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Un olbiese a Roma: Battista Bardanzellu

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Il cosiddetto “villino Tamponi”, Corso Umberto I, 64

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Battista Bardanzellu nasce il 16 settembre 1885, nella palazzina di Corso Umberto I 64 che suo nonno materno, il farmacista calangianese Battista Tamponi, aveva fatto costruire per trasferire la sua attività da Tempio Pausania a Terranova. I suoi genitori, Giorgio e Marietta
Tamponi non potevano essere più diversi tra loro: brillante conversatore e bohémien, l’uno; tenace lavoratrice attaccata alla famiglia, l’altra. Eppure ebbero sette figli e rimasero uniti
per quasi quarantacinque anni, sinché morte non venne a separarli.
Battista, sin da piccolo, era solito dirigersi correndo lungo il Corso Umberto verso il lido della cittadina natale, per fantasticare a occhi aperti una “terra promessa” d’oltremare. I genitori ne assecondarono le
aspirazioni e, primo della famiglia, lo mandarono a studiare in continente.
Dopo aver frequentato le scuole superiori a Genova, il giovane si trasferisce a Roma, dove intraprende gli studi universitari. Non era la Roma dei Cesari o quella dei Papi che lo attraeva, ma la “Roma del Popolo” di Giuseppe Mazzini, portatrice di una missione civilizzatrice dell’umanità, basata sulla forza del diritto e per la libertà delle nazioni oppresse. Nel 1906 si iscrive al Partito Repubblicano e all’associazione studentesca laica “Corda Fratres”; l’anno dopo si laurea in giurisprudenza. Battista entra poi come praticante nello studio dell’avvocato toscano Ettore Ciolfi, anch’egli repubblicano e promotore del riscatto delle terre destinate ad uso civico; diviene particolarmente esperto nelle questioni
immobiliari e Ciolfi gli affida, per circa un decennio, la direzione della rivista “Giurisprudenza e dottrina”, di cui era editore[1].

Battista Bardanzellu (1885-1956)

Nella capitale d’inizio secolo, il giovane si inserisce in quell’ambiente culturale che diverrà poi la culla della sua attività politica: è la stagione del “blocco popolare” del sindaco massone Ernesto Nathan, appartenente alla famiglia di origine ebraica che aveva accolto l’apostolo dell’unità d’Italia nel suo esilio londinese, ora a capo di una giunta cittadina comprendente repubblicani, socialisti, radicali e liberaldemocratici.
Il 23 aprile 1908, in Campidoglio, Nathan apre i lavori del Congresso nazionale delle Donne Italiane (CNDI), che riunisce più di 1400 aderenti alle associazioni femminili che si battono per il diritto di voto alle donne, la parità di retribuzione, la libertà di accesso a tutte le carriere, l’abolizione dell’autorizzazione maritale. Un ruolo di spicco è svolto dall’associazione della pedagogista Maria Montessori, alla quale appartiene una giovane sarda di Civitavecchia: Fermina Fenu. Fu forse in uno di questi congressi che i due si conoscono, per rimanere insieme tutta la vita. Pochi mesi dopo, contrariamente al volere paterno, Mina segue la Montessori a Milano, per fondare la seconda “Casa dei bambini” in Via Solari, nel quartiere operaio dell’Umanitaria. Al suo ritorno, il severo padre sassarese non vuole riaccoglierla in casa. I due,
allora, vanno a convivere in un piccolo appartamento di Via Castelfidardo, vicino alla stazione dove, nel giugno del 1910, nasce il primo dei loro quattro figli maschi. Battista e Fermina regolarizzano poi la loro unione, sposandosi civilmente in Campidoglio, di fronte all’assessore della giunta Nathan Ivanoe
Bonomi, futuro presidente del Consiglio[2]. In quegli anni, la loro casa ospita anche il fratello minore di Battista, il futuro medico Achille, a Roma per studio e, a volte, anche il cugino Agostinangelo, spesso nella capitale per il commercio del bestiame da abbattere. Entrambi sono sapientemente indottrinati al pensiero mazziniano e all’idea repubblicana e vi rimarranno fedeli anche durante la dittatura fascista: il primo sarà costretto a ingerire l’olio di ricino nel 1922; il secondo sarà internato in un campo di prigionia, a Isernia, nel 1942. Nel maggio del 1914, si svolge a Roma, in Castel Sant’Angelo, il I Congresso regionale sardo, organizzato dall’associazione dei Sardi di Roma. Battista Bardanzellu vi svolge le funzioni di segretario ma con un ruolo particolarmente attivo. E’ lui, infatti a ottenere dall’assemblea un
voto di sollecito per l’attuazione delle opere previste per l’adeguamento del porto di Terranova, in vista dell’approdo giornaliero dei piroscafi da Civitavecchia – che si torna a richiedere, insieme all’ulteriore linea Civitavecchia-Cagliari – e un’interrogazione al governo circa il potenziamento e il riordino dei trasporti ferroviari nell’isola[3]. Allo scoppio della I Guerra Mondiale, a Bardanzellu non sfugge la circostanza che il terribile evento può rappresentare il completamento della visione mazziniana dell’unità d’Italia e la liberazione delle nazionalità oppresse degli Imperi Austro-Ungarico e Ottomano. Pur essendo stato riformato per congiuntivite cronica, si arruola come volontario, coerente con le sue idee repubblicane interventiste, per ricoprire il grado di sottotenente nel corpo dei bersaglieri. Destinato a Brescia, come ufficiale istruttore, vi rimane pochi mesi perché dichiarato nuovamente inabile; presta gli ultimi mesi di servizio al distretto militare di Roma[4]. Nel frattempo, sua moglie è colpita dal terribile lutto per la morte del fratello Federico Fenu, precipitato con il dirigibile U5, da lui comandato, di ritorno da un pattugliamento delle coste tirreniche in missione anti-sommergibile[5].

