplo per un attimo, da anni, una foto, una fra le tante altre appese al muro, e che sta lì ad aspettarmi silenziosa, in un esclusivo, segreto rapporto, affascinandomi e commuovendomi ogni volta come se fosse la prima.

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 So la provenienza di quelle riproduzioni di foto in bianco e nero della Golfo Aranci scomparsa, che sembrano antichissime per un paese sorto solo nell’ultimo ventennio dell’Ottocento, e che rendono quel corridoio di passaggio e di attesa del giovane municipio un piccolo ed accattivante museo. Fu Mario Spanu Babay, che ne detiene l’archivio originale, ad usarle per una mostra fotografica del 1994 patrocinata dall’amministrazione comunale e da lui stesso curata. Quelle immagini, scattate cento e più anni fa, restano più vive che mai, lanciando segnali di una diversa quotidianità a quella più indaffarata e tutta presa dagli adempimenti del presente che si respira negli uffici pubblici, invitando tutti coloro che vi passano davanti ad una pausa di assorta e talvolta nostalgica riflessione.

 È l’immagine di un anziano uomo che sembra uscita dal pieno medioevo -come dicevo- ad attendermi paziente, e ad elargirmi lo stupore sempre vivo di questo sorriso sereno, autentico, pacifico, aperto ed ingenuamente puro, che principia dagli occhi (non sempre ciò accade!)  segnati da profonde rughe di sessantenne, le quali ne esaltano l’espressione di gioia. Ed anche l’incolta barba che, senza invaderlo, contorna il viso tondo e abbrustolito dal sole, come della bianca lana appena cardata, lascia libere le labbra carnose da antico sardo, disponibili al sorriso quanto all’invito a posare fatto dal fotografo.

Se non fosse che il profilo dei bassi rilievi litoranei posti sullo sfondo mi è stato facilmente riconoscibile (si vedono la collina retrostante alla spiaggia di Bados e -sfumatissima-  la parte superiore di Tavolara), e se non fosse stata garantita da Mario Spanu Babay la provenienza della stampa fotografica, scattata non meno di ottant’anni fa, avrei pensato, che so, ad un qualsiasi Ivan, servo mietitore della Russia degli zar, vissuto per tutta la sua vita in qualche sperduta e poverissima fattoria dello sterminato Bassopiano Sarmatico. Anche l’insolita ed abbondante berritta che ne copre i lunghi capelli dal caldo sole di giugno, sembrava portarmi da principio verso una lontanissima provenienza geografica.

“Zio” Giacomo Pileri in una foto degli anni Sessanta

E invece no. Colui che regge, appoggiandolo sul gilet, un covone di maturo e splendido grano, con dei chicchi grossi così, e tiene elegantemente il manico della falce nella mano destra nodosa, che appare come troppo grande per la piccola corporatura dell’uomo, visse almeno una parte della sua vita (l’ultima?) fra un campo e l’altro, fra una mandria e l’altra di quell’enorme latifondo che fu ed è ancora la proprietà dei Tamponi di Olbia. Il suo nome è sconosciuto. Pare, si dice, che egli provenisse da qualche minuscolo agglomerato di case del torrido Campidano, ma è solo un’ipotesi. Insieme ad altri servi-pastori, una decina circa, prendeva gli ordini da “zio” Giacomo Pileri,  indimenticato uomo di fiducia e factotum della famiglia Tamponi dei tempi andati. La foto fu scattata in un podere che abbiamo individuato fra le attuali regioni di Suiles e Binzolas, non lontano dal primo tratto di strada che, uscendo dalla galleria, si dirige verso Golfo Aranci. Come ci informa Mario Spanu Babay, tutta la zona costiera interposta fra Pittulongu e Golfo Aranci, Sa Costera ‘e Figari, presentava qua e là degli appezzamenti tra le rocce che, ripuliti non senza grande fatica dalla vegetazione di macchia e dissodati con l’aratro trainato da buoi, nondimeno producevano in abbondanza grano, orzo, avena, per l’orgoglio dei proprietari e per la festa delle pernici, che albergavano a frotte in quella contrada.

Oggi di quei piccoli campi sparsi a macchia di leopardo e coltivati a cereali resta solo la svanita memoria di qualche vecchio del luogo.  Altri tempi, tempi che sembrano lontani di secoli, in cui il pane profumato e croccante veniva impastato con la farina de su tricu ruiu (il grano rosso), lo stesso grano sardo che sfamò le plebi della Roma tardo-imperiale. Accade invece da molti anni che – orrore e vergogna! -il pane in Sardegna si impasti con il grano spesso o quasi sempre importato dalle piane del Kansas e dell’Oklahoma. Il nuovo Impero Americano e la dittatura economica degli emissari-commissari europei anche questo ci negano. Forse è anche per ciò che non riusciamo più a sorridere come l’ignoto servo del secolo scorso, immortalato in questa foto un po’ sfocata: è anche perché non abbiamo più la gioia di vedere crescere lentamente e maturare sotto il nostro sole, e poi di mietere il nostro, nostro frumento, nella nostra, nostra terra sarda. E per quanto riguarda il sapore del pane che oggi troviamo negli scaffali del supermercato…be’, preferirei tacere.

  ©Marco Agostino Amucano

Olbia, 7 aprile 2016

Ringrazio Mario Spanu Babay per la consueta generosità nell’offrirmi informazioni utili relative al territorio di Golfo Aranci.

 

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