Arch. Centr. Stato: nota dal fascicolo CPG intestato a Bardanzellu

Con l’avvento del regime fascista,
il repubblicano Bardanzellu si trova rigidamente all’opposizione. Alla fine del 1926 il PRI, come tutti gli altri partiti, eccetto quello fascista, è soppresso e si trasferisce all’estero. Battista rifiuta di tesserarsi al PNF. Per le sue convinzioni, quindi, è incluso nell’elenco dei “sovversivi” del Casellario Politico generale del regime, che deplora la sua frequentazione degli antichi compagni di partito (Oronzo Reale, Giulio Andrea Belloni e Federico Comandini)[6].
Ciò non gli impedisce di affermarsi brillantemente nella professione forense, avviando un importante studio specializzato in vertenze immobiliari. Nel 1928 è tra i fondatori e poi vice presidente dell’Associazione Romana per la Proprietà Edilizia (ARPE). Nel 1929 e nel 1930, pubblica per la “Federproprietà” alcune piccole guide sul contratto di portierato; nel 1934, un altro opuscolo sul
contratto di lavoro per custodi giardinieri. Scrive sulla rivista trimestrale della “Proprietà edilizia italiana” numerosi articoli che saranno poi raccolti in un volume dedicato alla “Giurisprudenza civile e del lavoro”. Nel frattempo, i suoi tre figli più grandi vengono arruolati per combattere nella II Guerra
mondiale; il secondogenito Mario, in particolare, combatterà nella campagna di Grecia (1940-41), in quella di Jugoslavia (1941) e nella guerra di Sicilia (1943). Nel gennaio del 1942, in casa del suo amico Federico Comandini, viene fondato il Partito d’Azione, d’ispirazione mazziniana ma comprendente anche i liberal socialisti del movimento Giustizia e Libertà. Bardanzellu, insieme a Reale e Belloni, vi aderisce. Svolge propaganda politica per la nuova formazione, diffondendo segretamente, a persone fidate, manifestini politici che tiene nascosti nel sottotetto. Alla caduta del fascismo, il PRI riemerge dalla clandestinità, ma a Bardanzellu non convince l’intransigenza del segretario romano Giovanni Conti, che si rifiuta di far aderire il partito al Comitato di Liberazione Nazionale. Costituisce, allora, una “brigata Mazzini” di partigiani, nella quale si arruolano i suoi figli Giorgio e Claudio e altri militari sbandati dopo l’8 settembre, che vanno a combattere i tedeschi sui Monti Prenestini. C’è anche il cappellano dell’Aeronautica don Pasquale Buttarazzi che dota la formazione di alcuni apparati radio e tiene i contatti con i trotskisti di Bandiera Rossa. I contatti con le squadre partigiane del partito d’Azione vengono invece intrattenuti, a Roma, da Battista stesso[7].
Il 23 ottobre 1943, sul Monte Guadagnolo, lo scontro con i tedeschi sembra inevitabile: gli invasori, infatti, irrompono in assetto di guerra sulla piazza del paesino, posto a 1218 metri slm. Onde evitare un massacro, Buttarazzi tenta la carta della trattativa ma, quando capisce che sta per essere catturato e
torturato per acquisirgli informazioni si da alla fuga e viene trucidato alle spalle. Il suo cadavere viene esposto per tre giorni a monito per i partigiani, nascosti nelle alture circostanti. Nel frattempo, Battista, temendo di essere arrestato da un momento all’altro, trasferisce a Montepulciano, in Toscana, la moglie e il quindicenne figlio minore Franco. Anche quest’ultimo tuttavia, si impegna come staffetta nelle formazioni partigiane locali.

Roma. Viale Battista Bardanzellu

Dopo la liberazione di Roma e il ritorno in Italia del
segretario politico Randolfo Pacciardi, Battista Bardanzellu rientra ufficialmente nel PRI, che gli affida la direzione amministrativa della Voce Repubblicana[8]. Nel maggio del 1945, al “Convegno nazionale”, viene eletto nel comitato esecutivo della direzione del Partito Repubblicano[9]. Alle elezioni dell’Assemblea Costituente tenutesi parallelamente al referendum
del 2 giugno 1946, Bardanzellu perde la grande occasione politica. E’ inserito al n. 3 della lista del PRI nel collegio della Sardegna, dopo il Segretario nazionale Pacciardi e il vicesegretario Della Seta, che avrebbero fatto campagna elettorale in altre regioni. Nelle amministrative tenutesi appena poche settimane prima il partito aveva conseguito il 4,5% con un trend in crescita e, su tali basi, l’avvocato repubblicano si sarebbe sicuramente seduto alla Costituente. Purtroppo, la lista del PRI viene esclusa per motivi formali
dalla Corte di Appello di Cagliari e le speranze che un olbiese segga sui banchi della Costituente vanno in fumo [10]. Nel dicembre dello stesso anno Bardanzellu si presenta alle elezioni comunali di Roma;
viene eletto consigliere e poi assessore della prima giunta Rebecchini ma si dimette immediatamente da quest’ultima carica, ritenendo indecoroso che un repubblicano possa far parte di una giunta appoggiata da monarchici e qualunquisti[11]. Le sue dimissioni precedono di pochi giorni quelle del Sindaco e degli altri assessori. Al XIX Congresso Nazionale del PRI (gennaio 1947), Bardanzellu è eletto nella nuova Direzione Nazionale[12]In novembre è eletto nuovamente consigliere comunale di Roma; siede nell’Aula Giulio Cesare sui banchi dell’opposizione, insieme a comunisti e socialisti. Sarà
confermato alla Direzione Nazionale e al Comitato esecutivo del PRI nei successivi Congressi del 1948[13], 1949[14], 1950[15] e 1952[16]. Sfortunate sono invece le elezioni alla Camera dei Deputati del 18 aprile 1948 e del 1953, quando sconta il difficile momento attraversato dal partito a livello nazionale (solo 8 eletti nel 1948 e 5 nel 1953) e si classifica solamente ai primi posti tra i non eletti.
Le elezioni comunali del 1952 – che si tengono con il sistema degli “apparentamenti” – vedono Bardanzellu promotore di una delicata operazione politica. Il Vaticano spinge per la composizione di una coalizione di centro-destra tra Democrazia Cristiana e la destra monarchica e neofascista.
Anche all’interno del PRI romano, una nutrita corrente spinge per la partecipazione del partito a un’opposta coalizione di sinistra comprendente socialisti e comunisti, in contrasto con la linea della segreteria nazionale di Oronzo Reale, che fa parte della maggioranza che sorregge i governi centristi di Alcide De Gasperi (DC-PRI-PSDI-PLI). Bardanzellu si batte per la costituzione di una coalizione
centrista anche al Comune di Roma, coerente con la linea nazionale del partito e riesce a spuntarla,
grazie anche all’opposizione di De Gasperi ai disegni reazionari d’oltre Tevere[17].
Nella vittoriosa consultazione elettorale, è eletto nuovamente consigliere comunale e fa parte come assessore al patrimonio della giunta centrista del democristiano Rebecchini (1952-56).
Roma: Asilo Nido Battista Bardanzellu
La battaglia con le opposizioni di sinistra, in Consiglio
comunale, è durissima: L’Unità del 27 novembre 1953 gli rinfaccia di avere rapporti professionali, come avvocato, con la potentissima Società Generale Immobiliare, di proprietà del Vaticano. Bardanzellu si difende, ribadendo di non aver appositamente partecipato al dibattito politico in corso, per non influenzare minimamente le decisioni dell’amministrazione[18]. Ma, ormai, sono le sue condizioni di salute a indebolirlo. Al XXIV Congresso
Nazionale del PRI (1954), non ripresenta la sua candidatura alla Direzione del partito. E’ operato dall’insigne chirurgo Pietro Valdoni, già cardiologo di
Togliatti ma sopravvive poco più di un anno. Il 31 gennaio 1956, in una Roma investita dalla più forte nevicata del secolo, muore in una clinica della capitale, come assessore in carica. È stato anche vicepresidente dell’Assitalia, consigliere d’amministrazione dell’INA, consigliere delegato della Società Roma Nord, consigliere d’amministrazione dell’ACEA[19].
Il suo corpo riposa nel cimitero monumentale del Campo Verano. Nel 1977, Roma ha dedicato a questo grande olbiese un lungo viale alberato nel quartiere Colli Aniene e, successivamente, un asilo nido e
un centro di formazione professionale privato. Fino alla ristrutturazione operata per il Grande Giubileo del 2000, il suo nome era riportato in uno spazio dei “fasti moderni” del Museo Capitolino, dove erano incisi i nomi degli amministratori della Città di Roma, accanto ai consoli antichi e ai senatori medioevali. Ora anche tale epigrafe giace tra i reperti abbandonati di una depositeria comunale.Altre notizie su Battista Bardanzellu e le vicende della sua famiglia sono esposte nel volume “La Saga dei Bardanzellu. Le alterne vicende di una famiglia sarda”, acquistabile on line a questo link:
http://www.edizionidelfaro.it/libri/la-saga-dei-bardanzellu
[1] La Voce repubblicana, 2 febbraio 1956
[2] Comune di Roma, Archivio di Stato Civile, Atti di Matrimonio, n. 3/34 del 24 dic. 1910.
[3] Atti del Primo Congresso Regionale Sardo tenuto in Roma in Castel Sant’Angelo, Roma, Cooperativa tipografica Manuzio, 1914.
[4] Ministero della Difesa, Direzione generale Personale Ufficiali, Divisione matricole e libretti personali, Stato di servizio di Bardanzellu Battista
[5] Federico Bardanzellu, Lettere dal Dirigibile U5: Una tragedia della Grande Guerra nella corrispondenza di un pioniere del volo, Caosfera, Padova 2014, ISBN: 9788866283058.
 [6] Archivio Centrale dello Stato, Min. Interno, Dir. Gen. P.S., Casellario politico centrale, f.“Bardanzellu Battista”.
[7] Simone Sechi, La partecipazione dei Sardi alla resistenza italiana, in: M. Brigaglia, F. Manconi (a cura di), L’antifascismo in Sardegna, Cagliari 1986.
 [8] Massimo Scioscioli, I repubblicani a Roma. 1943-44Roma, 1988, pagg. 131-134
[9] Alessandro Spinelli, I repubblicani nel secondo dopoguerra (1943-1953), Longo Editore, Ravenna, 1998, p. 38
[10] Giancarlo Murtas (a cura di), Bastianina, il sardoAzionismo : Saba, Berlinguer e Mastino, Cagliari, Eidos, 1991, pp. 302-303
[11] Archivio capitolino, Verbali del Consiglio comunale di Roma, Seduta pubblica dell’11 dicembre 1946
[12] Alessandro Spinelli, cit., p. 81 n.
[13] Alessandro Spinelli, cit., p. 109 n.
[14] Alessandro Spinelli, cit., p. 153 n.
[15] Alessandro Spinelli, cit., p. 216 n.
[16] Alessandro Spinelli, cit., p. 221 n.
[17] Alessandro Spinelli, cit., pp. 221-223
[18] La Voce Repubblicana, 28 novembre 1953
[19] La Voce repubblicana, 2 febbraio 1956

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